Nella prima metà del 2026 l’ecosistema italiano dei search fund mostra una forte accelerazione: al 30 giugno 2026 sono 52 i search fund lanciati in Italia, rispetto ai 38 mappati a fine 2025. Di questi, 30 sono in fase di ricerca attiva di un target, 15 hanno già completato un’acquisizione e due hanno realizzato un’exit, mentre si contano 5 iniziative terminate senza acquisizione, che portano il success rate della ricerca al 77%, in linea con il benchmark internazionale (si veda qui il comunicato stampa).
Sono i principali dell’ultimo report realizzato dagli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con Eureka! Venture sgr, che ha avviato ETA Fund, il primo fondo istituzionale dedicato a investimenti in search fund (si veda altro articolo di BeBeez), ed ELITE, l’ecosistema di Borsa Italiana – Gruppo Euronext.
I dati sono stati presentati il 30 giugno in Borsa Italiana, a Palazzo Mezzanotte, durante l’evento Search Fund, una nuova via all’imprenditorialità per le pmi, che ha messo a confronto i principali protagonisti del settore, tra cui Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e di cui BeBeez è stato media partner (si veda altro articolo di BeBeez ), e di cui sempre BeBeez a fine aprile aveva anticipato i risultati 2025 (si veda altro articolo di BeBeez), dati poi in parte leggermente rivisti e aggiornati nel nuovo report. La prima edizione dell’Osservatorio era stata invece pubblicata nel maggio 2025 (si veda altro articolo di BeBeez).
Il dato più interessante che emerge dalla nuova edizione dell’Osservatorio riguarda la struttura delle operazioni. Il report ricorda che il budget medio raccolto per la fase di ricerca è pari a 563 mila euro, con 18 investitori per search fund. La raccolta proviene per il 52% da fondi e investitori istituzionali, per il 28% da individui, angel e personal holding e per il 20% da family office e altri investitori. Dal punto di vista geografico, il 58% delle risorse proviene dall’Europa, il 26% dall’Italia, il 15% dalle Americhe e l’1% da altre aree. Le risorse raccolte finanziano principalmente il compenso del searcher (52% del budget), le spese di transazione (23%), travel e marketing (13%) e altri costi operativi (12%). Nel caso di team composti da due searcher, il peso del compenso sale al 59% del budget, mentre si riduce al 45% nei casi di searcher singolo.
Il finanziamento dell’acquisizione avviene poi tipicamente con un secondo round di raccolta per reperire l’acquisition capital, combinando equity e debito. Nell’80% dei casi analizzati il venditore reinveste una quota fino al 20% nell’operazione. Il debito rappresenta meno del 40% della capitalizzazione nel 12% dei casi, tra il 40% e il 60% nel 63% dei casi e almeno il 60% nel 25% dei casi. Il vendor loan è utilizzato nel 75% delle operazioni. Dei search fund italiani analizzati, come detto, 17 hanno già effettuato acquisizioni italiane: nel 2025 si sono registrate 6 nuove acquisizioni nei settori del laundry services, waste management, packaging, industrial packaging e pet food, mentre nel 2026 non si sono ancora concluse. Le acquisizioni complessive analizzate mostrano un profilo delle aziende target con ricavi medi di 11,2 milioni di euro, un ebitda medio di 2,6 milioni e un ebitda margin medio del 22,9%. I valori mediani sono pari a 11 milioni di euro di ricavi, 2,4 milioni di ebitda e 21,8% di ebitda margin.
Quanto al profilo dei searcher, il 45% dei searcher italiani lavorava all’estero ed è tornato in Italia proprio per avviare il proprio search fund. Inoltre, il 52% dei searcher italiani ha scoperto il modello durante l’MBA, e in media lo lancia due anni dopo aver conseguito il titolo. L’età mediana si attesta a 34 anni, in linea con il benchmark internazionale rilevato dal centro di ricerche IESE. Il 54% ha meno di 35 anni, il 38% è tra i 35 e i 45, l’8% supera i 45 anni. Il 60% opera da solo, il 38% in coppia e il 2% in team da tre persone, mentre la presenza femminile si attesta al 5%.
Il profilo tipico del venditore è invece quello di un imprenditore di prima o seconda generazione, spesso tra i 60 e gli 80 anni, la cui motivazione principale è il ricambio generazionale. Una volta completata l’acquisizione, il venditore resta in azienda con un ruolo operativo nel 56% dei casi, continua come collaboratore o consulente esterno nel 13% dei casi, mentre nel restante 31% esce del tutto dalla società.
Andrea Rangone, professore di Entrepreneurship and Digital Business Innovation al Politecnico di Milano, ha dichiarato: “A un anno dall’evento di lancio dell’Osservatorio, possiamo dire che in Italia non stiamo più parlando solo di un modello emergente, ma del consolidamento di un vero ecosistema”.
Stefano Peroncini, amministratore delegato di Eureka! Venture sgr, ha sottolineato che “la prima metà del 2026 segna un passaggio importante per il mercato italiano dei search fund: la crescita del numero di iniziative e l’interesse crescente da parte di investitori istituzionali, quali ad esempio le fondazioni bancarie, mostrano che il modello sta iniziando a essere riconosciuto come una leva concreta per accompagnare il ricambio imprenditoriale e la crescita delle pmi italiane”.
Marta Testi, ceo di ELITE, ha dichiarato che “l’ecosistema dei search fund rappresenta una risposta sempre più concreta e strategica a una delle sfide più rilevanti per il tessuto industriale italiano: garantire la continuità aziendale”.
E Andrea Nuzzi, direttore Business di CDP, ha concluso che “l’accelerazione nello sviluppo dell’ecosistema dei search fund conferma il crescente ruolo di questo modello nel sostenere il rafforzamento del tessuto imprenditoriale del Paese”, precisando che CDP intende “contribuire attivamente allo sviluppo di tale segmento” sostenendo acquisizioni e passaggi generazionali.















