Non tutti i Comuni italiani hanno un problema di riscossione. Ma quelli che ce l’hanno, ce l’hanno molto serio. I tributi locali non riscossi ammontano complessivamente a circa 33,7 miliardi di euro e oltre il 60% di questo stock, pari a oltre 21 miliardi di euro, è concentrato in appena il 14% dei Comuni italiani. A evidenziarlo è stata Katia Mariotti, co-general manager di AMCO, nel suo intervento alla tavola rotonda dell’annual di Unirec a Milano lo scorso 20 maggio, di cui BeBeez è stato media partner (si veda altro articolo di BeBeez ).
Il dato (fonte: Centro Studi Enti Locali) fotografa un sistema fortemente disomogeneo, che aiuta a comprendere le ragioni dell’intervento previsto dalla Legge di Bilancio 2026, che ha affidato proprio ad AMCO un nuovo ruolo nel supporto alla riscossione degli enti locali.
Il tema non riguarda infatti soltanto la dimensione complessiva dei crediti non riscossi, ma soprattutto la loro distribuzione territoriale. “Il punto non è solo la dimensione: è come il fenomeno è distribuito” e “quando parliamo di tributi locali non parliamo solo di una materia tecnica: parliamo di servizi pubblici, di equità tra cittadini e della credibilità delle istituzioni nel far rispettare regole che devono valere per tutti”, ha spiegato Mariotti, che ha aggiunto: “Ci sono realtà in cui la riscossione funziona già bene e altre, spesso Comuni più piccoli e meno strutturati, in cui mancano risorse, strumenti e capacità organizzative adeguate”.
Proprio nei centri di dimensioni minori, la carenza di risorse amministrative e infrastrutturali rende più difficile strutturare processi di recupero efficaci e, in alcuni casi, persino predisporre procedure competitive per l’affidamento esterno dei servizi.
Il comma 662 della Legge (si veda qui il Dossier di Camera e Senato) prevede infatti che gli enti locali possano affidare a uno o più patrimoni destinati di AMCO il servizio di riscossione coattiva delle entrate tributarie e patrimoniali. L’obiettivo dichiarato è quello di superare le criticità strutturali che caratterizzano alcune amministrazioni e incrementare la capacità di recupero dei crediti.
Mariotti ha però tenuto a precisare che il nuovo ruolo di AMCO non è stato concepito per sostituire gli operatori privati già attivi nel settore. “AMCO non nasce per sostituire il mercato della riscossione”, ha sottolineato. “Il modello previsto è orientato a una logica di ecosistema: AMCO opera in sinergia con operatori privati qualificati, selezionati con procedura competitiva, nel rispetto dei principi di trasparenza, imparzialità e concorrenza”.
La società controllata dal Ministero dell’Economia immagina infatti un ruolo di coordinamento più che operativo. “AMCO svolge un ruolo di orchestratore e garante della qualità del sistema, non è un player operativo in più”, ha sottolineato Mariotti. L’attività verrà gestita attraverso un patrimonio destinato dotato di autonomia e segregazione patrimoniale, mentre l’operatività sarà affidata agli operatori selezionati tramite procedure di gara.
Secondo AMCO, la scelta del legislatore di individuare la società come soggetto centrale del nuovo modello deriva da alcune caratteristiche specifiche: la solidità patrimoniale, l’elevata liquidità disponibile, il controllo pubblico attraverso il MEF e una mission aziendale ritenuta coerente con gli obiettivi di sistema della riforma.
Mariotti ha infine aperto anche agli operatori finanziari interessati a entrare nel comparto. Alla domanda se gli intermediari ex articolo 106 del Testo Unico Bancario possano operare in questo segmento, la risposta è stata positiva, pur con alcune condizioni. “La risposta è sì, nella misura in cui si dotino degli strumenti normativi e della capacità tecnica per farlo”, ha spiegato. Oltre all’iscrizione all’albo previsto dall’articolo 53 del decreto legislativo 446/1997, saranno infatti necessari sistemi tecnologici dedicati e competenze specialistiche per gestire in modo efficace l’attività di riscossione.
Più che un intervento sul recupero dei crediti in senso stretto, il progetto delineato da AMCO sembra quindi puntare a costruire un’infrastruttura nazionale in grado di portare capacità operativa e standard minimi nei territori dove oggi la riscossione locale mostra le maggiori fragilità. Un mercato che vale decine di miliardi di euro e che, almeno nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe continuare a coinvolgere attivamente anche gli operatori privati specializzati.












