Il Campania Teatro Festival, diretto da Ruggero Cappuccio, in un mese di programmazione ha ospitato la più recente produzione nell’ambito del teatro, nazionale e internazionale, della musica e della danza, garantendo spazi di visibilità anche a giovani artisti del territorio. In scena, tra gli altri, i femminielli di Fortunato Calvino, un’originale versione del Riccardo III, un classico di Vincenzo Salemme rivisitato dalla compagnia Nest, Curzio Malaparte riletto dal regista Krystian Lupa e a conclusione la star John Malcovich.
Non solo la sempre sorprendente Napoli ma anche tante altre località della regione sono state lo scenario del Campania Teatro Festival 2023, da pochi giorni conclusosi dopo un mese in cui si sono succeduti oltre 100 eventi spalmati tra Villa Floridiana, il Museo Madre e i gloriosi teatri della città, ma anche al teatro Romano di Benevento, il Duomo di Salerno, Villa Campolieto di Ercolano e altri suggestivi spazi. Sostenuta come sempre dalla Regione Campania e curata con la consueta perizia dal direttore artistico Ruggero Cappuccio, la rassegna si compone da ben 11 Sezioni: oltre a quella Italiana, l’Internazionale, l’Osservatorio, nato per far conoscere nuovi talenti, SportOpera, mix di lavori a tema che spaziano da testi inediti a videointerviste e radiocronache, senza dimenticare Danza, Musica, Letteratura, Mostre e i Progetti Speciali, come Il sogno reale–I Borbone di Napoli, ideato dello stesso Cappuccio, a cura di Marco Perillo e dedicato ai fasti dell’epoca borbonica. Merito del festival è quello di ospitare artisti e produzioni di chiara fama ma anche di valorizzare le eccellenze artistiche e le promesse del territorio, gratificate da un prestigioso trampolino per il futuro. Come da tradizione, Mimmo Paladino ha creato l’immagine grafica della rassegna, che quest’anno ha il significativo slogan di Battiti per la bellezza.
Tanti i nomi illustri che hanno animato la sezione del teatro, molti dei quali presenti nei cartelloni della prossima stagione: da Antonio Latella, regista di Circus Don Chisciotte, Davide Jodice che firma ideazione, drammaturgia e regia di Pinocchio. Che cos’è una persona?, in scena sino al 23 luglio nel ridotto del teatro Mercadante; Moni Ovadia, suo il testo e la regia di Gli occhiali di Sostakovic, il compositore russo vissuto durante il regime staliniano, Alessandro Preziosi, regista e interprete di Aspettando Re Lear, arricchito dalla scenografia di Michelangelo Pistoletto che ha per lui ideato un labirinto di cartoni, Andrée Ruth Shammah con l’ormai cult I promessi sposi alla prova, testo di Giovanni Testori, di cui firma adattamento e regia. Tra gli artisti di casa ricordiamo, tra gli altri, Enzo De Caro che in L’avaro immaginario adatta, dirige e interpreta due capolavori di Moliere, rivisitati da Luigi De Filippo; Angela Pagano con il suo testo Il diario ritrovato, ritratto autobiografico dell’artista e della donna; Massimo Venturiello, regista e in scena con un classico brechtiano, Il signor Puntila e il

suo servo Matti. Fortunato Calvino, partenopeo verace, drammaturgo e regista, già vincitore del Premio Carlo Annoni per la drammaturgia lgbtq+ con La resistenza negata, per il festival ha rimesso in scena dopo 9 anni Vico Sirene, un suo testo che allora si avvaleva dell’interpretazione di Massimiliano Gallo, mentre ora i protagonisti a sorpresa sono Gigi&Ross (Luigi Esposito e Rosario Morra), cabarettisti di razza, diventati popolari sia in radio che in televisione, ma già con una significativa esperienza teatrale lo scorso anno con Andy e Norman di Neil Simon. Nucchetella (Gigi) e Scarola (Ross) sono due maturi femminielli che ora convivono da amiche pur con caratteri diametralmente opposti: tanto la prima è fumantina, suscettibile e autoritaria, quanto la seconda è ingenua, arrendevole e conciliante. E’ dunque un ménage spesso problematico e tumultuoso ma ci sono anche momenti di reciproco affetto e tenerezza, come quando ricordano i bei tempi della loro “professione”, chiamate a soddisfare necessità e sfizi di decine di giovanotti. Un variopinto gruppo di amiche interagisce con loro: Mina che ha velleità artistiche e con le sue incredibili parrucche canta i successi della Tigre di Cremona, ma rischia di essere incriminata per falsa testimonianza quando cerca di coprire il guappo di cui è invaghita; la Pescivendola, l’unica con una fiorente attività, disponibilità economiche e un compagno appassionato; Cocacola, spigolosa e attaccabrighe, e Susy, più giovane, avvenente e legata a un uomo sposato che la fa soffrire. Diventiamo partecipi della loro quotidianità intessuta di confidenze, ripicche, frecciatine avvelenate che circolano a mezz’aria e vere e proprie liti, ma il clima si rasserena quando insieme decidono di prendere parte a una festa popolare. All’improvviso la commedia assume i contorni del noir: Susy scompare e viene poi ritrovata morta su una spiaggia, uccisa da un cliente. Le amiche sono affrante e, pur senza averne i mezzi, fantasticano di poterle far erigere un sontuoso monumento funebre ma sono bruscamente riportate alla realtà quando apprendono che l’assassino è stato trovato ed è nelle mani dei vicini di casa. Senza esitare chiedono di prenderlo in carico per infliggergli una giusta punizione, gestita come una surreale sfilata di moda in cui ognuna di loro può infierire sul criminale. Il finale è altrettanto cupo e privo di allegria: una tombolata (rituale che viene ancora oggi perpetuato durante le feste natalizie quando i femminielli sono chiamati nei bassi a gestirla e animarla, senza contare gli inviti a compleanni, cresime e battesimi), ovviamente presieduta da Nucchetella nelle vesti del Panàro, accigliata e vagamente minacciosa.
Si avvertono echi di Enzo Moscato e Annibale Ruccello nell’accattivante testo di Calvino (il titolo richiama sia i vicoli dei Quartieri Spagnoli che la leggenda della sirena Partenope), ricco di sapidi dialoghi e battute fulminanti, così frequenti nella dialettica partenopea, ma non mancano riferimenti alla marginalità e all’omotransfobia come il richiamo all’agguato di cui fu vittima Pasolini nelle modalità dell’omicidio di Susy. “Vico Sirene – afferma l’autore – è un viaggio nelle profondità dell’anima, di una vita che pulsa da secoli nelle vene di questa città, straordinaria madre, magnifica incantatrice e a volte perfida matrigna. Il mondo dei femminielli con i loro riti (dalla figliata al matrimonio) resta e rimarrà una realtà storica radicata nel tessuto sociale di questa città.” Con qualche opportuno piccolo taglio e un’accelerazione del ritmo dell’azione nella seconda parte, la pièce offre uno spaccato fedele di un mondo poco noto fuori dai confini campani e un’effervescente galleria di caratteri. Ottima sia la prova di Gigi&Ross che, oltre alla perfetta sintonia, rivelano, in particolare Ross, certo favorito dal personaggio, insospettate doti drammatiche, sia il complesso degli attori/attrici abitualmente presenti nei lavori del regista: Luigi Credentino, Dario Di Luccio, Ciro Esposito e Marco Palmieri. Scene d’interni di Clelio Alfinito, costumi (quelli della sfilata davvero ridondanti) di Francesca Romano Scudiero e musiche di Paolo Coletta. Debutto festeggiato al teatro Nuovo: nella prossima stagione Vico Sirene sarà in programma ai teatri napoletani Bracco (dal 9 al 12 novembre) e Troisi (dal 18 al 21 gennaio 2024).

Di un’altra generazione ma sempre nell’alveo degli artisti locali, il giovane Edoardo Sorgente, volto noto della tv per le sue apparizioni in Gomorra e Un posto al sole, oltre che nel cinema (Martin Eden di Pietro Marcello) e a teatro, dove lo ricordiamo in I rifiuti, la città e la morte di Fassbinder e La tragica storia del dottor Faust di Christopher Marlowe, entrambi diretti da Giovanni Ortoleva), torna su un classico e in un one-man-show ci presenta il primo capitolo di una Trilogia, La tragedia di Riccardo III – O della morte e altri inganni, in cui ci fa ripercorrere la parabola del più crudele “villain” (cattivo) della produzione scespiriana in una rilettura del tutto personale. Citando il Bardo Thodol (Libro tibetano dei Morti) dove ci viene detto che nei secondi precedenti il trapasso sia possibile rivivere tutta la nostra vita passata, Sorgente immagina quella di Riccardo come svoltasi in un lungo sogno: all’inizio lo troviamo infatti addormentato su di un giaciglio mobile sorretto da funi e il celebre monologo dell’incipit lo sentiamo registrato.

Poi c’è il risveglio a cui segue una serie di originali trovate: i principini che farà uccidere nella Torre di Londra da un sicario per aver accesso all’agognato trono, sono due candide uova, il fratello maggiore Clarence, altra sua vittima, è un pesce rosso, Buckingham, il fedele esecutore dei suoi disegni, una lampada. Non manca l’interazione con il pubblico: quando la sua corte infingarda lo supplica di accettare la corona e lui finge di tentennare, si rivolge agli spettatori chiedendo se debba farlo o meno. Indossatane una di latta e con il viso coperto da un trucco bianco da clown, Riccardo inizia la sua rapida discesa agli inferi: Buckingham, inorridito dall’ultimo crimine, si ribella e si allea con il conte di Richmond che prima lo sconfigge nella battaglia di Bosworth Field e poi lo uccide, salendo quindi al trono col nome di Enrico VII. La chiave più interessante dell’operazione consiste nel dipingere un uomo spietato più desideroso d’amore e devozione sincera che del potere e, nonostante la sua deformità, convinto di essere bello e desiderabile, come gli sembra plausibile dopo la seduzione riuscita di Anna prima ed Elisabetta poi. E’ proprio quando ha la corona in capo che s’infrange questa chimera, mettendolo di fronte alla dura realtà. Il finale di quest’ora intensa non poteva che riprendere l’inizio, con lui dormiente nel suo letto/amaca. Nonostante la complessità della tragedia e l’aver optato per esserne l’unico interprete, Sorgente conduce in porto il compito con successo, dimostrando anche una brillante capacità di occupare lo spazio scenico praticamente spoglio. Ideazione, scene e regia di Gianluca Bonagura che firma, insieme a Elvira Buonocore, anche traduzione e adattamento. Applausi da un pubblico prevalentemente e piacevolmente giovane al teatro Trianon Viviani.

Della compagnia Nest (Napoli Est Teatro) con base a San Giovannni a Teduccio, abbiamo seguito negli anni il lavoro (in particolare quello di uno dei fondatori, Francesco Di Leva, fresco vincitore del David di Donatello per il film Nostalgia di Mario Martone) e la sua crescita esponenziale, misurandosi sia con i classici (Shakespeare, Pirandello e Eduardo De Filippo) che con la drammaturgia contemporanea. Il fatto che Vincenzo Salemme abbia concesso all’ensemble i diritti per mettere in scena un suo testo (cosa sinora mai accaduta) ne è una prova. Eccoli dunque debuttare al glorioso teatro Mercadante con Premiata Pasticceria Bellavista, scritto nel 1997 e portato anche sul grande schermo tre anni dopo dall’autore-attore. Ermanno e Giuditta Bellavista (Giuseppe Gaudino e Viviana Cangiano) sono i titolari della pasticceria di famiglia: il primo è legato alla dispotica Rosa (Alessandra Mantice) anche se non disdegna i favori della procace commessa Romina (Dolores Gianoli), e la seconda all’aiuto pasticciere Aldo (Francesco Di Leva) che mira solo al suo denaro, avendo una tresca con la stessa Romina. Il tutto all’insaputa della loro terribile e autoritaria madre vedova (che non compare in scena ma di cui udiamo solo la voce tramite un megafono), costretta a letto al piano di sopra e sofferente di diabete, malattia trasmessa a Carmine che come conseguenza tre mesi prima aveva perso la vista e subìto il trapianto delle cornee. Un bel giorno si palesa in negozio il cieco homeless Carmine (Adriano Pantaleo) con due bizzarri compagni, Gelsomina (Cristel Checca) e Memoria (Stefano Miglio), così soprannominato in quanto, privo d’identità, ne assume altre a seconda del momento. Presto si evince che a Carmine, vittima di un incidente, caduto in coma ma creduto morto, erano stati asportati gli occhi da un medico senza scrupoli, procacciato da Aldo, e coinvolto nel gioco d’azzardo e nel commercio di organi. Il poveretto, svegliatosi tre mesi dopo, si è così ritrovato disabile e, per rivalersi del danno su Ermanno, pretende di stare sempre al suo fianco e raccontargli la vita che non è più in grado di vedere. Per il pasticciere non c’è alternativa e deve suo malgrado accettare: la situazione però diventa presto ingestibile, anche a causa delle intemperanze di Memoria e Gelsomina e gli affari ne risentono, in più la madre, sentendosi trascurata, minaccia di diseredare i figli. E’ lo stesso Carmine a proporre agli interessati un piano che sistemerà tutto quanto: preparare e offrire all’anziana e golosissima signora una succulenta torta caprese farcita di ammoniaca e cocaina che la condurrà subito a miglior vita, col viatico della voce della Callas in Casta diva. Dopo iniziali perplessità e sensi di colpa, Ermanno e Giuditta, assecondati dai rispettivi fidanzati/e, accettano: riusciranno nel diabolico intento?
Pigiando più sul piede della farsa che della componente noir peraltro evidente nella commedia, la regia Giuseppe Miale Di Mauro orchestra un riuscito gioco di squadra, puntando sulla versatilità del cast, forse eccedendo un po’ nell’accentuare i toni macchiettistici soprattutto di Memoria, Gelsomina e Rosa. Francesco Di Leva è un vanitoso, bugiardo e pusillanime Aldo, perfetto anche in una gustosa imitazione canora di Fred Buscaglione; il Carmine di Adriano Pantaleo (abbigliato come un nero becchino) è giustamente sinistro e spregiudicato e Giuseppe Gaudino presta a Ermanno ambiguità, indecisione e sudditanza alla figura materna. Scena minimalista di Luigi Ferrigno, variopinti costumi di Chiara Aversano e sound designer Italo Buonsenso. Accoglienza trionfale e agli applausi esce anche Salemme che, emozionatissimo, fa i complimenti ai “ragazzi” del Nest. Lo spettacolo si replica al teatro Diana di Napoli dal 2 maggio 2024.

Il regista, drammaturgo e scenografo polacco ottantenne Krystian Lupa è rimasto uno dei pochi grandi Maestri del teatro contemporaneo, dopo la scomparsa di tanti illustri colleghi, già insignito del prestigioso Premio Europa nel 2009, il cui metodo di lavoro con gli attori viene definito “laboratorio prove” ed è solito, oltre a dirigerli, anche a tradurre e adattare i testi (tra gli altri Bernhard, Musil, Rilke, Gorkij, Dostoevskij, Bulgacov e i connazionali Witkiewicz e Gombrowicz) arrivando talvolta a salire in palcoscenico con le funzioni di narratore. Una sua costante è l’esplorazione della condizione spirituale dell’uomo in un’era di profonda trasformazione culturale. L’anno scorso a Modena per Vie Festival abbiamo visto il suo Imagine, testo e creazione collettiva degli attori e sua. A Napoli nella sezione Internazionale ha proposto Capri –

The Island of Fugitives, tratto dai romanzi di Curzio Malaparte Kaputt e La pelle di cui firma regia, sceneggiatura e scenografia. Si tratta di un affascinante mosaico composto da recitazione, proiezioni di spezzoni di autentici reperti d’epoca, filmati girati ex novo e fotografie, diviso in tre distinti blocchi come i tre atti dello spettacolo della durata di oltre sei ore, destinato a un pubblico adulto, di cui cercheremo di riassumere la trama. L’incipit ci riporta a Jean Luc Godard e al suo film Il disprezzo (tratto dall’omonimo romanzo di Moravia) di cui vengono mostrate alcune scene: una è girata nella villa-fortezza a piramide rovesciata di Malaparte a Capri dove un produttore americano convoca uno scrittore francese per scrivere la sceneggiatura di un’Odissea diretta da Fritz Lang: improvvisamente il primo muore e Lupa immagina che tutta la troupe (dove spicca Brigitte Bardot) rimanga nella casa in una problematica convivenza per sfuggire a un’ipotetica guerra o catastrofe. Un uomo e una donna nudi cercano una mela illuminata in proscenio e irrompono tra il pubblico, realizzando di non essere più soli: a seguire questa sorta di cacciata dal paradiso c’è una parte forse un po’ criptica per i non polacchi che ci riporta all’occupazione del Paese da parte dei nazisti. Si sovrappone la Napoli appena liberata: la popolazione è affamata e cerca qualcosa da mangiare sino a quando compaiono delle provvidenziali scatolette di cui tutti s’impadroniscono e subito divorano avidamente. Sono istantanee che ritroviamo nella Pelle, dove si racconta che i bambini venivano venduti e la prostituzione femminile e maschile era diffusissima. Lo scrittore svedese Axel Munthel (anche lui trasferitosi a Capri in una villa favolosa) accusa Malaparte di aver lasciato la casa un eredità ai cinesi di Mao (è la verità) che l’hanno poi fatta andare in rovina, oltre ad avere avuto, almeno in gioventù, spiccate simpatie per Mussolini e il fascismo.
Il secondo blocco, ispirato a Kaputt, pone al centro il personaggio dello scrittore in divisa (era stato ufficiale del regio esercito sul fronte russo), prima circondato da una serie di notabili, impegnati a conversare amabilmente sulle atrocità compiute dai nazisti (ad esempio l’uccisione voluta da Himmler di 150.000 intellettuali) mentre sullo schermo appaiono i cadaveri del ghetto di Varsavia e un filmato mostra l’esecuzione a freddo di un bambino da parte di un soldato, osservata con indifferenza da un gruppo di signore in abito da sera. A seguire ci spostiamo in uno dei bordelli creati per i militari dove vengono reclutate a forza ragazze ebree che raccontano l’incredibile vita a cui sono costrette, come fossero animali in cattività, destinate ad essere sostituite, ormai distrutte, dopo 20 giorni, per poi essere immediatamente eliminate. Lo scrittore ne ha pietà e rifiuta di accompagnarsi a una di loro, preferendo la compagnia di un uomo nudo che lo segue come un’ombra e chiaramente lo desidera.
Il terzo atto riprende invece molti temi sviluppati nella Pelle: qui Malaparte appare in abito bianco con le funzioni di narratore-osservatore. Due sono le vicende che s’intrecciano: da una parte gli avvenenti giovani napoletani che si raccolgono nelle case d’appuntamento delle “signorine” e altri che per bisogno si prostituiscono nei bordelli gay ai tanti stranieri sbarcati in città in cerca di sesso. Fred è uno di questi ultimi e invita gli amici, tra cui lo scrittore, a Torre Del Greco dove un gruppo di femminielli suoi conoscenti inscenerà la “figliata”, un parto dove lui stesso impersona la partoriente dalla quale sbuca un orribile bambino di legno con un enorme fallo a cui fa seguito l’orgia omosessuale di tutti gli astanti, mentre sullo sfondo compaiono gli affreschi erotici di Pompei. L’altra azione ci mostra un banchetto organizzato dal generale americano Cork a cui è invitata la terribile signora Flat di Boston, a capo dell’armata femminile, durante il quale chiede, ora che la guerra è finita, perché mai gli americani siano venuti in Europa, iniziando un’accesa discussione con Malaparte che la contraddice e ne mette in luce la pochezza. Il generale, per offrire una portata di pesce ai suoi commensali, lo fa di solito pescare nell’acquario cittadino e questa volta arriva in tavola un pesce sirena con le sembianze di una bambina che suscita ribrezzo e, dopo qualche perplessità sul fatto di cibarsene o meno, si decide di seppelirlo. A conclusione dell’affascinante affresco a cui pensiamo gioverebbe qualche taglio, i 31 attori e attrici, tutti ugualmente strepitosi, avanzano silenziosi in proscenio e si guadagnano i meritati, prolungati applausi del pubblico del teatro Politeama che ha seguito tutta lo spettacolo con estrema attenzione, raggiunti dal regista palesemente soddisfatto della loro performance. Immagini video di Nathan Berkowicz e Adam Suzin, costumi di Piotr Skiba e musiche di Bogumil Misala.

A chiudere la sezione Internazionale e il festival è toccato alla star John Malkovich che, accanto all’attrice lettone Ingeborga Dapkunaite, si è cimentato con In The Solutude of Cotton Fields, capolavoro di Bernard-Marie Koltès, diretto dal regista russo Timofey Kulyabin che, dopo aver subito pesanti censure nel suo Paese, è stato costretto all’esilio per aver criticato l’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe di Putin. Oltre ad affidare i ruoli a un attore e un attrice (cosa peraltro già fatta dal nostro Andrea De Rosa con Federica Rosellini e Lino Musella), l’originalità della sua lettura risiede nella scelta di dare una connotazione sessuale alla natura della misteriosa merce oggetto dell’inquietante trattativa tra venditore e potenziale cliente, e far scambiare i ruoli tra i due personaggi. Una conclusione di alto profilo per una rassegna benissimo organizzata e gestita.
a cura di Mario Cervio Gualersi














