
Al Forte Pietro Leopoldo I di Forte dei Marmi, dopo il restauro e il riallestimento degli spazi, è di scena fino al 27 settembre (con l’auspicio fin da ora di una proroga) Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito (si veda qui il comunicato stampa), a cura di Nadia Bastogi, storica dell’arte specializzata sulla pittura del Seicento e direttrice scientifica della Fondazione De Vito, promossa dal Comune di Forte dei Marmi e dalla Fondazione Villa Bertelli, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito per la Storia dell’arte moderna a Napoli; la mostra è accompagnata dal catalogo, edito da Pacini Fazzi.
Bebeez ve la suggerisce perché offre un’antologia di qualità sul Seicento a Napoli, città allora di primaria importanza, dallo spirito colto e internazionale, in grado di riassumere il Secolo d’oro della pittura partenopea; e perché rappresenta un focus sul collezionismo e in particolare sulla Collezione De Vito, raccolta mirata e consapevole di chi “comprava per studiare e studiava per comprare”, oggi con un’attività importante di mecenatismo per i giovani studiosi di storia dell’arte.

L’esposizione, importante per il territorio per destagionalizzare il turismo, vuol essere un obiettivo mirato, nello spirito della Collezione, con autori, spesso non così famosi al tempo, in una prospettiva cronologica. Il fil rouge, che annoda focus tematici, è rappresentato dal naturalismo caravaggesco, diversamente interpretato dagli artisti ma sempre improntato al realismo e alla luce scenografica e drammatica nel dipinto.
Tra l’altro l’esposizione si inserisce nelle celebrazioni di 2.500 anni di Napoli che nel Seicento (la città più popolosa insieme a Parigi e Londra) vive come sede dei Vicerè spagnoli un momento di grande fermento culturale, malgrado l’eruzione del Vesuvio del 1631, la rivolta di Masaniello del 1647 e la peste del 1656 che uccise molti degli artisti del tempo.
Dopo il successo ottenuto nei musei francesi Magnin di Digione e Granet di Aix-en-Provence e nel Museo Diocesano di Napoli, un corpus significativo di dipinti della Fondazione è presentato per la prima volta in Toscana; mentre un nucleo limitato era stato esposto nella mostra a Prato nel 2019 Dopo Caravaggio.

L’esposizione ripercorre l’evoluzione della pittura napoletana dopo la svolta determinata dalla presenza a Napoli di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, proveniente dalla scuola lombarda nei bienni 1606-1607 e 1609-1610 (seguito dalla pesante condanna a morte per l’uccisione del Tommasoni), attraverso 39 dipinti dei maggiori protagonisti, dai primi suoi interpreti agli altri artisti che, poi, rielaborarono il linguaggio in forme più orientate verso il Classicismo e il Barocco.
Il punto di vista è quello del collezionista Giuseppe De Vito (Portici 1924-Firenze 2015) che ha intrecciato la sua attività di ingegnere imprenditore con quella di studioso, riunendo, dagli Anni Settanta del Novecento, i dipinti dei maggiori artisti partenopei, alcuni veri e propri capolavori. Una Collezione unica nel suo genere, caratterizzata dalla predilezione per la corrente naturalista e dall’approfondimento delle fonti allora poco in uso. Non è stato bulimico ma si è concentrato sulla selezione e lo studio mirato del Seicento fino agli Anni Settanta di quel secolo, di cui è stato uno dei maggiori conoscitori. La Collezione, costituita nel 2011 per promuovere lo studio dell’arte moderna a Napoli, è conservata a Villa di Olmo, a Vaglia (Firenze), nella sede della Fondazione che porta il suo nome e quello della moglie Margaret.

L’occasione vuole sottolineare una ricchezza per tanto tempo trascurata: Caravaggio fu dimenticato dopo un ventennio dalla morte e riportato alla luce da Venturi e Longhi, contro il parere di Berenson che gli preferiva Jusepe de Ribera (spagnolo, che soggiornò a lungo a Napoli); il vero recupero fu con l’esposizione milanese del 1951. Più noti invece i caravaggeschi che cominciarono a viaggiare.
L’allestimento semplice alleggerisce lo sguardo su una pittura imponente spesso associata a colori carichi, come la scelta sul muro bianco di alternare pannelli cerulei scuri che richiamano il cielo e il mare di Napoli, e ne guadagna la fruizione di uno sguardo moderno. Lodevole l’illuminazione teatrale che valorizza i dipinti.
Il percorso della mostra, progettato dall’architetto Marco Francesconi, in ordine cronologico appunto, cerca di definire le relazioni tra i vari artisti, l’affermarsi dei diversi generi e lo scambio con artisti quali il bolognese Guido Reni.
Una prima sezione documenta l’influenza a Napoli delle opere di Caravaggio e l’avvio della corrente naturalista con artisti che per primi recepirono il portato del luminismo caravaggesco nella nuova interpretazione dei soggetti sacri e la presenza determinante dal 1616 dello spagnolo Jusepe de Ribera, presente con un capolavoro datato e importante per la sua bottega che dal suo arrivo nel 1616 durò fino al 1652.

Nella prima sala Giovanni Battista Caracciolo, detto il Battistello, il primo discepolo di Caravaggio, che ne riprende il soggetto, San Giovanni Battista fanciullo, e il luminismo con maggiore sentimentalismo. Da notare anche una delle icone della Collezione, Fanciulla che odora una rosa, forse allegoria dell’odorato o dell’amore, con un taglio enigmatico del cosiddetto Maestro degli annunci ai pastori.
Nella seconda sezione, un gruppo di tele, realizzate tra la metà degli Anni Trenta e gli anni Cinquanta del Seicento, documenta la vivacità e la varietà della scena napoletana; in particolare l’affermazione di quadri di “figure in piccolo”, richiesti dal collezionismo privato, con rappresentazioni sacre e profane e l’incidenza delle figure femminili, protagoniste della devozione napoletana. Altro tema la “battaglia senza eroe”, centrata sulla zuffa. La terza sezione è dedicata alla Natura morta, che a Napoli ebbe una forte matrice caravaggesca con una vera e propria scuola di successo anche fuori dai confini locali a partire da Luca Forte.

L’ultima sezione documenta gli sviluppi verso il Barocco, dalla metà del Seicento con l’arrivo di Mattia Preti nel 1653 e Luca Giordano, artisti di grande fama, entrambi rappresentati in collezione con opere importanti. Di Preti Scena di carità con tre fanciulli mendicanti, detti “Lazzaroni” (e non Scugnizzi, termine ottocentesco), splendida, su un tema caro alla Controriforma e raro su grandi dimensioni.
Tra gli artisti presenti in mostra, oltre ai citati, si segnalano Francesco Fracanzano, Paolo Finoglio e Giovanni Ricca, sino a Massimo Stanzione, Aniello Falcone, Micco Spadaro, Bernardo Cavallino, Andrea Vaccaro, Antonio De Bellis, e la stessa Artemisia Gentileschi a Napoli dal 1629 alla morte (a parte una parentesi inglese).
Uno spazio della mostra alla fine è dedicato a De Vito, la sua partecipazione alle mostre degli Anni Ottanta sul Seicento napoletano, gli intensi rapporti intrattenuti con musei, istituzioni culturali, studiosi, galleristi e la creazione del periodico Ricerche sul ‘600 napoletano, attraverso l’esposizione di documenti e materiali in gran parte inediti che possono essere posti in rapporto con le opere.
a cura di Ilaria Guidantoni














