
La sua figura si staglia nella scena scura e spoglia: è Maria Croce, la protagonista di Stabat Mater, il monologo di Antonio Tarantino in programma oggi, sabato 31 gennaio, al Teatro Persio Flacco di Volterra con la regia di Luca Guadagnino e Stella Savino. Dalle sue prime parole comprendiamo che sta aspettando Giovanni, il padre del figlio adolescente (di cui non conosciamo il nome) che è stato portato in carcere con l’accusa di far parte di una cerchia di sovversivi, quella che negli anni di piombo si definiva “banda armata”. Maria, immigrata dal sud a Torino, è angosciata perché non ha più sue notizie e questa attesa di un Giovanni/Godot le dà l’occasione per raccontarci la sua storia e il retroterra urbano e sociale in cui si muove. Ha cresciuto da sola il ragazzo, arrabattandosi vendendo abiti e bussando costantemente alla porta degli assistenti sociali per ottenere sussidi e pacchi di generi alimentari.

Di una di questi, la signora Trabucco, Maria ci fa partecipi dei loro colloqui: la funzionaria comunale, piemontese doc, non nasconde la sua vena antimeridionalista, snocciolando i soliti pregiudizi nei confronti degli immigrati, rinfacciando il supporto economico fornitole, però getta luce anche sulla figura del figlio. E’ dotato di grande intelligenza, ha un ottimo profitto negli studi e scrive poesie ma, sviluppato precocemente, ha forti pulsioni erotiche che non esita a soddisfare anche nei bagni della scuola da solo o con una compagna: entrambi sono stati scoperti sul fatto da un’insegnante e dalla preside, attempata signorina ancora illibata, sconvolta e colta da uno svenimento. Quello della tensione sessuale del ragazzo è per Maria motivo di costante preoccupazione: da una parte è ossessionata che possa venire irretito dagli omosessuali, secondo lei, alquanto omofoba, sempre alla ricerca di giovanotti da adescare con un pugno di banconote o un pacchetto di sigarette, ma al contempo detesta anche Maddalena, la fidanzatina delle case popolari che, già esperta, lo ha iniziato al sesso e lo ha introdotto nell’ambiente dei terroristi.

Una parte consistente della sua invettiva riguarda Giovanni, l’uomo che l’ha resa madre, ma prima le aveva suggerito di abortire affidandosi ai ferri da calza di una mammana e poi si era completamente disinteressato del figlio, sposando un’altra donna, costretto dai fratelli di lei, legati alla malavita. Anche lui non è uno stinco di santo: ricetta merce rubata che assembla in giardino e tradisce la moglie sia con Maria (che voleva, senza riuscirci, far prostituire e che ora gli si si concede a patto che lui acquisti i suoi abiti per poi rivenderli) e con altre donne affette da problemi mentali e quindi facilmente manipolabili. Sulla moglie di Giovanni, Maria riversa tutta la disistima possibile: ingrassata di sessanta chili, non si lava e il marito non la sfiora neppure. Un altro bersaglio del suo disprezzo pregno di razzismo sono gli immigrati nordafricani, tutti “marocchini”: a suo dire selvaggi “con la sveglia al collo”, scansafatiche e superdotati che fanno del loro sesso un’arma sia di conquista per donne “perverse” che di ricatto per estorcere soldi.

Dopo la Trabucco, nell’affabulazione di Maria compaiono la professoressa Diotallevi e don Aldo: la prima conferma le doti intellettuali del ragazzo, pur essendo anche lei assai preoccupata per i suoi exploit erotici, e il secondo, casto ma non indifferente a Maria, ancorché sovrappeso a causa del troppo alcol, insiste sul pericolo delle attenzioni dei gay e soprattutto sui rischi del coinvolgimento nella politica. Di quest’ultimo argomento Maria discute in questura col commissario dottor Ponzio che la rimprovera perché non si era accorta che il ragazzo deteneva una pistola in casa e nascondeva libri inneggianti alla rivoluzione. Lei ovviamente si discolpa ma, dal ricordo di questo colloquio al successivo, avvertiamo l’accrescersi della disperazione della donna per la sorte del figlio: si era infatti messa alla ricerca del giudice Caraffa per ottenere un colloquio in carcere: lui però è introvabile e né Giovanni né Maddalena si presentano per aiutarla. Ormai preda di brutti presagi, immagina d‘esser chiamata a riconoscere il cadavere del ragazzo disteso su un tavolaccio e coperto da un lenzuolo, ma non può far altro che tornare a casa sotto la pioggia scrosciante, senza neppure un ombrello.
Stabat Mater, titolo mediato da una preghiera d’origine medievale, ricorrente in letteratura e nell’arte, testo vincitore del premio Riccione 1994 e messo in scena lo stesso anno da Cherif con Piera Degli Esposti, è il primo tassello della Tetralogia delle cure, a cui seguiranno Passione secondo Giovanni. Vespro della Beata Vergine e Lustrini, composta dal drammaturgo Antonio Tarantino (1938-2020) e, con il titolo Quattro atti profani, pubblicata da Ubulibri nel 1997. Sia nel primo che nei successivi testi, è palese il richiamo ai temi religiosi oltre che all’attenzione per i reietti, gli emarginati, per chi è affetto da turbe psichiche, in definitiva proprio chi di cure, in senso lato, ha più bisogno. Nella protagonista e nei personaggi minori è palese il richiamo a Maria di Nazaret che piange “quel cristo di un figlio” sotto la croce dopo che Ponzio (Pilato) e Caifa/Caraffa ne hanno decretato il destino per colpa di “quella Maddalena che è la sua rovina”, ma l’immagine della madre davanti al corpo della sua creatura ci riporta anche all’indimenticabile Mamma Roma di Pasolini con Anna Magnani.

Quello che della Tetralogia e in particolare di Stabat Mater è l’aspetto più originale e accattivante è la scrittura: un italiano con innesti del dialetto piemontese insieme a quelli del nostro sud, senza punteggiatura e con un ritmo travolgente, nel quale espressioni gergali si mescolano a termini assai crudi ma mai volgari, dove l’invettiva non manca d’ironia e sarcasmo ma dove non è difficile decifrare il dolore e la fatica di una vita tutta in salita. E’ un muro di parole con cui lo spettatore è chiamato a misurarsi, abbandonandosi a un flusso incontinente che diventa totalizzante e che lo assorbe non solo intellettualmente ma anche fisicamente. Le molte ripetizioni delle battute non sono casuali ma fungono da una sorta di mantra volto a convincere chi lo ascolta delle tesi e argomentazioni di Maria. A mettere in scena la pièce sono Luca Guadagnino, alla sua prima regia teatrale dopo i tanti successi al cinema, con Stella Savino che hanno scelto la chiave del minimalismo per quanto concerne la scenografia: pochissimi oggetti tra cui un’alta scala di legno (forse un richiamo allo strumento per raggiungere la croce), alcune seggiole e un tavolino, spostati da un servo di scena muto, lasciando che a riempire lo spazio siano la parola e il corpo dell’attrice.

A interpretare il monologo in napoletano, la sua lingua madre, con l’assenso di chi si occupa ora di tutelare l’opera di Tarantino, è una straordinaria Fabrizia Sacchi, indomita, ammiccante, talvolta sgradevole, implorante e infine rassegnata Maria Croce che in un magico equilibrio vocale riesce, pur fumando una sigaretta dopo l’altra, a procedere con un ritmo forsennato, senza quasi poter respirare, passando in un baleno dalla nota comica a quella drammatica, oltre al perfetto uso del corpo e la giusta fisicità: una delle prove più brillanti della sua carriera. Al termine dello spettacolo le abbiamo chiesto come ha costruito il personaggio. “E’ stata una costruzione istintiva, non c’è stato ragionamento, ci sono entrata con la carne, il sangue, il respiro, il cuore e ho trovato che tutto tornava”. Ci ha colpito il suo lavoro sulla voce. “Ho sentito che Maria tutte le cose che dice vuole che siano sentite e capite, anche se le dice a modo suo, che è poi la voce di Tarantino, e quindi sin da subito ho provato una vocalità estrema, una voce portata al massimo, una recitazione elisabettiana. All’inizio sembra una palla di cannone, ma dopo un po’ si capisce, anche perché Maria ha la necessità estrema di farsi comprendere: da qui il bisogno di articolare tutto perfettamente per far arrivare il testo che è poi il vero protagonista dello spettacolo. Recitarlo in napoletano è stato un colpo di fulmine, un innamoramento immediato: ho subito visto nella protagonista un’emarginata del sud che tenta di sopravvivere a Torino. Essendo napoletana ho avuto la certezza che questa donna parlasse lo stretto dialetto napoletano”.
Lavorare con un regista non uso al mezzo teatrale è stata certo una novità. “Guadagnino ha costruito la regia come un corpo a corpo tra me e il testo, come una lotta, con Maria che per un’ora vomita la sua storia senza appigli né aiuti, senza luci particolari né musica, ritrovando un’idea di teatro puro, fatto di evocazione. E’ stato faticoso ma bellissimo”. Stabat Mater, prodotto da Argot Produzioni con Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito, lo si vede ancora oggi al Teatro Persio Flacco di Volterra e ne auspichiamo la ripresa nella prossima stagione.
a cura di Mario Cervio Gualersi















