
Alireza Mohtashami, visual and conceptual artist, nato a Tehran, è di scena fino al 10 ottobre con le sue opere a La Ménagère a Firenze, città che lo ha adottato, con Reminiscenze, mostra inaugurata il 3 ottobre scorso nel luogo dei luoghi, che diventa uno spazio artistico e culturale per raccontare un periodo della vita dell’artista.
Ogni serie nasce con un concetto e una storia e fa un percorso per arrivare a diventare un’opera d’arte. L’arte non importa che sia bella o brutta ma l’importante è che dia un’emozione e che faccia riflettere, questa la convinzione di Mohtashami. “Noi siamo energia”, aggiunge l’artista, “e la creazione è la manipolazione di questa energia. Noi siamo venuti in questa terra per un motivo, ognuno di noi ha un percorso unico per imparare e disimparare. Dobbiamo seguire i segni che la vita ci mette misteriosamente davanti per viverla in modo migliore. La vita non è una gara ma semplicemente un’esperienza pieno di emozioni diverse”.

Ogni lavoro di Alireza pertanto è quasi un autoritratto. A volte realizzato con i semplici segni di un bambino e a volte con segni estremi. Ma in fondo è ciò che definisce in questo momento l’identità dell’“io” di Alireza, tema sul quale ha lavorato molto, e ne fa la testimonianza della sua presenza viva su questa terra. Una terra che ci fa vivere dalla semplicità all’estremità opposta, a volte a distanza di un attimo.
Lo “statement” della mostra
In questo periodo difficile della sua vita, segnato dal lutto per la perdita dell’adorata madre Shole, alla cui memoria è dedicata la mostra, l’artista ha trovato conforto e rifugio nel disegnare fiori, sia quello del giardino sia quelli presenti sui tappeti persiani. D’altronde i fiori e in particolare la rosa sono strettamente legati alla cultura persiana.
Il tappeto, che per Alireza è anche un elemento culturale e identitario venendo dalla Persia, è un compagno silenzioso, ci avvolge e ci accoglie ogni volta che vi appoggiamo i piedi ed è depositario di memoria anche per più generazioni. Il tappeto, fa notare Alireza, ha osservato con noi numerose memorie, belle e brutte, e in qualche modo, nelle sue forme di fiori calpestati, custodisce quei ricordi. Alireza prende queste forme di fiori dal tappeto, che sono come i suoi ricordi: a volte nitidi, altre volte sfocati, alcuni meravigliosi, altri amari. E’ una sorta di terapia il cui strumento è l’arte. I ricordi infatti si trasformano a seconda del momento e i fiori sono per lui essenzialmente ricordo, delicati ma anche forte, individualisti, talora infestanti eppure di grande bellezza. A proposito della memoria l’artista racconta: “A volte mi attengo fedelmente alle forme dei fiori, altre volte no. A volte siamo noi a calpestare i ricordi, altre volte sono i ricordi a calpestare noi. La vita è come un tappeto colorato, pieno di fiori (ricordi), ed è bello, ogni tanto, osservarlo da lontano per coglierne l’intero disegno”. In questo tappeto, a metà, si trova una simmetria che rappresenta il ricordo. Il ricordo è una dualità: tra l’io e un’altra persona, come tra l’io e la natura, perfino tra l’io e il sé. La simmetria può essere molto fedele all’altro lato, altre volte meno. Si dice che il messaggio di un’opera d’arte debba essere talmente chiaro da non richiedere spiegazioni o dichiarazioni. “Io credo, invece”, ribatte Mohtashami, “che l’arte autentica abbia a volte bisogno di essere introdotta dall’artista, con parole o attraverso un testo (statement), perché le emozioni sono così complesse che non si possono tradurre completamente solo attraverso l’aspetto visivo. Spesso, anche le parole del linguaggio non hanno il potere di trasmettere e esprimere le complesse emozioni umane”. L’artista è colui che riesce, in qualche modo, a convertire queste emozioni in un’opera, o perlomeno in gran parte di essa. Il fiore come anche l’occhio, protagonista della mostra e dell’arte di Mohtashami, è anche l’alterità, l’altro in cui ci si specchia e con il quale si entra in empatia, tema del quale l’artista parla spesso, il confronto con un’altra identità.

Chi è Alireza Mohtashami
Visual and conceptual artist, è nato in Iran il 13 settembre 1993 e si è laureato all’Accademia di Belle Arti di Firenze-Arti Visive e Nuovi Linguaggi Espressivi (Triennio e Biennio). Dopo aver terminato il liceo nel campo di Matematica e Fisica, ha iniziato il suo nuovo percorso artistico presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze nel 2013, nel campo Scultura e Installazione. Suona il pianoforte dall’età di otto anni e ha una approfondita conoscenza della musica ed anche della tecnologia nel campo del computer e Web Designing che lo hanno aiutato ad iniziare i suoi progetti artistici. Nei suoi lavori ci sono sempre tocchi della sua filosofia di vita, psicologia e la sensibilità sulle questioni attuali come Donne, LGBTQ+, Pace, Media, Riscaldamento Globale, Cancro, Identità, ed altre tematiche di attualità. Collabora con Marco Bechi (esperto e critico enogastronomico, food & wine blogger e collaboratore di SlowWine) per design, fotografia, video e editing dal 2015. Ha collaborato con l’artista Maryam Iranpanah in diversi progetti come il film artistico Avin per il quale Alireza ha composto tutta la parte sonora e musica; e con Britto Charette, interior designer di lusso basati a Miami (USA) e New York dal 2023. Nel 2012 è stato vincitore miglior foto di Shamse, Tehran. Tra le molte mostre ricordiamo nel 2021-2022 al Podere Belvedere Is it extreme?, a Pontassieve in provincia di Fireenze; Ristorante Diverso, a Firenze; Né nasco, né muoio!, La mostra Confluenze a Signa alle porte di Firenze; Un Sole Grande Grande Luminoso! a La Ménagère di Firenze; e nel 2023 Bodies, El-touch group, al Castello di Montauto, vicino Firenze.
a cura di Ilaria Guidantoni















