
La sceneggiatura di Sarabanda, film di Ingmar Bergman del 1973, è ora messa in scena dal regista Roberto Andò. Sarà al Teatro Biondo di Palermo dall’11 al 16 marzo.
E’ stato uno dei più grandi registi che il cinema abbia avuto: Ingmar Bergman (1918-2007) non ha firmato solo capolavori immortali per il grande schermo e la televisione: l’eclettico Maestro svedese ha infatti attraversato anche teatro e letteratura, dirigendo, oltre ai 60 film, 172 spettacoli teatrali e lasciando circa 300 scritti. Ritiratosi da tempo in solitudine nella remota isola baltica di Faro, a 85 anni Bergman decise di girare quello che sarebbe stato il suo ultimo film e il suo testamento spirituale. Per il soggetto scelse di ritornare dopo 30 anni sui personaggi di Scene da un matrimonio, la miniserie per la tv del 1973: questa la genesi di Sarabanda, considerato spesso un sequel del precedente ma che di fatto possiede una sua autonomia. Il regista rimase a lungo incerto se optare per il teatro, la radio o il cinema e alla fine decise per quest’ultimo, girando in digitale ad alta definizione e richiamando gli stessi attori di allora, i sempre eccellenti Liv Ullmann e Erland Josephson.

Il titolo fa riferimento a un movimento di danza che costituisce il cuore delle sei suite per violoncello di Bach, adottato anche da Handel. In origine però era un ballo di coppia solenne e sensuale che venne proibito nella Spagna del sedicesimo secolo. Dopo tre decenni ritroviamo quindi Johan, 86 anni, e la sua ex moglie Marianne che ne ha 63: il primo vive isolato in una villa in riva al lago, in balia di ricordi, rancori e malinconie, senza nemmeno curarsi delle loro due figlie, ormai adulte. Suo presunto erede è il figlio Henrik, avuto da un precedente matrimonio, che ha la stessa età di Marianne e trascorre l’estate con la figlia diciannovenne Karin in una vicina dependance della casa. I due uomini, divisi da un odio profondo, non si rivolgono la parola da anni. Marianne, risposatasi e poi di nuovo divorziata, con un breve preavviso decide di far visita all’ex marito e per raggiungerlo guida per 340 chilometri: non c’è una ragione apparente ma, come poi dirà lei, ha avvertito la sensazione di essere chiamata da lui per supportarlo in un momento di difficoltà e di fatto quello che doveva essere un breve soggiorno si prolungherà per alcune settimane.
L’incontro con Johan non è certo all’insegna della tenerezza: l’uomo le ricorda subito che i sedici anni del loro matrimonio sono stati un vero inferno e pertanto la sua infedeltà era più che giustificata. Da questo prologo la sceneggiatura si snoda in altri dieci capitoli o altrettante scene, ognuna delle quale vede in azione solo due personaggi, da qui un altro rimando alla sarabanda. C’è il primo incontro tra Marianne e Karin: apprendiamo che la ragazza è una promettente violoncellista: il padre è il suo insegnante, severo e possessivo nei suoi confronti, e la sta preparando per l’esame d’ammissione al conservatorio. Dal racconto della ragazza s’insinua il dubbio di un rapporto incestuoso tra i due; inoltre, a un tentativo della giovane di ribellarsi al rigore ossessivo delle lezioni e a un ambizioso concerto che lui sta preparando, Henrik l’ha picchiata quasi volesse ucciderla: Marianne la invita a trasferirsi dal nonno ma Karin rifiuta, preferendo tornare a casa. Henrik dal canto suo è rimasto vedovo: la moglie Anna è morta da due anni e lui non ha elaborato il lutto. Soffre di depressione e fallisce ogni attività che intraprende, coprendosi di debiti: il senso della sua vita è incentrato sulla figlia e sulla musica.

Proprio per procurarle un nuovo e pregiato strumento, Henrik si sottopone all’umiliazione di chiedere aiuto al padre che lo tratta con disprezzo, dicendo che gestirà l’acquisto in prima persona. Poi ci ripensa e, non sappiamo se più per affetto nei confronti della nipote o per allontanarla dal figlio, nell’intento di causargli un grande dolore, le procura uno stage a Vienna, facendosi carico delle spese, ma Karin rifiuta. Un altro incontro a due è quello tra Marianne e Henrik: la donna cerca di mediare tra padre e figlio ma la frattura è insanabile, tanto che Henrik a Johan augura solo la morte. Sembra una situazione senza via di scampo per alcuno, ma è Karin che (dopo aver trovato una lettera della madre in cui la metteva in guardia dal padre, missiva che lui le aveva celato) con un’inaspettata forza di volontà e scatto di orgoglio, decide di sottrarsi al concerto che prevedeva la sua esibizione nella Sarabanda di Bach e abbandonare Henrik per trasferirsi ad Amburgo con un’amica e collega per frequentare un corso di perfezionamento di un anno con l’orchestra giovanile creata dal Maestro Abbado. Come reazione alla sua partenza, l’uomo tenta il suicidio senza però riuscirci e finisce in ospedale. A Johan, privato dalla vitalità delle ragazza nella quale vedeva la proiezione di Anna a cui era legato, non resta che la solitudine, il rimpianto per i tanti fallimenti sentimentali (qui emerge il dato autobiografico di Bergman che confessava di compensare gli stessi solo rifugiandosi nella creazione artistica) e lo sconforto. E’ a questo punto che implora Marianne di stargli vicino e dormire ancora una volta insieme: simbolicamente marito e moglie si spogliano degli abiti mentre il petto di lui è squassato da un urlo di disperazione.

Le tematiche di Sarabanda sono quelle care a Strindberg e a Ibsen e, più vicino a noi, al drammaturgo norvegese Jon Fosse: i conflitti familiari, la solitudine, il lutto, l’arte come possibile redenzione e il potere esercitato dal denaro e dall’età avanzata. La struttura palesemente teatrale non poteva non affascinare un uomo di teatro e così è stato per il regista Roberto Andò, in un momento assai fertile del suo percorso artistico, dopo l’uscita del film L’abbaglio e l’aver dato alle stampe il libro Il coccodrillo di Palermo. Sarabanda, afferma Andò, “è un’opera autonoma e molto radicale, esasperata nei temi. Quest’anno, forse per una serie di coincidenze personali (ho attraversato mesi complicati per via di una malattia), questo testo mi ha parlato profondamente e mi è sembrato il momento giusto per affrontarlo. Ogni scena è definita senza possibilità di salvezza per i personaggi: la famiglia è un inferno dove covano amarezza, odio e risentimento. Il Bergman di Sarabanda non sembra credere più a nulla: è disperatamente distruttivo e incatena i personaggi a un pessimismo totale sul senso delle relazioni umane. Difficile trovare tracce di speranza, affidata forse per momenti fuggevoli alla sola Karin.”
La sua regia ha necessariamente privilegiato la parola, tradotta al meglio da Renato Zatti, creando altresì un suggestivo contrasto con i significativi silenzi in cui ogni personaggio talvolta si rifugia. Sin dall’inizio ci cala in un’atmosfera carica di tensione che prevediamo foriera di drammi e scontri, dove il proposito è quello di infliggere (soprattutto tra padre e figlio) dolorosi fendenti metaforici con l’arma dello scherno e dell’indifferenza e, operando una scelta coerente con il registro scelto, il regista ha omesso l’epilogo dai toni più pacificatori.

Andò è stato assecondato al meglio dagli interpreti: a Johan, Renato Carpentieri ha conferito la perfetta ambivalenza tra crudeltà e improvvise tenerezze, arroganza e sperdimento: una splendida performance che sposa misura e intensità. Alvia Reale è Marianne: efficace nel suo pragmatismo e nel saper reprimere quanto di spietato le verrebbe spontaneo dire all’ex marito; a Henrik, Elia Schilton presta le giuste fragilità, turbamenti e moti d’ira; Caterina Tieghi è la giovane Karin: divisa tra amore e senso del dovere nei confronti del padre e la giusta ambizione di valorizzare il suo talento, energica e vitale anche nelle esasperate esternazioni.
Di grande fascino, eleganza e suggestione è la scena di Gianni Carluccio, tutta votata ai toni scuri con poche macchie di colore: pannelli neri si aprono e si stringono sui personaggi come il diaframma di una macchina da presa e suo è anche il disegno luci che privilegia tonalità e sfumature scure. I costumi adeguati sono di Daniela Cernigliaro; ovviamente rilevanti e in carattere sono le musiche originali di Pasquale Scialò che si alternano a citazioni da Bach e Hindemith e infine come sempre di notevole effetto è il suono di Hubert Westkemper. Visto al Piccolo di Milano dove ha riscosso ripetuti applausi, Sarabanda, prodotto dal Teatro di Napoli, Teatro Biondo Palermo e Teatro di Genova, dopo le repliche al Biondo continua la tournée al Sociale di Brescia (26-30 marzo). Carignano di Torino (1-6 aprile), Storchi di Modena (10-13/4), Alighieri di Ravenna (15 e 16/4) e all’Argentina di Roma (27 maggio-1 giugno).
a cura di Mario Cervio Gualersi















