
Il film, una coproduzione di Palestina, Francia, Germania, Portogallo e Qatar – della durata di 87′ – girato in arabo (sottotitolato in inglese), è opera di Tarzan e Arab Nasser – registi, sceneggiatori e scenografi palestinesi – con la collaborazione di Fadette Drouard per la sceneggiatura, è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia del 2020.

E’ un film di grande delicatezza, che lascia il sorriso sulle labbra, la fiducia nella vita quando c’è l’amore, che supera anche la minaccia delle bombe israeliane regalandoci una contagiosa risata dei protagonisti. Lo scenario è quello di Gaza oggi, dove la vita è difficile, tra angherie della polizia, miseria, continue interruzioni di corrente e la minaccia delle bombe. Il protagonista, Issa (interpretato da Salim Daw, Tel Aviv on Fire) è un pescatore di Gaza di 60 anni, che vive con la sorella e vende al mercato il pesce che riesce a pescare. Si vanta con un amico, proprietario di un emporio, di essere stato un gran conquistare da giovane ma ora ha deciso di sposarsi. O meglio, di fare una proposta a Siham, interpretato dalla brava attrice palestinese Hiam Abbas – già apprezzata ne Il giardino dei limoni, Succession, Satin rouge, Miral – sarta che ha un negozio di abbigliamento, di cui si è innamorato. Issa, già impacciato di suo, vede il destino accanirsi su di lui quando ritrova una statua virile del dio Apollo, che raccoglie con la sua rete durante le uscite in mare notturne. Pensa bene di tenerla con sé, ma non ha fatto i conti le autorità della zona,

commettendo tra l’altro un’ingenuità, la richiesta di una valutazione. In un paese occupato, che i giovani vogliono abbandonare, inseguendo forse il mito dell’Europa, l’amore è un percorso ad ostacoli più che altrove, anche se è proprio il luogo dove tutti vogliono far sposare tutti: la sorella di Issa cerca moglie per il fratello; e Siham, vedova con una figlia in età da marito vorrebbe vederla vestita da sposa. Il matrimonio, d’altronde qui sembra l’unica via d’uscita da una vita angusta ma Issa vuole anche l’amore, per poter sognare e non si arrende alla sua età.
I registi, classe 1998, nati un anno dopo la chiusura di tutti i cinema di Gaza, che da qualche anno vivono a Parigi, Tarzan (Ahmad Abou) e Arab (Mohammed Abou) Nasser – è stato il padre, insegnante, a dare loro questi soprannomi – scrivono e dirigono una deliziosa tragicommedia con echi surreali che, la critica sottolinea, un po’ ricordano Kaurismäki e un po’ ricordano Suleiman. “Il cinema si può fare a Gaza, ma non è cinema libero, come hanno dichiarato in un’intervista a io donna. Perché non lo è la situazione politica. E a Gaza non ci sono gli strumenti che ci servono: videocamere, luci, l’elettricità non è regolare. Non ci sono troupe professionali e le autorizzazioni sono difficili da ottenere. Si possono fare solo cose emergenziali: alla fine abbiamo deciso di andarcene perché i problemi sono troppi. Prima di arrivare in Francia siamo rimasti bloccati in Giordania per 4 anni e mezzo. Lì abbiamo girato il nostro secondo cortometraggio”.
Gaza mon amour
| Regia | Tarzan Nasser, Arab Nasser |
| Produzione | Les Films du Tambour (Rani Massalha, Marie Legrand), Riva Filmproduktion (Michael Eckelt), Ukbar Filmes (Pandora da Cunha Telles, Pablo Iraola), Made in Palestine Project (Rashid Abdelhamid), Jordan Pioneers (Khaled Haddad) |
| Durata | 87’ |
| Lingua | Arabo |
| Paesi | Palestina, Francia, Germania, Portogallo, Qatar |
| Interpreti | Salim Daw, Hiam Abbass, Maisa Abd Elhadi, George Iskandar, Hitham Al Omai, Manal Awad |
| Sceneggiatura | Tarzan Nasser, Arab Nasser in collaborazione con Fadette Drouard |
| Fotografia | Christophe Graillot |
| Montaggio | Véronique Lange |
| Scenografia | Tarzan and Arab Nasser |
| Costumi | Hamada Atallah |
| Musica | Andre Matthias |
| Suono | Tim Stephan, Roland Vajs, Pedro Góis |
a cura di Ilaria Guidantoni















