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Autore: Immanuel Kant
Casa editrice: Universale economica Feltrinelli /Classici, vol. 32
Anno di pubblicazione: 2013
Acquista su AmazonDescrizione prodotto
L’estate è sempre sinonimo di leggerezza e le classifiche parlano soprattutto di romanzi d’evasione con il noir e il giallo in testa. Vero è che però i tempi dilatati, il lavoro che allenta la morsa, per chi ha figli le immancabili letture assegnate per le vacanze, è anche la stagione dei classici da leggere e rileggere. Feltrinelli a maggio ha lanciato offerte economiche in tal senso per stimolare un mercato che non passa di moda e che ormai è accessibile a prezzi stracciati. Nello specifico il saggio del 1795 di Immanuel Kant Per la pace perpetua, nato nella prima edizione come progetto per la pace perpetua, ha una preziosa prefazione di Salvatore Veca, per la traduzione di Roberto Bordiga, con un saggio storico di Alberto Burgio.
Ci si può chiedere che senso abbia leggere oggi un testo di oltre due secoli del filosofo conosciuto per il suo rigore nel metodo e nella riflessione, colui che per primo ha analizzato le condizioni e il limite stesso della conoscenza; la verifica della metafisica come scienza, l’imperativo categorico. Kant è però anche il filosofo delle condizioni della modernità che tenne ad esempio come docente un semestre di lezioni sulla Geografia, analizzando l’influenza del clima e del suo cambiamento sui popoli e i loro comportamenti.
Nel saggio sulla pace, non a caso molto apprezzato e tradotto con successo nella Francia post rivoluzionaria, quanto invece avversato da certo conservatorismo tedesco dell’epoca, il pensiero è di una straordinaria attualità e offre stimoli e spunti per quello che tuttora resto uno dei traguardi se non il traguardo per eccellenza della società.
Nel saggio si sente l’eco di un’epoca di rivolgimenti e stravolgimenti come un po’ la nostra e la tesi centrale è stata richiamata dallo stesso Umberto Eco come la funzione sociale essenziale dell’intellettuale: “Il dovere intellettuale di proclamare l’impossibilità della guerra. Anche se non vi fosse alternativa”.
Detto questo non dobbiamo pensare al filosofo di Konisberg come un utopista, considerazione che lo rende ancor oggi un modello praticabile, perché è saldamente ancorato a una filosofia della storia e al contempo dell’etica, mettendo in luce come in assenza della pace è l’uomo stesso ad implodere. Insomma, al di là dell’etica la pace prima che una virtù e un obiettivo è uno strumento per rendere possibile la convivenza civile e anche sostenibile in termini economici.
Il suo è un contributo celebre alla tradizione del pacifismo giuridico che ha contribuito in modo essenziale a quella che poi sarà la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, quel "minimo sindacale" che si ricava astraendo da ogni condizione contingente, dal pregiudizio di essere dalla parte giusta - storicamente ad esempio l’ammissione della Guerra contro i Turchi per instaurare il giusto impianto sociale cristiano - e dallo scopo particolare. Insomma siamo in una posizione antitetica de "il fine giustifica i mezzi".
Quanto possiamo ancora trovare nelle pagine di Kant, scrive Salvatore Veca nell'ampia prefazione a quest’edizione, sono "le impronte e le tracce vive di un progetto filosofico audace e illuminante, tanto quanto caratterizzato dalla consapevolezza della problematicità dei suoi esiti ai fini del nostro continuo approssimarci alla pace perpetua".
L’Universalismo di Kant è praticabile perché non è né legato al modello dell’ecclesia né del collettivismo, lontano da ogni omologazione, appartenenza specifica e "privilegiata", quale la Chiesa o il partito. L’idea è di una confederazione di Stati in un’idea cosmopolita dell’uomo in quanto persona cittadino del mondo. Un progetto ambizioso che non mette in discussione in modo fantastico l’idea di Stato, di individualità e di sovranità. Infatti Kant traccia solo delle linee dei minima moralia del liberalismo politico e l’idea di una Costituzione repubblicana senza addentrarsi nello specifico che finisce per essere irrealistico di certe costruzioni di città ideali; così all’interno dello Stato fissa l’idea di una politica che rispetti i diritti umani - per Kant il rispetto è superiore all’amore proprio per la sua universalità - non abbia mire espansionistiche e l’ordinamento giuridico e il sistema politico siano considerati legittimi da governati (che non sono dunque sudditi).
La pace dev’essere perpetua anche se si tratta di un pleonasmo non perché si pensi che la natura dell’uomo sia buona ma perché se non è tale è solo una tregua. L’idea che gli eserciti permanenti possano sparire nel tempo non è un sogno ma una conseguenza di un sistema di interconnessione regolato tra Stati, che è credibile secondo il filosofo tedesco. Kant non si dimentica di dire che la pace non è una condizione naturale, ché questa è piuttosto lo stato di guerra, e pertanto dev’essere istituita con argomenti certi e non probabilistici. Se in Kant si sente l’eco di Platone, l’istituzione della Repubblica non è "astratta", imposta dall’alto, dal ragionamento ma, riconosciuta come la forma migliore, si sostiene che sia la più difficile forma di governo da praticare e quindi vada arato il terreno e messo il seme che poi dev’essere coltivato.
Molto interessante anche il saggio finale che consente di ripercorrere la storia della riflessione sulla pace e fornisce suggerimenti di riflessione che rappresentano uno stimolo tuttora valido per analizzare la realtà; basti pensare solo alle migrazioni e al diritto all’uguaglianza e al rispetto dell’essere umano in quanto tale sostenuto come un imperativo inderogabile.
a cura di Ilaria Guidantoni















