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Interim manager, ecco perché servono ai private equity. La tavola rotonda di TIM Management

A parlarne lo scorso 22 novembre sono stati partner di Quadrivio Group, Palladio Holding e Arcadia sgr

bebeezbybebeez
29 Novembre 2024
in BeBeez Web TV, Eventi, Management, Private Equity
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Clicca qui sopra per vedere il video della tavola rotonda

Grande esperienza, velocità di esecuzione e nessun condizionamento dagli equilibri politici interni all’azienda. Sono le caratteristiche e soprattutto i vantaggi degli interim manager e che gli investitori di private equity apprezzano molto.

E’ emerso chiaro dalla tavola rotonda, moderata dal direttore di BeBeez, Stefania Peveraro, e organizzata lo scorso 22 novembre in occasione della convention annuale di TIM Management, società specializzata nell’interim management, transition e turnaround aziendali (clicca qui per vedere il video sul canale tv BeBeez Live).

A raccontare le loro esperienze di manager temporanei sono stati, da un lato, Marta Signore, con un passato di dieci anni a capo dell’HR di Koelliker, una delle maggiori e più antiche concessionarie di auto d’Italia,.peraltro passando attraverso anche un periodo di crisi e poi di rilancio dell’azienda, da cui è uscita a fine 2021 (si veda altro articolo di BeBeez); e, dall’altro, Carlo Meroni, con un passato nel ruolo di coo o comunque direttore delle operations di diverse società industriali attive in vari settori: da Campari, a Giorgetti, a Tecnologie di Imprese a ILVA Saronno.

“L’esperienza in Koelliker è stata sfidante, c’era da costruire da zero la funzione risorse umane, si partiva da una realtà destrutturata, fatta di tante società che avevano ognuna una propria sede tect, è stato necessario fare un lavoro di integrazione delle risorse sino a quando siamo arrivati tutti a essere fisicamente nella stessa sede”, ha raccontato Marta Signore, che ha continuato: “E’ stata un’avventura bellissima. Poi c’è stato il periodo difficile, l’azienda è passata da un processo di ristrutturazione e la sfida è stata quella di tenere insieme il core team, non bisognava perdere le risorse chiave. Coi siamo riusciti e alla fine è stato possibile ricominciare a investire. Quando sono uscita dal gruppo, dopo 30 anni di onorata carriera, ho incontrato gli amici di TIM Management, mentre cercavo di capire che cosa fare da grande e ho capito che come manager era possibile anche fare altro rispetto a essere dirigenti inquadrati in azienda, ho iniziato il mestiere di interim manager e ho capito che mi piace: hai un certo distacco per l’azienda per cui lavori, anche se sei comunque un pezzo importante dell’organizzazione, perché hai badge, mail e persone a riporto, ma appunto con approccio di maggiore libertà di pensiero”.

Una storia simile ha raccontato anche Carlo Meroni: “Ho sempre lavorato nelle operations in tutta una serie di aziende principalmente nel settore alimentare e in quello dell’arredamento. Il passaggio all’interim management non è stato volontario. Ma dopo 30 anni di esperienza e tanti stabilimenti visti ho dovuto cercare alternativa. Peraltro, se avessi saputo com’è, avrei iniziato questa carriera ben prima e volontariamente. La mancanza di vincoli politici all’interno dell’organizzazione è fondamentale per riuscire bene in questo lavoro. Quando ti  arrivano strane richieste dall’altro puoi dire di no”. E ha continuato Meroni: “Sinora ho fatto tre esperienze in piccole aziende e una in una grande realtà. Tutte di successo meno una, ma secondo me proprio perché in quell’occasione l’imprenditore non ha capito il senso dell’interim management. Quando sono arrivato l’azienda, una metalmeccanica, era in ritardo sul 60% degli ordini. Il problema era che erano stati investiti tanti soldi in un sistema di automazione della produzione di altissimo livello, ma nessuno aveva spiegato agli operai come inserire i dati e quindi gli operai inserivano quello che volevano per cui i reporting erano assurdi. Quando ho fatto presenti questi cose, l’imprenditore non ha voluto ascoltare e anzi ha deciso di investire in un sistema di intelligenza artificiale per risolvere il problema …  Molte più soddisfazioni ho avuto in un’azienda cosmetica familiare e in una catena di carrozzerie”.

Già ma perché un’azienda deve aver bisogno di un interim manager? Lo ha detto chiaro Federico Costa, partner di TIM Management: “Le aziende avrebbero bisogno di interim manager ogni volta che hanno esigenze temporanee, quindi per portare a termine progetti specifici, quando ci sono integrazioni o ristrutturazioni aziendali. I manager temporanei sono persone che si portano dietro una vita di esperienza e per questo in pochissimo tempo sono in grado di inquadrare il problema da affrontare in azienda e portare diverse soluzioni con un approccio nuovo e uno spirito libero da condizionamenti interni. Non solo. Gli interim manager sono un’ancora di salvataggio quando in azienda ci sono delle dimissioni inaspettate di manager chiave, che si solito dà pochi mesi di preavviso, che non sono sufficienti a un head hunter per selezionare il manager giusto per una simile posizione. Per risolvere la situazione in brevissimo tempo, quindi, l’interim manager è la soluzione e peraltro, una volta che si è insediato e svolge con successo quella funzione, spesso viene trattenuto in azienda con un ruolo definitivo”. Il problema, ha aggiunto Costa, “è che pochi in Italia sanno che cosa sanno fare gli interim manager e si rivolgono a consulenti. Quindi c’ è un grande lavoro di comunicazione da fare”.

Non a caso, ha detto ancora Marta Signore, “i miei mandati di interim management sono arrivati da fuori dell’Italia”. In questi anni Signore ha lavorato infatti, prima, come interim HR per dentsu international con il ruolo di responsabile delle risorse umane in Italia, Grecia, Israele, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Uniti, Marocco, Libano e Turchia, coordinando un team internazionale di 5 responsabili delle risorse umane e una struttura di 20 persone; e poi nel ruolo di transition HR per Bolloré Logistics, in occasione della vendita della società da parte del gruppo francese Bolloré a CMA CGM (si veda qui il comunicato stampa). “Le aziende e soprattutto i responsabili HR tendono a dare meno valore a chi è fuori da una struttura, ma nella realtà spesso gli interim manager sono più bravi. E le grandi corporation questo lo sanno. Non a caso il mio primo incarico è arrivato da UK e poi il secondo dalla Francia. Quest’ultimo è ancora in corso, ma sto finendo la mia missione. Quando sono arrivata il pretesto era la sostituzione maternità della HR in Italia, ma nella pratica è stata l’occasione per  riorganizzare la funzione non solo in Italia ma a livello internazionale, perché andava creato un intero HR team in poco tempo, anche il tempo perché il nome della società andava cambiato, visto che si passava sotto il controllo di un altro gruppo e non si poteva più usare quello della famiglia Bolloré”.  E ha concluso Signore: “Per un interim manager è importante capire quando è il momento di lasciare l’incarico. Lo capisci quando non sei più necessario come prima, quando tutto è stato organizzato come vuoi, allora è il momento giusto”.

Che l’interim manager sia bravo e veloce lo ha ribadito Carlo Meroni:  “Sul fronte delle operation, il lavoro dell’interim manager che deve risistemare uno stabilimento dura di solito un anno, un anno e mezzo al massimo contro i 4-5 anni che ci impiega invece un manager a tempo indeterminato. E questo perché il manager permanente deve fare attenzione a non prendere decisioni troppo rischiose, fa le cose per gradi. Il manager temporaneo, invece, decide subito, si prende il rischio, se va, va. Di solito va. Quanto alla scelta alternativa da parte di un’azienda di rivolgersi a un consulente, il problema è che il consulente ti fa un progetto, ma poi non lo implementa. L’interim manager è quello che lavora e conosce molto bene il settore”

Tutte verità che ben conoscono gli investitori di private equity, soprattutto quelli che hanno portafogli di aziende di piccole e medie dimensioni. Martino Rocca,  investment manager di Quadrivio Group, che gestisce 5 fondi tematici con una ventina di aziende in portafoglio, ha infatti sottolineato: “La scelta dei manager delle aziende partecipate per noi è  fondamentale ma non è un compito per nulla facile, richiede tempo e sforzi e spesso, per gestire progetti speciali, se non ci sono competenze in house e in attesa di trovare la persona giusta per i ruoli, quella dell’interim manager è una soluzione che ci piace e che abbiamo adottato in diverse occasioni”. E ha aggiunto: “L’interim manager è tanto più importante quanto più c’è urgenza di risolvere il problema. Mi ricordo che per una partecipata avevamo bisogno di un cfo che avesse una certa seniority, che potesse spostarsi tra bologna e pescara, che non costasse troppo, che avesse capacità di inserirsi in contesti familiari. Trovare in fretta un figura che sommasse tutte queste caratteristiche non era per nulla facile e ci siamo resi conto che per far andare avanti le cose subito avevamo per forza necessità di un interim manager. Ma a parte l’urgenza c’è anche un’altra situazione in cui il ricorso al manager temporaneo se è rivelato molto utile e parlo di quando l’imprenditore dell’azienda partecipata non è convinto di dover creare una certa nuova posizione il cui contributo professionale noi invece riteniamo sia importante. E’ un modo per far toccare con mano che quel contributo è interessante, mantenendo flessibilità sino a quando l’imprenditore non si rende conto del vero valore aggiunto”.

Sulla stessa linea Simone Giovannelli, partner di Palladio Holding, che investe con approccio di private equity in società in pre-ipo e non quotate: “Non siamo strutturati come fondo ma operiamo da 40 anni anche nel mondo del private equity con circa 400 milioni di euro di asset in gestione divisi su 15 partecipazioni in aziende mid market soprattutto italiane. Le persone in questo mercato sono di fondamentale importanza e infatti quando facciamo due diligence nella prospettiva di un’acquisizione, facciamo molta attenzione anche a chi sono i manager e gli imprenditori. Anche noi abbiamo fatto più volte ricorso a interim manager per varie ragioni, ma direi soprattutto, da un lato, nei casi di emergenza, quando c’è stata una dimissione e quindi la necessità di sostituire in tempi rapidi qualcuno, oppure, dall’altro lato, quando le aziende in cui abbiamo investito non potevano permettersi un certo tipo di profilo manageriale di cui avevano bisogno per portare avanti un certo progetto, che poi a sua volta si inserisce nel più ampio progetto del nostro investimento”. E ha aggiunto: “Facciamo investimenti in partnership con gli imprenditori, ma cerchiamo di dare una nuova impronta all’organizzazione aziendale, quindi spesso inseriamo interim manager, di solito con funzioni di amministrazione e controllo per impostare bene le cose, ma a volte anche per esigenze più operative tipo integrare società acquisite all’estero, se in azienda non ci sono le competenze”.

E anche Giovanni Barbujani,  partner di Arcadia sgr, che gestisce fondi che investono nel cosiddetto lower mid-market, cioé in piccole aziende,  identificare il manager giusto, al momento dell’investimento è cruciale: “Le aziende in cui investiamo sono piccole, tipicamente sono aziende familiari, dove noi entriamo quando non c’è una continuità generazionale o c’è bisogno di un supporto per il passaggio del timone da una generazione all’altra oppure proprio c’è la volontà di un disimpegno da parte degli attuali gestori-imprenditori. E’ chiaro che in aziende del genere uno dei pilastri del nostro progetto di investimento è la managerializzazione, è dififcile per esempio che abbiano persino definito un budget, quindi dobbiamo costruire dall’inizio tutto il sistema organizzativo che l’azienda necessita anche per separare in prospettiva il destino dell’imprenditore e della famiglia da quello dell’azienda, in modo che in futuro, quando disinvestiremo, l’azienda possa essere interessante per esempio per un fondo più grande”. In particolare, ha continuato Barbujani, “cerchiamo di inserire le figure dell’amministratore delegato e del cfo e ne abbiamo bisogno immediatamente. Questi manager devono essere subito operativi, non c’è tempo per l’apprendimento, quindi devono venire dal settore e soprattutto devono essere in grado di avere a che fare con contesti complicati, perché un’azienda familiare lo è. E non è tutto. Questi manager devono essere anche un po’ imprenditori, cioé devono in qualche modo sostenere il rischio dell’investimento insieme a noi, avere un allineamento di obiettivi. Se sbagliamo a scegliere i manager per noi è un disastro”. E ha aggiunto: “Di solito ricorriamo agli interim manager in due casi: da un lato se c’è una necessità spot e in azienda non c’è la competenza per fare quel tipo di attività; dall’altro c’è il tema della finanza da tenere sotto controllo e quindi cerchiamo sempre di inserire figure in grado di monitorare e gestire i numeri e quasi mai troviamo queste figure in azienda dal primo giorno in cui arriviamo. Proprio per questo motivo ci siamo dotati come sgr di un nostro manager che in sostanza lavora come interim manager di tutte le nostre partecipate, non appena entrano in portafoglio: lui entra in azienda e inizia ad analizzare i sistemi di controllo di gestione e di pianificazione, capisce come vengono gestiti i numeri, come si possono capire le performance e così via, il tutto in un tempo limitato e in vista dell’arrivo di un manager permanente che si occuperà stabilmente di tutto questo”.

Insomma, l’interim manager risolve problemi. Certo però, bisogna anche individuare l’interim manager giusto. “TIM Management fa questo nella vita ed è co-responsabile con il manager del successo del progetto”, ha concluso Domenico Costa, presidente di TIM Management.

Tags: private equity

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