
Dopo un mese che ha visto svolgersi un denso programma di spettacoli spaziare dal teatro alla danza e alla musica, oltre ad appuntamenti letterari, progetti speciali e mostre d’arte, si conclude domani la ventiseiesima edizione del CampaniaTeatroFestival (si veda altro articolo di BeBeez), organizzato dalla Fondazione Campania dei Festival e diretto dal drammaturgo e regista Ruggero Cappuccio che per la rassegna di quest’anno ha scelto il claim Universo di Pace. “E’ questo”, ha sottolineato il direttore, “il pensiero-guida del Festival 2026. Non è soltanto un invito per la pace tra i popoli, ma un’esortazione a costruire pace dentro ciascun essere umano, perché anche la persona è universo. Il teatro è la palestra ideale per sviluppare i muscoli della tolleranza, della generosità e dell’altruismo”.
Circa le proposte di questo fine settimana, tra quelle di oggi segnaliamo Il seme della concordia (a Palazzo Coppola, Valle di Sessa Cilento, Salerno), di cui Renato Salvetti ha curato soggetto, sceneggiatura, regia e musiche. E’ la storia della nascita di una scuola gratuita di musical sostenuta dal CampaniaTeatroFestival, dedicata in particolare ai bambini che da subito hanno partecipato con entusiasmo ai laboratori di preparazione. Un argomento che suscita perplessità se non opposizione tra alcuni genitori e insegnanti è la guerra, il tema scelto per il musical, ritenuto troppo delicato vista l’età dei partecipanti. Sono stati invece i bambini, mostrando inaspettata maturità, a far sapere di voler affrontare la tematica, ritenendola non solo adatta ma necessaria. Progetto di Chrisss Costa e Antonio Nardelli, Bambole/Dolls (al Parco Urbano Pinetamare, Castelvolturno, Caserta) è l’esito di una sfida creativa: concepire e realizzare un evento corale coinvolgendo dieci ragazzi provenienti da quattro diversi continenti. L’azione scenica si struttura come una serie di dieci momenti narrativi che riflettono la complessità del vissuto dei giovani attori in cui si alternano dolore, rabbia, speranza e senso di giustizia.

Il programma di domani prevede La morte e la fanciulla, pièce di Ariel Dorfaman (alla Sala Assoli, già recensita su queste pagine), diretta da Elena Bucci, anche protagonista, con accanto Marco Sgrosso e Gaetano Colella. Lettera di una sconosciuta (al Teatro Nuovo), è un testo da Stefan Zweig, adattato e messo in scena da Davide Sacco e interpretato da Giordana Faggiano. Nel giorno del suo compleanno un celebre scrittore riceve una lunga missiva anonima: a scriverla è una donna che, senza mai farsi riconoscere, ha trascorso la sua vita all’ombra di lui. Un amore consumato in segretezza, dall’infatuazione adolescenziale al presentimento della fine imminente. Euridice Axen (anche in scena) e Nadia Baldi (regista) firmano il progetto La creatività è l’intelligenza che si diverte, un laboratorio-spettacolo durato dieci giorni, aperto a 25 attrici e attori, la cui restituzione è in programma al Ridotto del Teatro Mercadante. La drammaturgia è tratta da autori vari che si occupano dell’espressione creativa, componente fondamentale dell’intelligenza che permette di trovare soluzioni alternative e comunicare l’indicibile.
Come accennato nel precedente articolo sul Festival, parliamo ora degli spettacoli visti nei giorni scorsi, alcuni dei quali torneranno nelle sale nel corso della prossima stagione. Tra le ospitalità internazionali, dalla Spagna è arrivata l’attrice Andrea Jiménez che ha presentato Casting Lear di cui è autrice, firmandone anche la regia insieme a Ursula Martinez. Si tratta di un originale format da lei inventato che prende spunto dal Re Lear scespiriano, intrecciando la nota trama con la sua biografia, secondo i crismi dell’autofiction. Per ogni rappresentazione, come rimanda il titolo, viene scritturato un diverso attore (a oggi sono 126) che ignora quello che sarà chiamato a fare in palcoscenico. Nelle due repliche napoletane si sono alternati Paolo Mazzarelli ed Enrico Ianniello, quest’ultimo nella nostra serata, a cui viene fornito un auricolare tramite il quale un suggeritore (Pablo Gallego) porge le battute del re (in spagnolo, usando la traduzione del drammaturgo Juan Mayorga, con traduzione italiana sovratitolata), lasciandolo libero d’improvvisare. Prima di cominciare, Jiménez fa una breve intervista in italiano al collega conosciuto poco prima, chiedendogli se ha figli e che tipo di padre pensa di essere, poi prende il via la trama della tragedia dove l’attrice si sdoppierà nel ruolo di Cordelia e in quello del Fool.

Veniamo a sapere che lei ha subito la stessa sorte della figlia minore del re: quella di venir ripudiata dal padre quando aveva solo 17 anni, rifiutandosi di negoziare l’amore con il denaro o, nel caso di Cordelia, con terre e potere. L’uomo, facoltoso immobiliarista, non aveva accettato la sua scelta di fare l’attrice e di andare in Francia a studiare mimo e clownerie con Jacques Lecoq, decidendo di ripudiarla scrivendole una mail che Jiménez farà leggere, ma in silenzio, all’attore. Questa rottura è stata per lei dolorosa e le è costata ben dieci anni di analisi, ma ora, creando questo lavoro, ha avuto modo, come dice con fulminante autoironia, di “monetizzare il trauma”. Al padre è toccata poi la stessa sorte di Lear, perdendo non il regno ma tutto il patrimonio a causa di una crisi finanziaria e, al pari di Cordelia, Andrea lo rivedrà dopo anni, non debole e con la mente ottenebrata, ma in perfetta salute, in occasione dalla vigilia di Natale. Non hanno parlato del passato ma è riaffiorato quel reciproco affetto di quando lei era bambina. A questo punto si esce dalla trama per lasciar spazio a un’analisi testuale del Lear da parte dell’autrice che definisce “tossico” il perdono del re: l’uomo gronda narcisismo e pone l’accento solo sul suo dolore e non su quello toccato alla figlia. Una riflessione appropriata di taglio femminista, prima di chiudere con una dichiarazione d’amore per il teatro, oggi quanto mai necessario. Rileggere il Lear in chiave così originale e inattesa è un sicuro merito dello spettacolo (che sarà al Festival di Avignone il 24 e 25 luglio) al cui successo ha contribuito sia la versatilità e il rigore della protagonista che la performance di Ianniello, sensibile e partecipe Lear.

Contrazioni (tradotto da Monica Capuano) è un testo del 2008 del drammaturgo inglese Mike Bartlett (di cui ricordiamo gli allestimenti italiani di Un Intervento, Cock e Bull): in quell’anno su tutti i giornali del mondo si parlava di mobbing e proprio di questo tratta la pièce. La trama verte sulla relazione speculare tra una manager di cui ignoriamo il nome ed Emma, giovane ed apprezzata dipendente. Convocata per un colloquio, quest’ultima si trova sulle prime a rispondere su questioni che riguardano gli aspetti del suo lavoro, ma negli incontri successivi le domande iniziano a invadere la sfera personale e addirittura quella intima. Deve infatti ammettere di aver avuto rapporti sessuali con il collega Darren con cui ha poi iniziato una relazione sentimentale: a detta della manager questo confligge con le regole della società che Emma ha sottoscritto.
Costretta a supporre quanto tale relazione potrà durare, lei ipotizza sei mesi: trascorso tale periodo, pur di non perdere l’impiego, i due, nonostante Emma sia incinta, sono costretti a lasciarsi, separazione sancita dal trasferimento di lui, mandato fuori Londra. Nasce il bimbo e questa creatura viene considerata comunque un legame tra loro, per questo Darren viene spedito a Kiev, col risultato di non poter più esercitare il ruolo di padre. L’intento persecutorio non si arresta neppure quando il bambino muore: non basta il certificato ma alla madre viene chiesto di riesumare il corpo e consegnarlo alla dirigente per il test del DNA. L’ultimo oltraggio, a causa dello stress e dei risultati meno brillanti, è quello di imporle una terapia psichiatrica. Emma chiede di potersi dimettere ma le si risponde che la società le farà causa e che non troverà più un altro lavoro: a questo ennesimo ricatto lei cede di nuovo, ormai diventata vittima sacrificale. La vicenda immaginata da Bartlett si spinge agli estremi ma vuol essere una critica feroce alla precarietà, alla competizione spietata e al controllo del potere su tutti gli aspetti della vita dei sottoposti, costringendo i più deboli ad accettare quello che non è accettabile pur di sopravvivere. La regia dell’italo-egiziano Yaser Mahamed ha la felice intuizione di far agire i colloqui come un match di pugilato in dieci riprese, con la sedia di Emma che si avvicina sempre più alla scrivania della manager alla quale l’efficace Gea Martire conferisce accenti ora melliflui ora sprezzanti, alternando facile ironia a intimidazione, suonando talvolta un po’ troppo impostata, mentre l’Emma dell’attrice italo-palestinese Dalal Suleiman gioca giustamente su naturalezza e candore.

Se in Bartlett il conflitto è tra l’impresa e il privato, il drammaturgo americano David Mamet in Il bosco lo fa deflagrare tra una coppia di (presunti) innamorati. Nick e Ruth si trovano nella casa di vacanze al lago di lui per trascorrere qualche giorno insieme. Lo scopo è quello di allontanarsi dalla città alienante per ritrovare se stessi, coltivare l’ideale di un amore puro e mettersi in comunicazione con la natura del posto, assai presente con le voci degli animali, i rumori delle piante e dell’acqua. E’ il crepuscolo e la coppia sembra in perfetta armonia: si raccontano storie bizzarre accadute a genitori e nonni ed episodi della loro adolescenza. Le cose peggiorano con l’avanzare della notte. Ruth appare alla ricerca di un contatto profondo con il partner, ma eccede nel romanticismo e nella logorrea. Dal canto suo Nick comincia a manifestare insicurezza e paura, soprattutto della solitudine: al crollo psicologico tenta di reagire con la violenza, imponendo un rapporto sessuale che la donna rifiuta, finendo per essere colpita con il remo della barca di famiglia.
Sconvolta, Ruth annuncia di attendere la mattina seguente per andarsene, supplicata da Nick di non abbandonarlo, consapevole del grave errore commesso. Riuscirà a convincerla e a trovare insieme il giusto equilibrio per una soddisfacente relazione? Tra i molti, eccellenti testi di Mamet, Il bosco (scritto nel 1977 e tradotto da Rossella Bernascone) si può collocare tra i minori, pur conservando le caratteristiche della sua scrittura scarna e nervosa, specchio del logoramento del legame e dell’incapacità di manifestare desiderio senza trasformarlo in dominio o in fuga, facendo della coppia quasi un archetipo del maschile e del femminile. La regia di Maria Grazia Solano necessita di maggior compattezza e qualche asciugatura, in tal modo favorendo la prestazione dei generosi interpreti Alessandro Mor e Marina Sorrenti.

Viene spontaneo associare il nome del poeta e scrittore Ferdinando Pessoa alla sua città, Lisbona, ed è proprio su questa simbiosi che Luca Cedrola ha scritto la drammaturgia di Lisbona-Negli occhi di Ferdinando Pessoa di cui Graziano Piazza è interprete e regista. L’attore, in scena con il musicista Paolo Coletta, appare vestito di un abito nero e un cappello a tesa larga, davvero simile al personaggio. L’incipit suona come una dichiarazione d’amore alla “città della luce”. C’è la descrizione minuta di quanto Pessoa vede dalla finestra del suo appartamento: le persone intente alle loro occupazioni quotidiane nella case e per la strada, i ragazzini che giocano e gli echi del fado. Dopo queste immagini di apparente serenità, il poeta bruscamente inizia a fare amare considerazioni sul suo privato e sulla sua esistenza che nel 1935 sta per volgere al termine: si definisce una persona mai amata che ha gettato via la vita, di essere stato altro da sé per troppo tempo e di non aver ricevuto un consenso pari ai suoi meriti. Decisamente non lusinghiero è anche il suo giudizio sul prossimo: dice di aver nausea dell’umanità e compiange le persone che credono di essere felici e non lo sono, finendo per sembrargli marionette. Trova consolazione nell’alcol (morirà infatti di cirrosi epatica) ed è proprio di lui alticcio e sorridente l’ultima immagine che Piazza ci regala, nel contesto di un lavoro ancora in progress e destinato a crescere nel corso delle repliche.
a cura di Mario Cervio Gualersi















