A Siena si è inaugurata una mostra diffusa, Raggio verde, con il cuore in questo momento a Santa Maria della Scala, di fronte al Duomo, fino al 13 settembre, un processo e un percorso nato da un lungo lavoro da novembre a febbraio scorso con workshop e incontri a tema sul paesaggio. Da un’idea della Curatrice molisana naturalizzata senese, Michela Eremita, la mostra è in fieri perché presenta alcuni lavori che non sono ancora un prodotto finito e la stessa esposizione è una tappa in un progetto destinato a durare nel tempo. Esposte le opere di 23 artisti di diverse generazioni e provenienza che rappresentano le città di Torino, Milano, Venezia, Siena, Prato e Palermo, e che sono il risultato di incontri con ricercatori scientifici. Il percorso è un viaggio tra linguaggi molto diversi e progetti assolutamente eterogenei con alcuni lavori collettivi. Il fulcro è la città di Siena che funge da motore della produzione con i suoi luoghi deputati che sono serviti in molti casi da ispirazione: oltre la citata Santa Maria della Scala che conserva il suo significato originario di cura, il Museo dell’Antartide, l’Orto Botanico e la Sala Botanica dell’Accademia dei Fisiocritici, un Museo universitario. Nell’Orto Botanico è presente un incipit, pensato nell’ottica del lungo termine del percorso.
La mostra infatti nel suo insieme non risolve il tema ma, attraverso circa 250 opere, si pone come una tappa lungo un sentiero, come ad esempio per il Giardino bosco a Villa Rubini di proprietà del Comune. Proprio visitando i luoghi gli artisti spesso hanno scelto come lavorare perché il paesaggio è declinato secondo una dimensione vissuta, intima non scientifica e, in alcuni casi, con dei racconti.
Il titolo è legato al fenomeno fisico del bagliore che è anche intuizione emotiva, scoperta dell’anima, ci ha spiegato la Curatrice, e i riferimenti sono molteplici, dal film Le rayon vert di Éric Rohmer, al romanzo sentimentale di Jules Verne, pubblicato nel 1882. L’immagine della locandina è un’opera dell’artista ed astronomo francese Lucien Rudaux che ha realizzato una serie di litografie che rappresentano paesaggi immaginativi ma a partire dalle sue osservazioni scientifiche. Questo artista potrebbe essere coinvolto nella prossima tappa del progetto visto anche che all’Osservatorio astronomico di Siena è stato scoperto un pianeta nuovo.
Per alcuni artisti in mostra la tela è proprio una memoria dell’esperienza intrapresa come nel caso di Valentina Cima, proveniente dal gruppo Zolfo Rosso, che ha vissuto con i pastori la transumanza durante un mese sulle Dolomiti e che nel lavoro realizzato per Santa Maria della Scala ha ceduta a un lato figurativo non presente normalmente nei suoi lavori.

Nella prima sala troviamo il progetto partecipativo per eccellenza con l’artista senese Bernardo Giorgi che ha disegnato una mappa della città sulla quale interverrà per evocare gli incontri con gli abitanti e le varie associazioni nel corso della mostra, come ad esempio quella che organizza la visita dei Bottini.
Riccardo Vicentini studia invece la cartografia e ha progettato per il 2024 una passeggiata a piedi da Venezia a Siena.
L’artista di

origini libanesi Elena el-Asmar ha composto un’opera con più tasselli, acquarelli, che richiamano l’idea del Grand Tour a Siena fin quando ha trovato un cedro del Libano di fronte al Museo dell’Antartide che ha ritratto e poi realizzato sotto forma di arazzo che assume quasi il senso di una bandiera. Sulla tela anche delle stelle in oro riprese da una cintura libanese che sono le stesse delle decorazioni di Santa Maria della Scala. Quest’opera evidenzia l’idea immaginifica del paesaggio, filtrato da accostamenti emozionali e declinati secondo l’antropizzazione dello stesso. Siamo di fronte a una visione molto lontana dal vedutismo.

Nella seconda sala emerge il rapporto tra gli ambienti del museo e il paesaggio esterno incantevole tra scorsi del centro storico e distese di colline, uno scambio ideale che la Curatrice ha voluto lasciare più libero possibile senza quasi intervenire con la luce. Qui in particolare il lavoro di Loris Cecchini con i suoi acquarelli verdi che avvolge nel plexiglass che realizza egli stesso; e una rosa di marmo di Carrara.
Luca Pancrazi che interverrà all’Orto Botanico qui propone un lavoro di cura del selvatico.
Nella sala

successiva il torinese Pierluigi Pusole mostra l’incontro tra il razionale e l’irrazionale con un gioco surrealista in rosso, dove una stanza sembra contenere l’incontenibile, il paesaggio, con un effetto sorprendente.
Di fronte incontriamo l’unico pittore propriamente figurativo in mostra, con l’opera Il belvedere dell’ultima illusione dove appare il raggio verde: il veneziano Francesco Zanatta.
Nella sala numero cinque la senese Serena Fineschi compie un lavoro di ricerca sulla pittura storica locale partendo dalla piccola tavola di Giovanni Di Paolo, conservata nella pinacoteca cittadina, della Madonna dell’Umiltà, nella quale la Vergine si posa in un giardino fiorito di ispirazione fiamminga. Il lavoro dell’artista in bianco e nero mostra frutti e fiori sui quali viene ‘sputato’ del chewingum colorato. Nella parete di fianco la brasiliana Deborah Hirsch con un lavoro molto raffinato ed esteticamente forte dedicato alle piante in via d’estinzione reperite all’Orto Botanico, attualmente individuate in una quarantina ma anche questo è un progetto destinato ad incrementarsi.

Nell’ultima sala il lavoro di un trio siciliano, Francesco De Grandi, Federico Lupo ed Elisabetta Marino, Grillo, stampa su PVC e racconto fantastico, dedicato al bosco, a un’interpretazione fantastica e a mio parere con un côté noir, che dà vita a un animale fantastico che in sé assume i caratteri di diverse creature per diventare una creazione fantastica. Di fronte un altro lavoro della Fineschi, Cattive compagnie, dove in una serie di tableaux vengono presentate coppie di frutti, uno ‘corrotto’ e uno sano alludendo alla possibile contaminazione ed evocando allo stesso tempo la pittura fiamminga del Seicento. Qui anche il lavoro dell’olandese Rob Van Den Berg, Confondere violenza con amore (rospo) che parte dal ritrovamento di un rospo schiacciato come accade sempre più sovente in un paesaggio fortemente antropizzato e lo replica con varie mutilazioni in un quadro di fusioni.
Termina la mostra nella stessa zona 6 – in effetti non ci sono sale distinte come nei classici musei – Luca Pancrazi con Landscape Books Chosen by Artists, una stampa digitale su blueback, risultato dell’invito agli artisti di indicare i loro libri di riferimento sul paesaggio come le città invisibili di Italo Calvino tra gli altri.
Per il finissage uscirà il catalogo sotto forma di un foglio di giornale che costituirà il ponte con la prossima tappa del progetto.
A cura di Ilaria Guidantoni














