
A Firenze a Palazzo Strozzi, ora del Comune di Firenze, quindi ancor più luogo di rappresentanza e rappresentazione della città come ha fatto notare la sindaca Sara Funaro, fino al 20 luglio va in scena la più grande mostra mai realizzata in Italia dedicata a Tracey Emin.
Intitolata Sex and Solitude, l’esposizione comprende opere storiche, recenti e nuove produzioni che conducono in un intenso viaggio, lungo 35 anni, gli ultimi, tra passione, vulnerabilità ed esplorazione di sé.

La mostra, a cura di Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, accompagnata dal bel Catalogo edito da Marsilio con un’intervista all’artista, è dedicata a una delle personalità artistiche britanniche più famose e influenti del panorama contemporaneo; e indaga la poliedrica attività di Emin che spazia tra pittura, disegno, video, fotografia e scultura, sperimentando tecniche e materiali come il ricamo, il bronzo e il neon.
Una mostra non retrospettiva perché non in ordine cronologico ma tematico, lungo la quale ogni stanza conduce in un angolo dell’universo dell’artista, con una grande forza immersiva anche per la monumentalità delle opere, in particolare il bronzo all’interno del cortile. Un progetto impegnativo che ha richiesto quattro anni di lavoro, a partire dai primi contatti, e dalla scelta del titolo e delle tematiche da mostrare. Un vero rovello, ha confessato il direttore generale della Fondazione di Palazzo Strozzi, perché all’inizio l’artista non sarebbe voluta risalire così indietro nel tempo, ma considerando che la storia dell’arte è nata a Firenze, una mostra contemporanea in dialogo con gli spazi di un edificio rinascimentale doveva avere un ampio respiro.

Proprio nell’ottica del dialogo con la città che Palazzo Strozzi ha messo in atto perché gli edifici siano anche delle piazze di incontro, l’esposizione coinvolge una parte del Palazzo Gucci con una bella sala cinematografica dove è stato dato spazio al video e la hall dell’Hotel Savoy in piazza della Repubblica (partner di Palazzo Strozzi).
“Una mostra poetica e cruda, tanto drammatica quanto a tratti dolcissima”, l‘ha definita Galansino e non credo ci siano parole più adatte perché la sessualità esplicita estasi e tormento non è mai provocatoria fine a se stessa né volgare, anche se non è consentito l’accesso ai minori di 14 anni non accompagnati per ragioni di prudenza.

Il titolo fa riferimento a due parole chiave, sesso e solitudine, che permeano le oltre 60 opere di un percorso che attraversa diversi momenti della carriera di Tracey Emin, dagli Anni Novanta a oggi, in un intenso viaggio sui temi del corpo e del desiderio, dell’amore e del sacrificio. Molte delle opere sono presentate in Italia per la prima volta, assieme a nuove produzioni, in diversi media, realizzate in occasione dell’esposizione. Come ha raccontato l’artista, a suo parere il sesso e la solitudine sono particolarmente connessi e per lei, se nella prima parte della vita c’è stata una propensione al primo, ora è la solitudine a trovare sempre un maggior spazio quale condizione privilegiata per la creazione.
Celebre per un approccio diretto e crudo nella sua arte, Tracey Emin dà vita a opere in cui momenti intimi e privati si trasformano in metafore esistenziali che riflettono sulla sessualità o la malattia, sulla solitudine o l’amore.

Attraverso una ricerca onesta, sempre molto diretta quanto sincera, come ha sottolineato il curatore, e fortemente autobiografica, Emin traduce esperienze personali in opere intense e potenti, in cui il linguaggio diretto ed esplicito delle sue celebri frasi al neon si unisce alla forte materialità dei suoi dipinti e delle sue sculture. Spesso infatti, come testimoniano le foto all’interno dell’esposizione, l’artista è all’interno dell’opera che diventa una performance oltre che un lavoro definito.
La mostra è promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi. Sostenitori pubblici: Comune di Firenze, Regione Toscana, Città Metropolitana di Firenze, Camera di Commercio di Firenze. Sostenitori privati: Fondazione CR Firenze, Intesa Sanpaolo, Fondazione Hillary Merkus Recordati, Comitato dei partner di Palazzo Strozzi; main sponsor: Gucci.

Sulla facciata austera e rigorosa del palazzo il grande neon blu, site specific, che riporta il titolo. Da sempre l’artista fa della propria grafia una firma riconoscibile, un tratto distintivo della sua pratica che fonde confessione e affermazione. Le sue opere testuali, dirette ed essenziali, evocano emozioni intime con un’immediatezza che coinvolge visceralmente il pubblico. Emin sfrutta la luce come amplificatore emotivo, trasformando la parola scritta in un segno pulsante. Anche il disegno però per Tracey ha un’importanza centrale e da sempre.
Raccontandosi ha ricordato di essere venuta in Italia vent’anni fa per partecipare alla Biennale di Venezia in rappresentanza del Regno Unito e non essere rimasta soddisfatta di quello che aveva prodotto. Così, anche se può sembrare strano ai più, ha considerato la città lagunare come un trampolino di lancio e non un punto di arrivo e così Firenze oggi rappresenta la meta, un’estasi come ella stessa ha dichiarato. Raccontando di sé ha tracciato una parabola della sua vita, senza confessione, alla luce dell’assenza di regole, della grande libertà che ha avuto in famiglia anche nei confronti del sesso. La strada perigliosa lungo la quale si è incamminata l’ha portata gradualmente, come lei stessa ha detto, a essere più discreta e rispettosa degli altri, ad esempio a evitare di mettere in un’installazione con una tenda i nomi delle persone con le quali aveva “condiviso il letto, anche perché oggi non ci sarebbero nomi”, ha aggiunto ironicamente.

Rispetto a una congiuntura difficile di spaesamento, paura e violenza, il ruolo dell’arte è più importante che mai e la bellezza può essere un aiuto importante per salvarsi. Tracey Emin non parla astrattamente essendo un’artista engagée, stufa di lottare a parole con il Governo britannico. A Margate, cittadina dov’è cresciuta, ha fondato una scuola e una residenza d’artista comprando delle case perché anche i più giovani potessero stare in ambienti piacevoli e confortevoli a costi accessibili, sostenendo l’arte come bellezza oltre la decorazione. E i suoi appuntamenti hanno cambiato e risvegliato l’economia del luogo.
Prossimo appuntamento a Palazzo Strozzi nel 2025, l’apertura a maggio nel cortile del Project Space, un laboratorio per le generazioni più giovani e la mostra di taglio completamente diverso dedicata al Beato Angelico.

Chi è Tracey Emin
Nata nel 1963 a Croydon, Londra, è cresciuta nella città costiera di Margate. Nell’arco della sua carriera ha sviluppato una pratica artistica che spazia tra disegno, pittura, arazzi, ricami, film, sculture in bronzo e installazioni al neon. L’artista trae ispirazione dalla propria vita, facendo riferimento a esperienze profondamente intime: dalla sua storia sessuale agli abusi subiti, dall’aborto alle relazioni affettive, fino, più recentemente, al cancro e alle sfide legate alla sua salute.
Nel 1999 ha attirato enorme attenzione mediatica quando è stata candidata al Turner Prize e ha esposto My Bed alla Tate Gallery di Londra. L’opera, realizzata l’anno precedente durante un periodo di forte instabilità emotiva, mostra il letto sfatto dell’artista circondato da oggetti personali e altri resti, come preservativi, biancheria macchiata di sangue, bottiglie di alcol vuote e mozziconi di sigaretta. Da quel momento la carriera di Emin ha conosciuto una crescita costante: nel 2007 ha rappresentato il Regno Unito alla 52esima Biennale di Venezia e nel 2011 è stata nominata Professore di Disegno presso la Royal Academy, diventando una delle due prime donne a ricoprire questo ruolo nella storia dell’istituzione. Oggi Emin è ampiamente riconosciuta a livello istituzionale. Recentemente ha inaugurato a Margate i Tracey Karima Emin (TKE) Studios, uno spazio professionale per artisti interamente da lei sovvenzionato, che include anche la Tracey Emin Artist Residency (Tear), una residenza artistica gratuita in studio. Nel 2024 è stata insignita del titolo di Dame nell’ambito dei premi conferiti in occasione del compleanno del re, come riconoscimento del suo contributo all’arte.
a cura di Ilaria Guidantoni















