Ha raggiunto quota 2900 miliardi di dollari a fine 2020 la cosiddetta dry powder dei fondi di private capital nel mondo, cioé la potenza di fuoco accumulata a seguito delle rispettive raccolte fondi e non ancora investita. Il calcolo è contenuto nell’ultimo report sul private equity di Bain&Company illustrato ieri in un webinar da Roberto Fiorello, responsabile della practice di private equity in Italia (si vedano qui il comunicato stampa e qui il report completo).
Il dato relativo alla dry powder è il risultato della somma della dry powder in capo ai fondi di varie strategie, così come calcolato da Preqin e Thomson Reuters, a cui gli analisti di Bain&Co hanno sommato anche la potenza di fuoco delle SPAC, stimata come il 50% di quanto raccolto a oggi dalle SPAC secondo SPACInsider.
Il dato dei 2900 miliardi si confronta con i 2600 miliardi del 2019 e per 970 miliardi è rappresentato dalla potenza di fuoco ancora inespressa dei fondi di private equity di buyout, che diventano 1012 miliardi, se si aggiunge anche la dry powder delle SPAC. Interessante notare che mentre la crescita della potenza di fuoco a disposizione dei fondi di buyout è stata graduale nel tempo, quella di altre strategie di private capital si è accumulata molto più velocemente.
In particolare, la dry powder dei fondi di direct lending a fine 2020 era cresciuta del 726% dal 2010, seguita da quella dei fondi di private equity specializzati in capitale per lo sviluppo (+314%), mentre la dry powder dei fondi di buyout a fine 2020 era solo il 114% di quella a fine 2010, a indicare che evidentemente i fondi di buyout sono più veloci nell’investire quanto raccolto. E infatti non a caso anche lo scorso anno si è registrato un netto aumento nel valore degli investimenti di questi fondi a livello globale a 592 miliardi di dollari da 555 miliardi del 2019, sebbene l’età media dei capitali raccolti dai fondi di buyout e ancora a disposizione sia comunque leggermente cresciuta a fine 2020 a 22 mesi dai 19 mesi registrati a fine 2019.
Gli investimenti dei fondi di buyout, peraltro, sono stati condotti a valutazioni molto elevate: a multipli di ben 11,4 volte l’ebitda negli Usa e addirittura 12,6 volte ìn Europa. Un punto, questo, che certamente metterà sotto pressione i gestori dei fondi, se vorranno mantenere i rendimenti ai livelli raggiunti negli anni scorsi.
In particolare, infatti, l’IRR registrato dai fondi di buyout in media lo scorso anno è stato del 10%, ma addirittura del 20% per i fondi migliori (top quartile), con i disinvestimenti dell’anno che hanno reso in media un multiplo di 2,3 volte sul capitale investito (da 2,6 volte nel 2019, pari al record del 2007). Un multiplo medio, questo, che nasconde situazioni molti diverse a seconda del settore: il picco di rendimento è stato toccato dai deal nel settore tech, con un multiplo di 2,9 volte sul capitale investito, mentre i rendimenti più bassi si sono visti nel settore consumer con multipli di 1,8 volte o inferiori.
Per un focus sullo stato del settore del private equity in Europa nel 2020 si rimanda a questo articolo di BeBeez, mentre sull’attività italiana degli investitori di private capital nel 2020, rimandiamo ai vari report di BeBeez, disponibili per gli abbonati a BeBeez News Premium e BeBeez Private Data: qui il Report Private Equity 2020, qui il Report Venture Capital 2020 e qui il Report Private Debt 2020.















