Molto attesa l’edizione di Artissima 2024, con 189 gallerie di cui oltre 60 con un progetto monografico. La spinta alla contemporaneità è forte e anche l’attenzione al mercato non solo e non tanto in termini di vendita ma di domanda, esigenze e risposte emozionali. Torino è tutto questo, laboratorio e fermento, una città che brulica di iniziative, manifestazioni ampie, perfino troppe. Lo sguardo all’Oval del Lingotto, che ospita la fiera fino a tutto oggi, è catturato soprattutto dalle gallerie italiane, livello ineccepibile, diverse con sedi anche all’estero o solo all’estero. Una presenza però che ormai è razionalizza quella della conquista di posizioni internazionali. La fiera restituisce un mosaico di Gallerie storiche di peso, con numerose presenze nuove non sempre al livello e gallerie straniere meno performanti in genere.

Primo Marella, storico gallerista milanese con una sede a Lugano, veterano nel settore dell’arte africana e non solo presenta quest’anno tra gli altri Rangga Aputra, artista indonesiano del quale a Milano ospita una monografia. Artista con due linee di produzione, una più spatolata e una più materica con effetto tridimensionale, proviene da una delle due più importanti scuole d’arte del Paese e la sua evoluzione lo ha portato verso l’astrattismo. È della generazione nativa rispetto all’apertura occidentale e per questo meno ‘etnica’ e allo stesso tempo meno affascinata dal ‘diverso da sé’. Così resta indietro l’effetto pop e cartoon di tanta arte locale che nella generazione precedente ha invaso i muri dei quartieri popolari facendoli rivivere. Al centro della sua attenzione invece la luce che colpisce l’occhio restituendo alla visione una serie di puntini di cui riproduce i diversi stadi. La sua è un’arte dopo l’illusione occidentale appunto, un ritorno al tropicale vestito di una consapevolezza. Il gallerista sottolinea che il mercato africano è oggetto di un interesse costante anche per ragioni politiche e sta crescendo qualitativamente con un’offerta differenziata rispetto a 15 anni fa, sempre meno artigianato artistico, sempre meno preoccupata di rivendicare l’appartenenza africana. Oggi il legame include anche la tecnologia e artisti che riescono a esprimersi in modo unico. Dall’altra parte del mondo l’Indonesia, dopo anni di forte domanda, presenta una curva stabile.
La fiorentina Tornabuoni Arte, per la scelta della direzione della fiera, non ha portato i grandi autori storici di forte riconoscibilità come Fontana e concentra l’attenzione su alcuni filoni come l’Optical Art con la Dadamaino e la Apollonia – in mostra con Carla Accardi nella sede fiorentina – Mario Ceroli e la sua arte povera, Alighiero Boetti, Mario Schifano per rappresentare Roma dove ora Tornabuoni Arte è presente ed Emilio Isgrò, altro autore simbolo della scuderia di Casamonti.

Dep Art conferma la sua specificità nell’attività di archivio e documentazione scrupolosa degli autori che espone facendone la propria bandiera. La scelta è chiara, autori tedeschi storicizzati legati al Minimalismo che il mercato premia perché sono una nicchia non inflazionata e quest’anno la squadra si completa con Gerold Miller del quale presenta anche una scultura, che vive tra Berlino e Pistoia, insieme alla moglie, curatrice di livello, al quale la Galleria dedica una personale. Gli artisti di Dep Art sono tutti tedeschi e tutti viventi, da Knoebel, 84 anni a Wolfram Ullrich a Regine Schumann fino a Miller appunto, 63 anni. La filosofia della galleria che il mercato continua a premiare è tenere insieme bellezza ed economia, con tempi congrui nel proporre un artista senza la fretta di venderlo quanto di consolidarne prima l’immagine, documentarlo, realizzando contestualmente un catalogo e video interviste di spessore a testimonianza del rapporto della galleria con i diversi personaggi. Insomma un lavoro curatoriale di approfondimento premiate nella lunga durata e una collaborazione che assomigli a un fidanzamento con promessa di matrimonio tra artista e gallerista.

Z20 di Sara Zanin, che a Roma ha aperto recentemente uno spazio laboratorio a Testaccio (dove abbiamo avuto modo di visitare la personale di Michele Tocca), fa ruotare lo stand intorno a una grande installazione ceramica di Guglielmo Maggini, molto poetica, che ha frequentato una residenza artistica a Gubbio presso Ceramiche Fumanti, famiglia legata alla tradizione locale. Architetto di formazione lavora la ceramica in una dimensione spaziale e in un’ottica di ambientazione. Nell’opera esposta la memoria di una fontana che conserva il senso della liquidità e quindi della plasticità della materia insieme alla sua possibilità di vetrificazione con la cottura ad alta temperatura. Mancini ha inaugurato un intervento permanente al MIC di Faenza sullo scalone principale del Museo in dialogo con un cretto di Alberto Byrri; mentre il 18 novembre prossimo si inaugura una mostra collettiva itinerante alla quale partecipa, e realizzata con un bando della Regione Lazio rivolto alla categoria under 35 che poi sarà a Bologna e all’ex Manifattura Tabacchi di Firenze.
La Galleria fiorentina Secci – che ha lasciato qualche mese fa la piazza di Firenze per concentrarsi su Milano e Pietrasanta – ha presentato, nella Sezione Disegni, uno stand personale dedicato ai disegni di Concetto Pozzati. “Disegnare non è un esercizio ma un pensiero, un’idea, una ginnastica eidettica intensificata dalla ginnastica dell’occhio che spia intorno al segno tra un’interruzione e l’altra. È una cartografia immaginaria, a volte esagerata dai rimpianti e dagli ostacoli, richiami, accumuli e sovrapposizioni. Disegnare è una necessità…” ha scritto l’artista. Le opere su carta esposte interagiscono tra loro, ammiccando, indicando percorsi di energia accumulata, momenti di riflessione, giochi ironici colorati e confessioni segrete. Il progetto focalizzato sugli anni Settanta, vedrà esposti quasi tutti i disegni di Concetto Pozzati, creati secondo il suo motto: un dire con il segno inteso come necessità, come un esercizio quotidiano che non precede l’opera ma le sta accanto, denso di eventi e modifiche.
Sempre da Firenze Simone Frittelli ci porta un focus sulla poesia visiva sottolineando come la ricerca che ha caratterizzato gli Anni Sessanta in Italia come fenomeno e gruppo di artisti sia in realtà planetario, estendendosi fino al Giappone ad esempio, nonché nel tempo ritrovando la stessa matrice in anni più recenti ad esempio con Barbara Kruger o nell’estetica Punk. Non è dunque una primogenitura italiana ma è nel nostro Paese che viene denominata con l’espressione “poesia visiva” appunto da Eugenio Micaini per riunire tutti artisti che erano anche intellettuali di spessore con una cultura letteraria e storica, molto legati a Umberto Eco e che in Italia si è diffusa su tutto il territorio; caratterizzata da un’estetica che incontrava il brutto come autenticità o almeno non il bello nel senso classico greco di armonia. È un fenomeno che ad esempio non è presente nell’America del Nord ed è interessante sapere che la Yale University sta facendo da tempo una campagna di acquisti straordinaria anche in termini di investimenti per catturare la fonte di tutte le scuole successive, come ad esempio gli studi del linguaggio che partono tutti da Umberto Eco, Roland Barthes e Raymond Queneau.

Una presenza originale è quella di Gramma_Epsilon, Galleria di Paolo Cortese e Francesco Petrillo con sede ad Atene – alla sua seconda partecipazione All’Oval, per la prima volta nella Main Section – che si occupa esclusivamente di artiste donne degli Anni Settanta, le avanguardie, portando in fiera The different Revolution, per raccontare un mondo che sta scomparendo. Si tratta di un gruppo di artiste decise ad inserirsi nel mondo dell’arte, prevalentemente maschile, attraverso gli strumenti provenienti dal mondo domestico. Una rivoluzione silenziosa, una protesta creativa, non manifestazioni di ribelli. Il gruppo ha lavorato insieme in scia con Mirella Bentivoglio e la Galleria cerca di ritrovare questo ambiente ricontestualizzandolo. Il nome della Galleria deriva dalla parola greca che richiama le lettere quindi la scrittura e anche il disegno e la lettera epsilon che a sua volta è un simbolo di origine fenici che indica la finestra, quindi l’apertura; nonché la congiunzione, quindi la rappresentazione è il racconto di una relazione tra interno ed esterno, la casa e la piazza o l’io e l’altro. In mostra in particolare Telaio della sarda Maria Lai, opera del 1974-’75 e opere di Franca Sonnino, amica della prima. VIvevano a Roma nello stesso palazzo e hanno collaborato, la seconda incentivato dalla prima.

La torinese Franco Nero presenta tra l’altro il lavoro di Jason Dodge, grande installazione al centro dello stand, Quando cade il buio, titolo paradigmatico che in realtà è un racconto, una didascalia, che si riferisce alla sottrazione di qualsiasi fonte luminosa, come le candele e le lampade, che egli ha tolto dalla casa di un collezionista di Hong Kong, e che ha disposto con una casualità ordinata. Il secondo lavoro dell’artista in mostra una coperta dedicata alla Danimarca che fa parte di una serie, idealmente iscritta in un viaggio nel mondo, dove ogni opera ha tre parametri comuni, un unico filo che misura 10-12 chilometri, la distanza, uguale in ogni luogo della terra, dal suolo alla troposfera; il materiale locale; e il colore, quello del cielo in quel punto la notte. In Danimarca è nero perché non c’è inquinamento luminoso. Il lavoro dedicato a Hong Kong, ad esempio, non è di cinque colori per l’effetto dell’illuminazione coloratissima in città.

Mazzoleni, Galleria con sede a Torino e Londra, oltre agli artisti iconici con cui lavora, presenta in particolare l’americana Melissa Gill che ha un legame particolare con l’Italia e in special modo con Venezia – e della quale abbiamo già parlato qualche edizione fa per un suo lavoro con le vele rosse, magnifico – con un’opera dedicata al Po. Il tema è quello di una mostra inaugurata nello spazio torinese. L’altro artista che merita attenzione è il brasiliano Iran do Espìrito Santo, classe 1963, che ha creato un’opera ad hoc per Mazzoleni ad Artissima, En passant, lavoro sul tempo attraverso un’estetica minimale, che segue l’impercettibile, ma ‘calda’ perché si carica di significati del vissuto personale. In mostra anche la scultura che riproduce due dadi da gioco, in maniera fedele nelle proporzioni, ma del peso di 130 chili l’uno. Il titolo, paradossale, Drops, lacrime indica la difficoltà di affrontare la vita, imprevedibile. Leggera come un tiro di dadi, pesante per le conseguenze.

Alla Galleria Continua, realtà nata a San Gimignano in Toscana dove mantiene il suo quartiere generale, con uno sviluppo internazionale di grande interesse, un’antologia della sua scuderia nella quale non poteva mancare Hans Op de Beeck, con il suo monocromo grigio effetto Das, poetico e dal lato nero come ogni fiaba. In fiera una giostra che simboleggia la giostra della vita, delicata, fiabesco e inquietante ad un tempo.
Interessante Marta Spagnoli, artista veronese nata nel 1992, con La Danza VI, che ha realizzato la prima personale due anni fa proprio a San Gimignano e che lavora anche con il disegno. Qui presenta un lavoro di grandi dimensioni, pieno di energia, dai toni baconiani, una promessa.
La Galleria Eugenia Delfini di Roma partecipa alla fiera con un solo show di Pier Paolo Perilli del quale espone una serie di lavori ad olio su tela realizzati tra il 2017 e oggi. Il suo lavoro è denso di tensione e ci rivela un mondo smarrito tra segreti e terrore, violenza e splendore.

Nella sezione Present-Future ci ha compito la Galleria Rodolphe Janssen di Bruxelles che ha esposto un progetto monografico dedicato all’artista svizzera Louisa Gagliardi che vive a Zurigo, ma 44 anni, che lavora con immagini digitali stampate su vinili e lavorate con tecniche di avanguardia senza l’uso del pennello; impegnata al momento con una mostra alla Fondazione Arte Bonollo di Vicenza, al Masi di Lugano e a Vienna. I suoi soggetti attingono alla gente della sua generazione per mettere in evidenza sogni, incubi, fallimenti, la condizione di essere perennemente connessi ma senza comunicazione e il rapporto ossessivo, ego riferito di molti di noi con la propria immagine, basti pensare ai selfie che le donne si scattano nelle toilette di fronte allo specchio.
Il nostro viaggio termina a Parigi nel fascinoso quartiere del Marais dove nel febbraio 2023 ha aperto una galleria dal nome italiano Spiaggia libera, in fiera tra le New Entries, che tratta artisti emergenti internazionali. La scelta del nome è legata sia all’esperienza dei due soci in Italia sia all’idea simbolica che evoca, uno spazio aperto a suggestioni diverse. Il progetto fieristico è monografico con il lavoro dell’artista londinese Jack Warne, tra la pittura e la fotografia alle quali associa la realtà aumentata. Il punto di partenza sono foto che egli stesso realizza o che recupera dagli archivi di famiglia. Il lavoro è simile alla tecnica dell’affresco partendo dalla tela, sulla quale viene applicato del pizzo quindi della tempera. La foto dà un effetto flou legato alla visione che soprattutto in certi periodi caratterizza la visione dell’artista affetto da una malattia genetica ereditata dal padre. Inquadrando con il telefono le opere si ha un effetto dinamico con il quale il visitatore interagisce venendo coinvolto nel mondo evocato all’artista.
a cura di Ilaria Guidantoni














