
E’ il soggiorno di una casa alto borghese con affaccio sul giardino lo spazio in cui si confronta la famiglia al centro di Erano tutti miei figli (All My Sons), dramma che Arthur Miller (1915-2005) scrisse nel 1947, quando ancora gli echi della guerra da poco terminata erano assai percepibili. Lo spettacolo è in scena, riscuotendo un grande consenso del pubblico, alla Sala Shakespeare del Teatro Elfo Puccini di Milano (da cui è prodotto) fino al 16 novembre, poi andrà in tournée nella prossima stagione. La regia è curata da Elio De Capitani, che è anche protagonista.
Il patriarca Joe Keller (Elio De Capitani) ora è titolare di una fabbrica che produce beni di largo consumo in una cittadina dell’Ohio, ma durante il conflitto era il fornitore dell’aeronautica americana di pezzi di ricambio da montare sugli aerei da combattimento. A causa dei ritmi frenetici di lavoro per soddisfare le continue ordinazioni, alcuni di quei pezzi uscirono difettosi: si tentò frettolosamente di ripararli e vennero comunque consegnati. Il risultato fu la caduta di 21 velivoli e di altrettanti piloti deceduti: Keller e il suo socio Deever furono incriminati e finirono in prigione. Chi ci è rimasto per molti anni è il socio perché Keller ha scaricato tutta la colpa su di lui ed è stato assolto al processo. Questo l’antefatto: il presente vede Chris, figlio di Joe, ex ufficiale reduce dalla guerra e suo erede a guida della fabbrica, attendere da New York l’arrivo di Ann, figlia di Deever, della quale è innamorato e si appresta a chiederle di sposarlo.

Questa decisione fa infuriare sua madre Kate perché Ann era fidanzata con Larry, l’altro suo figlio, anche lui pilota e da tre anni dato per disperso durante una missione. Tutti, tranne lei, sono convinti che sia morto ma per Kate è solo questione di tempo: Larry tornerà a casa e dovrà trovare Ann ad attenderlo. Affiorano dunque grosse tensioni tra lei e Chris che Joe tenta inutilmente di sopire. Le cose sembrano migliorare con il sopraggiungere di Ann che, nutrendo lo stesso sentimento, aspettava solo che Chris facesse il primo passo. I due giovani hanno ora modo di esternare ciò che provano uno per l’altra e sono certi di poter superare anche l’ostinata contrarietà di Kate. Pare si possa festeggiare una sorta di armistizio con una sontuosa cena al ristorante quando da New York sopraggiunge George, il fratello di Ann. Anche lui come la sorella aveva ripudiato il padre credendolo colpevole ma per la prima volta si era deciso ad andare a visitarlo in carcere. Qui dall’uomo ha saputo come sono andati realmente i fatti: Deever, accortosi dell’errore, non intendeva consegnare i pezzi fallati ma Joe, volendo evitare ogni responsabilità, si era assentato di proposito dalla fabbrica nonostante Deever l’avesse più volte sollecitato a tornare e aveva convinto il socio a tentare una riparazione e poi a spedirli senza far menzione delle possibili conseguenze. L’ intenzione di George è quella di convincere Ann a tornarsene a casa e dimenticare per sempre i Keller: la ragazza è molto turbata ma decide di restare, deludendo l’aspettativa di Kate che le aveva già preparato la valigia.

Dal canto suo Joe nega tutto, attribuendo la versione di Deever a sete di vendetta ma poi, a causa di una frase sfuggita alla moglie, è costretto ad ammettere le sue responsabilità e di aver mentito. La reazione di Chris a questa agnizione è oltremodo violenta. Tra padre e figlio nasce uno scontro durissimo: da una parte il pragmatismo e la difesa della ricchezza accumulata di Joe e dall’altra gli ideali di giustizia e verità di Chris che si sente moralmente responsabile della morte dei piloti. Sconvolto, lascia la casa e non farà ritorno che all’alba, annunciando di trasferirsi a Cleveland per trovare un lavoro e rendersi indipendente dalla famiglia, interrompendo anche la relazione con Ann. Questa separazione è ovviamente accolta con gioia da Kate, pervicacemente ferma nell’idea del ritorno di Larry. E’ a questo punto che la ragazza, esasperata dall’ostinazione della donna, le mostra una lettera che Larry le aveva scritto il giorno prima di scomparire: saputo dai giornali dello scandalo che ha infangato la famiglia, aveva deciso di uccidersi, schiantandosi in volo. Questa sconvolgente notizia fa precipitare tutti nello sconforto ma sarà solo su Joe che avrà una fatale conseguenza per la sua vita, una volta appreso di essere responsabile non solo della morte dei piloti ma anche di quella dell’amato figlio.

Erano tutti miei figli è la pièce che ha dato a Miller la fama, consolidata due anni più tardi da Morte di un commesso viaggiatore (premio Pulitzer) e successivamente dal Crogiuolo e da Uno sguardo dal ponte. Il testo risente del clima postbellico che, a un comprensibile desiderio di guardare al futuro con ottimismo, mescolava amare riflessioni sulla messa in discussione di valori come l’equità sociale: quanti si erano arricchiti senza scrupoli con attività più o meno lecite a scapito di molti altri che la guerra aveva impoverito o per i quali era stata foriera di lutti? L’opera è stata, a differenza di altre di Miller, meno frequentata sui nostri palcoscenici: ne ricordiamo una versione del 2002 diretta da Cesare Lievi e un’altra del 2005 di Giuseppe Dipasquale. E’ un tema assai attuale anche nel nostro presente, scosso da guerre che coprono meri interessi economici. La rivisitazione proposta nella messa in scena di Elio De Capitani per il Teatro dell’Elfo è decisamente filologica e fedele alla fluida traduzione di Masolino d’Amico. Il suo interesse si focalizza sul conflitto tra generazioni e sull’opposta visione dell’etica e della morale di Joe e Chris. “Uno dei motivi del successo di quest’opera”, ha precisato De Capitani, “credo sia nello scontro violento tra genitori e figli, ma anche nel dilemma affettivo e morale che li lacera, anticipando la rivolta giovanile della generazione successiva e il suo rifiuto di perpetuare il sistema sociale voluto dai padri”.
Dopo esser stato Willy Loman, il protagonista di Morte di un commesso viaggiatore (che con Keller ha in comune l’abitudine a mentire, seppur il primo lo faccia per disperazione, a differenza del secondo che lo fa per tutelare la sua persona e il suo status), De Capitani è un sanguigno, sornione Joe, che attacca e mente quando si sente in pericolo oppure cerca con veemenza e piaggeria di convincere gli altri d’essere nel giusto. La sua regia è d’impianto decisamente tradizionale e naturalistico, preservando qualche battuta dei personaggi minori che poteva essere tralasciata senza nuocere all’impianto narrativo. Angelo Di Genio è Chris, sia giustamente passionale e vibrante quando cerca di conquistare Ann che tenero e protettivo con la madre, mentre tende ad alzare troppo i toni e a scomporsi nelle schermaglie con il padre.

A Kate dà voce Cristina Crippa, cocciuta e assertiva ma pure succube del marito, trovando riscatto solo nel dolore. Nuova entrata nella rodata compagnia è quella di Caterina Erba: la sua Ann è divisa tra gli affetti familiari e il nascente amore per Chris; suo fratello George è Marco Bonadei, ottimo sia nel furore di chi cerca tardiva giustizia per il padre sia nella fragilità bisognosa di attenzioni quando viene blandito da Kate e Joe. Ci sono poi le due coppie dei vicini di casa: da una parte il dottor Jim Bayliss (l’efficace Nicola Stravalaci) a cui Miller (peraltro intellettuale assai controverso come si evince anche dalla sua autobiografia, biasimato per aver speculato sulla sua unione con Marilyn Monroe) affida quella che a nostro parere rimane la riflessione più autentica e sferzante della pièce sulla debolezza della natura umana, e sua moglie Sue (Sara Borsarelli); dall’altra l’astrologo dilettante Frank Lubey (Michele Costabile) e la prolifica compagna Lydia (Carolina Cametti), segretamente ancora innamorata di George. Le scene e i costumi in piena sintonia con l’epoca portano la firma di Carlo Sala, le luci sono di Michele Ceglia, i rombi d’aerei e i suoni minacciosi di Gianfranco Turco.
a cura di Mario Cervio Gualersi















