
Da Cassetti a Forte dei Marmi le ‘sculture da indossare’. Fino al 18 luglio la mostra La dimensione aurea di Gio’ Pomodoro, Gioielli, scatole preziose e piccole sculture, dedicata agli ornamenti, ché Giò Pomodoro non li chiamava gioielli, né faceva distinzioni tra arti maggiori e minori, nate nel corso dell’Ottocento, come ci ha raccontato il figlio Bruto Pomodoro. Tre teche espongono i monili tutti pezzi unici e alcune piccole sculture, per lo più studi, oltre il Sole Deposto del 1980, un’opera grande esposta all’esterno per creare un dialogo con la città. I due fratelli Pomodoro, giovani artisti, alle prime armi e con poche possibilità economiche nel

Dopoguerra, iniziano con la gioielleria, anche per far fronte a costi di produzione più contenuti. Vere e proprie sculture che nel tempo si dilatano. Come ha sottolineato Bruto Pomodoro è interessante il percorso che comincia dal gioiello e non arriva al gioiello rimpiccolendo la scultura. Ogni gioiello nasce tra l’altro da un progetto con una cura dei dettagli di taglio architettonico, un design ante litteram, talora senza indicazioni tecniche, diventa una vera e propria tavola acquarellata, a loro volta espressione artistica. La mostra offre in uno spazio commerciale l’incontro e la possibilità di acquistare un gioiello d’arte solitamente relegato in ambienti molto selettivi come ad esempio grandi gallerie o fiere di settore. Protagoniste le opere più rappresentative dell’artista: accanto ai gioielli-scultura, le superfici in tensione in bronzo riflettenti e i soli, che sono anche quelle oggi più ricercate dai collezionisti. Alle superfici riflettenti Giò Pomodoro si dedica tra il 1959 e i primissimi anni Settanta, per poi riprenderle alla fine della sua attività e risentono anche di una grande attenzione alla riflettenza che porta con sé l’idea di movimento e fluidità negli anni Sessanta e Settanta, abbracciata

in modo diverso da Castellani. Tra le opere in particolare ci ha colpito una spilla del 1964, un gioco cinetico, essendo mobile con l’idea che si muovesse portandola sul petto. Si tratta di una delle creazioni che ha viaggiato in tutto il mondo, che è stata esposta tra l’altro al Museo degli Argenti a Palazzo Pitti e al Guggenheim di New York. L’arte di Giò Pomodoro è stata anche una ricerca artigianale di grande sfida che ha riportato alla luce lavorazioni e fusioni antiche di cui si era perso la memoria come la fusione all’osso di seppia che ha incontrato nella Casa dell’Orafo sul Ponte Vecchio a Firenze che ha frequentato per un periodo. Così alcune scatole gioiello preziose che rappresentano una vera e propria sfida come l’intaglio dell’ossidiana.
a cura di Ilaria Guidantoni














