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Home Angels & Incubators

Lerro (Aiec), ecco perché in italia l’equity crowdfunding è ritardo

bebeezbybebeez
13 Luglio 2015
in Angels & Incubators, Dati e analisi
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Alessandro Lerro
Alessandro Lerro

Pubblichiamo qui il testo originale del commento di Alessandro Lerro, presidente dell’Associazione italiana Equity Crowdfunding (Aiec), di cui MF-Milano Finanza ha pubblicato un estratto lo scorso sabato 11 luglio.

 

EQUITY CROWDFUNDING: GUARDARE INDIETRO PER PUNTARE AVANTI
di Alessandro M. Lerro

In questi giorni è in corso la consultazione della Consob sul nuovo regolamento per l’equity crowdfunding ed, inevitabilmente, è tempo di bilanci.

Il mercato ha mosso poco, circa 2,25 milioni di euro, tuttavia il trend è in forte crescita poiché il volume è raddoppiato nell’ultimo trimestre. Però qualcuno parla di flop e di respo,nsabilità, con qualche accusa rivolta sottovoce alle piattaforme di crowdfunding.

Allora vediamo quali sono i principali problemi di questo mercato, che nel 2014 ha generato un volume di 1,11 miliardi di dollari ed in tutto il mondo sta letteralmente esplodendo (in Francia 25 milioni in un anno, in Germania oltre 12 milioni nel solo primo trimestre 2015, per non parlare degli elevatissimi volumi angloamericani).

Come gli investitori americani preferiscono parlare dei loro fallimenti, più che dei loro successi, questa analisi vuole fornire spunti di riflessione esclusivamente per orientare una rilettura costruttiva del sistema, proprio per guardare avanti e migliorare.

La prima causa della rallentata partenza dell’equity crowdfunding italiano è un macroscopico errore di comunicazione: dovunque si è sentito e si sente tuttora parlare di uno strumento per finanziare idee: niente di più sbagliato! Non si può chiedere al crowd, ma nemmeno ad investitori più sofisticati, di finanziare una mera idea: in tutto il mondo l’equity crowdfunding finanzia aziende, realtà economiche studiate, costruite avviate, proprietarie di assets, ancorché immateriali, con una chiara roadmap verso il successo.

Nessuno, nemmeno un investitore altamente professionale, con un elevatissimo profilo di rischio, potrebbe prendere in considerazione progetti privi di detti requisiti e basati su mere idee. Le idee si finanziano con il c.d. bootstrapping, l’investimento personale dei soci, il prestito bancario ed eventualmente qualche piccolo contributo pubblico per favorire l’innovazione.

Quindi parlare di strumento per finanziare idee è un assoluto controsenso che mal posiziona il crowdfunding, creando aspettative irrealizzabili e stravolgendo le logiche di dealflow.

Un secondo cortocircuito informativo e comunicativo riguarda l’aspettativa di successo. Come sanno bene i venture capitalist, la nuova Facebook o la nuova Google sono unicorni che abitano i sogni di gloria degli aspiranti miliardari. L’investimento in capitale di rischio deve puntare ad obiettivi più raggiungibili, talora un multiplo del valore, talora buoni dividendi. Però un investimento early stage comporta certamente anche una futura inevitabile diluizione per la necessità di ulteriori round di capitalizzazione.  Un investitore professionale, invero, tende a seguire tutti gli investimenti successivi fino alla exit ed i due milioni iniziali diventano facilmente cinquanta. Se questa è la logica, l’investitore retail dovrà probabilmente puntare su qualcosa alla sua portata, magari con rischi accettabili ed una prospettiva di redditività proporzionata, non certo la nuova Facebook. L’equity crowdfunding è un grandioso strumento di democratizzazione della finanza che consente a chiunque di avere le stesse opportunità di un venture capital, non già uno strumento di caccia di unicorni.

Il terzo problema dell’equity crowdfunding italiano è congiunturale e consiste nella scelta legislativa iniziale di puntare sulle start-up innovative, che tra tutte le aziende sono le più difficili da capire e valutare e quelle sulle quali l’asimmetria informativa è più evidente.

L’obiettivo, certamente pregevole, era di sostenere le aziende con maggior impatto potenziale sulla crescita del Paese, quindi con finalità macroeconomiche.

Recentemente l’Investment Compact ha fornito una buona soluzione estendendo lo strumento del crowdfunding a tutte le PMI innovative, cioè a società che, pur nella verticale dell’innovazione, hanno una storia sulla quale effettuare delle valutazioni concrete e non cabalistiche. E’ auspicabile una ulteriore estensione, poichè tra le candidate più idonee ad un finanziamento pubblico ci sono proprio quelle che svolgono attività commerciali tradizionali, su base locale, a forte coinvolgimento popolare (es. ristoranti, entertainment, …).

Peraltro in questi casi, un’ampia partecipazione pubblica porterebbe con sè un forte controllo sociale, con importanti ricadute sul piano qualitativo, fiscale, ….

La quarta è più rilevante causa di ritardo nello sviluppo dell’equity crowdfunding sta nel sistema troppo ingessato posto in essere dal Regolamento n. 18592 della CONSOB e, soprattutto, nella necessità di profilazione MIFID per gli investimenti superiori a 500 euro. Ciò ha comportato una catena di disfunzioni: la necessità per le piattaforme di reperire un partner bancario, la scarsa informatizzazione della finanza retail, la complessità di un processo che scoraggia, più che informare. Si tratta di problemi fatali in un Paese come l’Italia, che ha una scarsissima propensione per l’investimento in capitale di rischio (negli ultimi 15 anni raramente il valore complessivo del venture capital e dell’angel investing ha superato i 100 milioni di euro, contro i circa 25 miliardi degli USA).

In un Paese dove tradizionalmente non si investe in imprese, ma in mattoni, gli investimenti che creano valore e lavoro non devono aggiungere nuove paure alla già innata italica ritrosia; devono essere incentivati, con una comunicazione formativa appropriata. La pubblica consultazione in corso in questi giorni porterà ad un nuovo regolamento che, auspicabilmente, farà tesoro delle esperienze maturate, correggendo il tiro.

Invero, la normativa nazionale nasce da un errato posizionamento: si è pensato all’equity crowdfunding come ad una variante del crowdfunding reward-based, immaginando una massiccia presenza di investitori retail impegnati con piccole somme, in un classico modello a coda lunga.

Invece, l’equity crowdfunding si sta dimostrando uno strumento per investitori sofisticati, se non proprio per angel investors, soprattutto in Italia. Mentre le medie di investimento pro capite di CrowdCube, il leader di mercato europeo, sono di circa 3.500 euro, la media italiana è di 10.250 euro, quasi il quadruplo. Forse la ragione sta nella complessità normativa, che scoraggia il retail più dell’investitore esperto; o forse l’equity crowdfunding sta assumendo un ruolo di strumento di diversificazione per gli investitori sofisticati che vogliono puntare sull’economia reale.

Questi problemi non solo si sono riverberati su una complessiva inefficienza del sistema, ma hanno direttamente colpito il deal flow delle piattaforme: queste hanno ricevuto moltissimi progetti del tutto iniziali, delle mere idee prive di costrutto, assolutamente incandidabili per una sollecitazione di pubblico risparmio. Si sono visti power point di poche pagine privi di business plan, o piani finanziari che non avrebbero superato un esame del primo anno in una business school. A fianco a tanti incubatori che creano un immenso valore, ce ne sono molti altri concentrati solamente sull’affitto di scrivanie e sulla vendita di qualche corso di formazione, per fare passare il tempo ai neolaureati in cerca di prima occupazione.

La difficoltà di trovare start-up effettivamente ben costruite, dotate di qualità, progettualità, analisi e prospettive, ha fatto sì che di 14 piattaforme autorizzate da Consob ne siano partite solo sei o sette, con pochi deal ciascuno.

Dall’altra parte, proprio le piattaforma hanno fatto un gran lavoro nella selezione dei progetti, tanto che la media di quelli finanziati con successo è attualmente del 40%, circa quattro volte quella americana: ci sono quindi poche piattaforme attive, pochi progetti, ma a quanto pare decisamente validi.

Qualcuno osserva che le piattaforme non hanno profuso grandi investimenti nei relativi business; invero, in genere gli investimenti che si vedono sono quelli in marketing e usabilità e, finora, non c’è stato un granchè da promuovere, mentre l’usabilità è stata compromessa dalla procedura imposta dalla Consob. Auspicabilmente, le piattaforme dovranno investire e lavorare sul customer service, sui processi, sulle logiche di community, per essere pronte a gestire al meglio il mercato ora che, grazie alle esperienze fatte, agli errori commessi, e alle intuizioni di chi governa, verranno poste le basi per far partire l’equity crowdfunding italiano 2.0.

In questo momento, dunque, il punto focale per sostenere l’espansione ed il successo del crowdfunding come strumento di raccolta di capitale di è il Regolamento Consob in fase di revisione e le sue imminenti modifiche che dovranno rilanciare il settore.

Tags: Alessandro lerroConsobEquity crowdfunding

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