
Dopo 25 anni dall’ultima mostra organizzata dalla Fondazione Mudima e dal Centro Culturale Francese a Milano, una nuova esposizione, sino al 13 febbraio, dedicata a Toshimitsu Imaï, importante artista giapponese, nella quale si ripropone una parte del lavoro già esposto a Palazzo delle Stelline nel 2001 in occasione di Imaï. La guerra e la pace, oltre una parte di calligrafie realizzate nel 1993 in Fondazione Mudima e mai esposte in questi spazi.
A cura di Gino Di Maggio, foto di Fabrizio Garghetti, video-documento di Studio Azzurro, la mostra già anticipata da BeBeez Toshimitsu Imaï, un grande samurai dell’arte e della vita (si veda altro articolo di BeBeez) presenta al primo piano della Fondazione una serie di sei tele di grandi dimensioni realizzate negli anni 1997-1998 e dedicate agli orrori della guerra, argomento che, purtroppo, non perde mai di attualità; mentre al piano terra una serie di quattro Calligrafie, tre delle quali realizzate dall’artista a Milano nel 1993 negli spazi della Fondazione Mudima proprio in occasione della personale Hommages à Venise; mentre la quarta è stata eseguita nel 2001 a Palazzo delle Stelline e documentata dalla serie di fotografie di Fabrizio Garghetti anch’esse in mostra; il risultato è quasi una mostra nella mostra.

Gino Di Maggio, creatore della Fondazione Mudima, grande amico dell’artista, lo ricorda in un testo critico nel quale lo definisce appunto un “Samurai dell’arte e della vita”, un grande ponte tra Oriente e Occidente, che seppe sintetizzare in modo originale l’Informale incontrato a Parigi e il Gruppo Gutai giapponese, l’esperienza del gesto orientale e quella dell’Action Painting occidentale, in modo originale. Ma tanto fu aperto all’incontro, quanto forte rimase l’attaccamento al suo Paese tanto che sembra che abbia rifiutato di trasferirsi a New York su proposta del grande gallerista Leo Castelli che gli chiedeva però di lasciare definitivamente il Giappone.
Le rappresentazioni dedicate alla guerra sono potenti, molto forti e se non fosse che risuonano dell’orrore e del dolore, oltre che del coraggio di presentare in patria alcune tematiche scomode, perfino belle per la grande poeticità. Sono lavori di dimensioni importanti e fortemente materici, dove strati di pittura si sovrappongono.
“Vorrei evidenziare che era la prima volta nella storia del Giappone”, scrive ancora Gino Di Maggio, “che un artista della sua importanza realizzava una serie di quadri straordinari che avevano per oggetto i tragici e ingiustificati eventi di Hiroshima e Nagasaki, come pure il massacro di Nanchino effettuato dai giapponesi a danno dei cinesi”.

Il critico Achille Bonito Oliva nel catalogo della mostra Hommages à Venise, edito da Fondazione Mudima, nel 1993 scriveva che Imaï è il punto di passaggio, come lo è la pittura informale, tra ciò che non era più rappresentabile fisicamente, quella parte dell’animo umano disintegrato dalla guerra e dall’olocausto, e le nuove forme di economia nascente, di democrazia, di benessere”. In mostra si può visionare il video-documento registrato da Studio Azzurro nel 1993 e prodotto insieme alla Fondazione Mudima, nel quale si possono ascoltare un’intervista di Gino Di Maggio all’artista e un intervento di Pierre Restany, mentre scorrono le immagini delle opere esposte nella citata mostra Hommages à Venise e viene documentata l’azione di Imaï che realizza le calligrafie.
Con questo video-documento la Fondazione Mudima intende ricordare anche Fabio Cirifino, tra i fondatori di Studio Azzurro, scomparso recentemente.
Per quanto riguarda la Calligrafia, dove l’impronta della mano dell’artista è apposta come un sigillo, il punto di partenza è sempre costituito dalla lettera e dalla tradizione, sulle quali però interviene con una stratificazione che è tipica del suo modo di lavorare e il segno diventa immagine in senso pieno; curiosamente con una sua dinamicità perché si legge il gesto, lo schizzo, la goccia che hanno tracciato la lettera, la figura e quindi non si è quell’impressione decorativa e fissa tipica dei lavori calligrafici.

Chi è Toshimitsu Imaï
Nato nel 1928 a Kyoto, in Giappone, proviene da una famiglia di letterati, la madre calligrafa e poetessa e il padre uomo d’affari. Nel 1947 inizia a dipingere ed espone in saloni studenteschi, frequentando al contempo corsi privati di pittura. Nel 1950 trascorre un anno alla Tokyo University of the Arts e familiarizza con la pittura a olio. Nel 1952 decide improvvisamente di partire per Parigi e trascorre due mesi viaggiando da solo in Europa. Si stabilisce poi a Parigi dove incontra Yasse Tabuchi, arrivato nella capitale francese poco prima di lui. Frequenta per due mesi l’Académie de la Grande Chaumière, insieme al connazionale Kumi Sugai, preferendo poi i banchi della Sorbona e lo studio della storia medievale e della filosofia. Nel 1955 viene presentato al critico d’arte Michel Tapié e da allora entra a far parte del movimento informale, dedicandosi all’astrazione. Nell’agosto 1957 Tapié intraprende il suo famoso viaggio in Giappone insieme a Georges Mathieu e Imaï, grazie al quale vengono organizzati incontri e performance con il gruppo Gutai. In seguito gli artisti d’avanguardia giapponesi ed europei si confrontano e si influenzano a vicenda, tanto che molti artisti giapponesi si trasferiscono a Parigi e si mescolano al fermento creativo dell’epoca. Nel 1959 Imaï effettua uno scambio di galleria con Lucio Fontana, diventato suo caro amico, ed espone nella rinomata Galleria del Naviglio di Milano. L’anno seguente è invitato alla 30ª Biennale di Venezia e nel 1961 gli viene dedicata una terza mostra personale alla Galerie Stadler di Parigi, durante la quale incontra e stringe amicizia con André Malraux.
Tra il 1970 e il 1980 realizza murales presso varie istituzioni sia in Italia che nel suo Paese, dove viene invitato a partecipare a una mostra sull’arte giapponese del dopoguerra al Museo Nazionale d’Arte Moderna di Tokyo. Nel 1976 il Centre Pompidou di Parigi acquista diverse sue tele. Nel 1979 gli viene proposta una mostra personale a New York in occasione della prima Art Dealers Exhibition. A partire dal 1982 è invitato dal Centre Pompidou a lavorare nei suoi atelier, dove soggiornerà per due anni. Nel 1983 viene insignito dell’Ordine delle arti e delle lettere da Jack Lang. A partire dal 1985, entra nella fase più matura della sua carriera con la realizzazione della serie Ka Cho Fu Getsu (Bellezze della natura), in cui, allontanandosi dal mondo informale, introduce motivi tradizionali giapponesi ripetitivi e la pittura su paravento. Nello stesso anno viene invitato a partecipare alla prestigiosa mostra per i 30 anni della Galerie Stadler e per i 40 anni di arte moderna al Metropolitan Museum di Tokyo. Nel 1996 viene nominato Cavaliere della Legion d’onore in Francia. Muore a Kyoto nel 2002.
a cura di Ilaria Guidantoni















