
Al Piccolo Teatro di Milano e poi in tournée due spettacoli che ci conducono attraverso il tempo: dall’inquietante Mein Kampf rivisitato da Stefano Massini per non dimenticare la peggior dittatura del secolo scorso, ai controversi anni Ottanta nei quali ci invita a calarci Licia Lanera, portando sulla scena Altri libertini, primo romanzo dello scrittore Pier Vittorio Tondelli.
Proibito in Germania per 70 anni esatti e tuttora in Austria dove possederne una copia è reato penale, nel 2016 tornava nelle librerie tedesche Mein Kampf, scritto da Adolf Hitler (1889-1945) che nel 1924 lo dettava nella cella del carcere di Landsberg. Alla domanda sul perché quelle parole avessero poi ipnotizzato le masse, cerca di rispondere Stefano Massini, autore (sua la Lehman Trilogy, da noi diretta da Luca Ronconi nel 2017, che gli è valsa il prestigioso Tony Award americano e che è in queste settimane è ancora in scena al National Theatre di Londra), regista e performer. “Fu proprio Ronconi, di cui nel 2000 ero assistente, a darmi l’idea di lavorare sul libro quando ai suoi allievi paragonò Riccardo III a Hitler. Mi sono chiesto se le stesse parole venissero dette oggi non da lui o da Goebbels o da Himmler ma da chiunque altro, prive di qualsiasi riferimento ad Auschwitz o ai forni crematori, ci troverebbero veramente così ostili. A distanza di un secolo quelle parole ci raggiungono con la stessa forza. Se ci colpiscono significa che l’albero che ha dato quei frutti continua a fiorire in altro modo: il rischio di questi tempi non è tornare a marciare nelle piazze con gli stendardi e la svastica, non è la costituzione di una nuova forma di nazionalsocialismo, bensì l’avvento di individui diversi da Hitler nei modi, nei toni e nell’iconografia, perfino nel repertorio socio-culturale-politico, ma che siano tuttavia in consonanza con il senso più profondo delle sue parole. La società contemporanea ha eretto un monumento al concetto di empatia, dimenticando che essere empatici non è parlare alla testa ma al petto, allo stomaco, alle viscere, dove l’istinto regna incontrastato. Oggi siamo in una fase in cui la rabbia, l’urlo, l’aggressività stanno diventando di nuovo un combustibile politico”.
Per scrivere il testo dello spettacolo l’autore non ha utilizzato solo il Mein Kampf ma anche i discorsi di Hitler e dei suoi principali sodali, in particolare quelli in cui il futuro fuhrer parla della scalata al potere da parte di un ragazzo venuto dal niente che gradualmente acquisisce consapevolezza di sé. All’inizio la scena è costituita solo da un pedana illuminata che simboleggia una pagina bianca: Massini avanza dalla platea e nel prologo racconta la terribile notte del maggio 1933 dove nel quartiere Mitte di Berlino furono bruciati migliaia di libri: 25.000 erano di Emil Erich Kastner, apprezzato scrittore per l’infanzia. Fu questo il segnale che spinse Bertold Brecht. Thomas Mann e molti altri a fuggire all’estero, ma non Kastner: chiedendo a Goebbels cosa avrebbe dovuto fare per poter rimanere in Germania, questi gli impose di presenziare a tutti i falò che avrebbero infine ridotto in cenere 100 milioni di libri. Con immaginabile sofferenza lui accettò e quando, a fine guerra ormai anziano, gli fu chiesto perché Mein Kampf fosse stato proibito, rispose che non era tanto per la paura del testo quanto dell’esperimento che esso racchiudeva.

Con Massini seguiamo poi il giovane Hitler prima nel suo villaggio in Austria dal quale sarebbe fuggito quasi ventenne per spostarsi a Vienna, ripetendosi come un mantra di non voler diventare un impiegato. Nella capitale sopravvive facendo il pittore da strada, dormendo all’ostello dei poveri e cominciando a nutrire sentimenti antisemiti. Nel 1913 al fine di non prestare il servizio militare per l’impero austro-ungarico, si trasferisce in Baviera e a 25 anni si arruola volontario nell’esercito del Kaiser Guglielmo II. Si dimostra coraggioso soldato sin dagli inizi della guerra nel frattempo scoppiata sino a quando, intossicato dal gas nervino, rischia la cecità: è durante la convalescenza nel 1918 all’ospedale di Pasewalk in Pomerania che, conscio dell’imminente resa della Germania, come poi racconterà in Mein Kampf, percepisce la forza straordinaria della disperazione che può diventare il motore della ribellione. Nel cortile del nosocomio si trova davanti una quantità di feriti e mutilati e ha la sensazione che rappresentino l’intero popolo tedesco, mai così offeso e umiliato ma anche pronto al riscatto e alla rivoluzione. E’ assillante la domanda che si pone su dove e come s’inizi per cambiare la storia, unito al fermo proposito di non marcire nell’irrilevanza. Tornato a Monaco l’anno successivo, rimane nell’esercito che viene impiegato anche per sopprimere le rivoluzioni socialiste in quel periodo divampanti in tutte le città della Germania. E’ dall’esercito e dalla polizia che viene incaricato di spiare le riunioni degli aderenti al Partito Tedesco dei Lavoratori, sospettato di essere un covo di rivoltosi. Qui sulle prime se ne sta in disparte, ascoltando senza mai intervenire, trovando i discorsi quantomeno noiosi e senza costrutto. Una sera però è lui a prendere la parola, sostenendo che la democrazia è un inganno e l’anticamera della rovina e che al Paese non serve dolore ma riscatto. Con sua sorpresa l’intervento infiamma i presenti tanto che il segretario del partito lo iscrive senza neppure consultarlo. Nel 1920 lascia l’esercito e diventa uno dei membri più influenti del partito: qui comincia la sua ascesa…

Tutto questo Massini ce lo racconta con toni che spaziano dall’enfasi alla pacatezza e con dovizia di testimonianze, supportato da pochi effetti a sorpresa (dall’alto cadono prima una valigia, un cappotto e un paio di scarpe e poi un’enorme quantità di libri) e un commento musicale carico di tensione, talvolta inframezzato da un fragore di vetri infranti. La generosità della sua prova crediamo voglia anche essere un monito per i giovani a riflettere bene sulle parole. Applaudito alla sala Strehler, prodotto dal Piccolo Teatro con lo Stabile di Bolzano e la Fondazione Teatro della Toscana, le scene essenziali di Paolo di Benedetto e gli ambienti sonori di Andrea Baggio, Mein Kampf sarà al teatro Sociale di Trento (6-10 novembre), Della Pergola di Firenze (12-17/11), Era di Pontedera (6 e 7 dicembre), Toselli di Cuneo (19/12) e Civico di Oleggio (14/12).

Venti giorni dopo la sua uscita nelle librerie nel 1980, nonostante il favore dei critici, del pubblico soprattutto di giovani e alla vigilia della terza edizione, Altri Libertini, primo libro di Pier Vittorio Tondelli (1955-1991) viene sequestrato dall’autorità giudiziaria per oscenità ma un anno dopo, al processo tenutosi a Mondovì, vengono assolti con formula piena sia l’autore che l’editore Feltrinelli. Che cosa c’era di così osceno nei sei racconti che compongono il volume? Naturalmente nulla se non un illuminante, veritiero, talvolta impietoso ritratto generazionale con un linguaggio quotidiano e spesso crudo, il sesso in tutte le sue variabili e la piaga della droga. I protagonisti (a seconda studenti, proletari o borghesi) hanno la stessa età dell’autore e le loro vicende, ora tragiche ora esilaranti, si muovono nel triangolo di Correggio (paese natale di Tondelli), Reggio Emilia e Bologna e si dipanano per circa quattro anni. In Postoristoro è la ricerca affannosa della dose di droga a occupare il centro dell’azione: per ottenerla ci si prostituisce allo spacciatore di turno come nel caso del bel Giusy, circondato nello squallido bar della stazione da un’umanità dolente e ormai abbruttita, come l’anziana Molly con la sua valigia di cartone o il coetaneo Bibo che rischia la morte per overdose, salvato all’ultimo da un buco in una parte innominabile del corpo. In Mimi e istrioni incontriamo le Splash, un quartetto di travestiti che impazzano nelle discoteche della provincia reggina sempre a caccia di uomini, pagando a volte lo scotto di essere derisi o malmenati. Senso contrario è la cronaca di una nottata convulsa e interminabile che l’io narrante (un ventenne senza nome) descrive da quando viene abbordato al bar da Ruby, suo amico bisessuale e occasionale amante dalla fedina penale non proprio immacolata, per una scorribanda verso una locanda di campagna dove cenare. A loro si aggiunge Lucio, appena maggiorenne e volontario terzo, in cambio delle sostanze a cui è assuefatto, di un triangolo che finirà all’alba a casa di Ruby dopo una folle corsa in auto ad alto rischio d’incidente mortale, quando vengono inseguiti da una pattuglia di vigilantes.
Una grande amicizia tra il protagonista, uno studente al Dams di Bologna di cui non sappiamo il nome, con i suoi amori al maschile sempre destinati a finire spesso non per sua volontà, e l’eterosessuale Gigi, è la trama di Viaggio. I due dividono case confortevoli quando possono permettersele e gelide soffitte quando sono al verde, a volte soli, a volte con l’amata o amato del momento. Ci sono anche separazioni temporanee come quando Gigi si trasferisce prima a Roma e poi a Milano con la fidanzata Anna che lo convince a smettere con l’eroina. L’amico durante un viaggio ad Amsterdam si lega prima a Mario, poi, tornato a Bologna, conosce l’agiato americano Sammy che studia alla John Hopkins University (dove insegna anche Francesco Guccini) e che dopo settimane serene e appaganti sparirà senza preavviso. Mesi dopo incontra l’attivista romano Danilo e questa volta è grande amore: va a vivere a casa sua ma dopo più di un anno di assoluta felicità, pur se non sono mancati violenti litigi e romantiche rappacificazioni, con avventurosi viaggi all’estero, senza mai dimenticare l’impegno politico nel sociale, lui non sopporta l’idea che anche questa relazione possa affondare nella mancanza di desiderio o nella reciproca indifferenza e lo abbandona lasciandogli soltanto una struggente lettera d’addio. Pentitosi, mesi dopo lo cercherà di nuovo, ma sarà troppo tardi perché Danilo nel frattempo ha trovato un altro compagno. Il risultato è la depressione e la ricaduta nella droga ma un’ancora di salvezza si profila con il ritorno di Gigi.
Non ci dice come si chiama neppure il protagonista di Autobahn, un giovanotto di Correggio che inforcata la sua cinquecento decapottabile si avvia in autostrada convinto, seguendone l’immaginario odore, di poter raggiungere Amsterdam e il mare del Nord e fuggire così dalla routine insopportabile del paese. Sarà però un sogno di breve durata. Dopo una sosta in un bar scalcinato, servito da un barista scontroso, dove investe gli ultimi spiccioli in un bicchierino di fernet, esce e s’imbatte in una bella ragazza bionda con cui ha un tenero scambio di baci e alla quale racconta la sua storia: lei è coinvolta ma lui all’improvviso, preda di una sorata di delirio di persecuzione, immaginando sia stata mandata dai suoi concittadini per farlo recedere e tornare indietro, decide di ripartire. Alla successiva sosta in una piazzola si rende conto che l’auto è rimasta a secco. Pensando al da farsi, si palesa un autostoppista romano che si dichiara regista di futura fama: simpatizzano e quest’ultimo, anche lui senza un soldo, gli propone di continuare insieme il viaggio verso la sua meta ma il nostro rifiuta perché mai abbandonerebbe il suo amato veicolo.

Decisamente più corale è Altri libertini che dà il titolo al volume. Siamo a Correggio e in un ritratto quanto mai efficace dei riti e della fauna della provincia incontriamo un gruppo di amici composto da Annacarla, Miro, Ela e Raffy, oltre al sempre anonimo io narrante. Poco dopo il ritorno al paese da Bologna per trascorrere le vacanze di Natale e di fine anno, la loro tranquilla routine viene sconvolta dall’arrivo di Andrea, un fascinoso biondo fotografo brianzolo, giunto in Emilia per immortalare campi e cascine. Il gay Miro se ne invaghisce all’istante e la stessa cosa succede alle ragazze. Lui però è più sfacciato (oltre che ricco) e gli offre ospitalità, subito accettata, ma se pensava di essersi assicurato le grazie del bellone, si sbagliava: come infatti confesserà dopo qualche giorno alle curiosissime amiche, Andrea non gli si è mai concesso. Incoraggiate da questa rivelazione di provata eterosessualità, le ragazze si mettono in gara. A spuntarla è prima Ela che verrà presto abbandonata col cuore infranto per Annacarla, la quale però dopo qualche giorno si stanca e lo liquida senta complimenti. A questo punto Miro, complice un bel po’ di alcol che gli ha fatto bere, riesce a ottenere ciò che dal principio voleva dall’ospite. Il problema è che se innamora perdutamente e lo soffoca di attenzioni ed esagerata passione ma brevissima è il suo appagamento: Andrea, dopo esser stato perdonato per uno scherzo crudele che gli ha fatto, una mattina, mentre l’altro dorme, se ne va, lasciando sullo specchio della camera da letto un insulto omofobo. Per Miro è la disperazione e si abbruttisce con la vodka: sono le amiche a trascinarlo giù dal divano e convincerlo a partire: il Capodanno nelle Dolomiti li aspetta.

La regista Licia Lanera (che ne ha curato l’adattamento ed è anche in scena) per la prima volta ha ottenuto dalla famiglia Tondelli i diritti per la messa in scena: è cosi la seconda volta che lo scrittore di Correggio (mancato a soli 36 anni) approda in palcoscenico, dopo la commedia Dinner Party che però aveva espressamente scritto per il teatro. “Ho scelto Altri libertini – precisa – perché oltre al piacere puramente letterario nell’affrontare questi personaggi in tumulto con la loro lingua meticciata e regressiva ci doveva essere dell’altro. Un giorno quest’altro si è rispecchiato come un’epifania in quelle parole tondelliane che mi hanno messa in relazione con la parola riflusso: è la fine dell’ideologia e la presenza totalizzante del privato nelle narrazioni contemporanee. E’ un processo che soffro e condanno ma di cui sono totalmente parte, in cui soccombe anche la mia di narrazione, dai social al teatro.” Dei sei racconti sopra citati, la regista ha scelto gli ultimi tre, affidandone il canovaccio rispettivamente a Roberto Magnani per Viaggio, Giandomenico Cupaiolo per Autobahn e Danilo Giuva per Altri libertini. Non volendo cadere nel puro omaggio letterario, Lanera delle 4 storie ha orchestrato un originalissimo puzzle, destrutturandole e ricostituendole senza mutarne il fulcro, intrecciando quindi le vicende di un’odissea generazionale in cui uno o due attori entrano in quella dell’altro ma anche intrecciandole, oltre che con elementi biografici di tutti loro, lei compresa che rivendica come suoi gli oggetti in scena (ad esempio la scrivania a cui spesso è seduta), legati a momenti anche dolorosi della sua vita sentimentale. L’incipit ci rammenta i fatti tragici o lieti accaduti nel 1980, compresa la nascita di un paio degli attori e i primi passi mossi dagli altri due, corredati da scritte proiettate o immagini d’epoca. Un’operazione brillante e riuscita che ci riporta anche la lingua viva e sperimentale di Tondelli (del quale sono anche inserite alcune battute ritrovate in archivio), forse oggi un po’ dimenticato. Tutti eccellenti gli interpreti che entrano ed escono dalla finzione letteraria: all’inizio, tranne Lanera che funge da deus ex machina, sono tutti in mutande e canottiera bianchi, poi via via indossano pantaloni, giacca e cravatta e infine un elegante cappotto scuro con sciarpa: simbolo evidente di quel riflusso o normalizzazione che ha toccato i personaggi e noi con loro, al pari della voce di Vasco Rossi, prima potente in Siamo solo noi e nel finale. contraffatta, affaticata e arrochita. Prodotto dalla Compagnia Licia Lanera con il Teatro delle Albe, costumi di Angela Tomasicchio e sound design di Francesco Curci, Altri libertini rimane sino ad oggi allo Studio Melato del Piccolo, poi in tournée al teatro Piccinni di Bari il 23 e 24 novembre, all’Asioli di Correggio il 13 dicembre e all’Arena del Sole di Bologna il 14 e 15/12.
a cura di Mario Cervio Gualersi















