
Un’artista che non hai mai smesso di sperimentare, delicata e potente ad un tempo nelle sue “pitture”, installazioni come costruzioni architettoniche, performance e film; note le sue macchine sceniche che hanno anticipato il rapporto tra l’umano e il non-umano precorrendo i tempi. Un’arte raffinata, dal grande valore estetico e ad un tempo con un lato sinistro.
Non poteva che essere a Torino la prima retrospettiva di Rebecca Horn in un’istituzione museale pubblica italiana, città con la quale ha da sempre un rapporto speciale.
Cutting Through the Past, Tagliando attraverso il passato, personale di Rebecca Horn a cura di Marcella Beccaria, vicedirettore del Castello di Rivoli, è di scena nella Manica Lunga del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, vicino Torino, fino al 21 settembre. Si tratta appunto della prima retrospettiva dedicata all’artista in un’istituzione museale pubblica italiana e nasce dalla cooperazione con Haus der Kunst di Monaco di Baviera, a seguito della personale dell’artista organizzata dalla stessa istituzione nel 2024, dov’è stata curata da Jana Bauman; collaborazione molto importante com’è stato sottolineato all’anteprima alla quale ha partecipato BeBeez.

La mostra riconosce il ruolo fondamentale di Rebecca Horn (nata a Michelstadt, 1944 e morta a Bad König, Germania, 2024) nello sviluppo della pratica artistica contemporanea, attraverso opere che creano un inquietante teatro performativo, nel quale sono protagoniste tematiche fondamentali quali tempo, memoria, desiderio e relazioni di potere. Il lavoro di Rebecca Horn propone un inscindibile intreccio tra l’umano e il meccanico e anticipa problematiche al centro dell’attuale dibattito culturale, in un contesto definito da tecnologie sempre più complesse. La cifra curatoriale mette in luce uno degli aspetti meno noti dell’artista, quello spirituale e la geometria dell’interiorità, in primis il cerchio, ma anche le piume, simboli religiosi, esoterici e iniziatici.
Il rapporto con Torino e in particolare con il Castello di Rivoli, ha sottolineato il direttore Francesco Manacorda, comincia con la mostra Ouverture con la quale si apre la stagione del nuovo museo nel 1984 ed è stato costante nel tempo, ad esempio con il progetto “Luci d’artista” che percorre la città, iniziativa di arte pubblica che veste di luci il capoluogo. Questa mostra è pertanto l’occasione per rilanciare l’amicizia tra l’istituzione e l’artista, soprattutto dopo l’installazione permanente dei Piccoli Spiriti blu alla Chiesa del Monte dei Cappuccini in città dove il colore blu ha un evidente significato spirituale.
In esposizione una selezione di installazioni, sculture, video, film e disegni, nonché macchine cinetiche, che si estende dagli a opere recenti, con importanti prestiti di opere raramente esposte provenienti dalla Fondazione Moontower, istituita a Bad König in Germania dalla stessa artista.

La mostra racconta cinquant’anni di carriera dai primi disegni degli Anni Sessanta con una suite in parte cronologica senza però essere strettamente lineare, anche in considerazione dell’idea della temporalità di Rebecca.
Il percorso espositivo esordisce, non a caso, con la macchina cinetica Pfauenmaschine, Macchina pavone, originariamente ideata dall’artista per la sua partecipazione a documenta, Kassel nel 1982, opera ancora analogica.
Quella della Horn è un’arte aperta come un teatro performativo, che si presta all’interpretazione e questo spiega anche, ha sottolineato la curatrice, le difficoltà di allestimento, di grande suggestione per gli spazi e la luce che filtra dalle vetrate, in un dialogo tra mura antiche, mattoni e fragilità contemporanea, senza stridore. Interessante il ritmo con il quale è concepito il cammino, un’alternanza di opere di grandi dimensioni e di piccole mentre alle pareti sembrano scorrere i disegni e i video, creando un vero e proprio spettacolo, concepito come una partitura che, l’aspetto sonoro, parte integrante dei lavori, rende emozionale e dinamico.
“Rebecca Horn”, ha sottolineato la curatrice, “ha manifestato la capacità, propria dei grandi artisti, di piegare tecniche e linguaggi alla propria volontà, anticipando molteplici ambiti di ricerca contemporanei che spaziano dal pensiero multispecie ai nuovi orizzonti che si vanno delineando, con tecnologie che manifestano atteggiamenti assimilabili alle emozioni umane”.
I disegni, come tutto il suo lavoro, risentono dell’esperienza traumatica e dolorosa della quale non amava molto parlare, del ricovero in ospedale durante il quale patì l’isolamento dagli altri, la dipendenza dalle macchine sanitarie e dal tempo di previsione della guarigione, sempre ipotizzato lento e “vuoto”, lontano dall’idea realistica del quotidiano. L’eredità di questo sentire la si avverte nei movimenti delle mani lenti e inusuali che notiamo nei suoi video ad esempio.

Nella sezione centrale della mostra, i visitatori incontrano le performance di esordio di Horn attraverso i video Performances I, del biennio 1970-1972; Performances II del 1972; e Berlin (10.11.1974 – 28.1.1975) del 1974-1975. Come per l’iniziale presentazione a Haus der Kunst, essi sono proiettati in grande scala, dopo essere stati recentemente digitalizzati.
I video sono una parte molto importante della sua opera che iniziano alla fine degli Anni Ottanta e che per un verso sposano il suo interesse cinematografico ma direi in sé sono più vicini al teatro e alla danza.
Di forte impatto le installazioni monumentali quali Inferno, del periodo 1993-2024, Turm der Namenlosen, Torre dei senza nome, del 1994 e Concert for Anarchy, Concerto per l’anarchia, del 2006. La prima che cita ovviamente Dante è un “castello” di letti dal sapore ospedaliero che incatena l’ammalato come il dannato nei gironi e ricorda allestimenti teatrali di quell’espressionismo tedesco che trova in Brecht un protagonista se non il protagonista e nel Woyzeck l’immaginario. L’installazione, chiara rievocazione della propria esperienza, ha avuto diversi allestimenti il primo dei quali fu al Guggenheim di New York nella personale allestita da Germano Celant.

Il Concerto per l’anarchia, con il pianoforte appeso al contrario al soffitto, è una delle opere più iconiche dell’artista, nata da uno dei suoi film ispirati al cinema muto e in particolare a un artista da Rebecca molto amato, Buster Kiton, nel quale immagina un gruppo di persone prigioniere di una clinica psichiatrica dalla quale finalmente riescono a fuggire. Così anche le ‘macchine’ come lo stesso pianoforte trovano la propria liberazione, espellendo la tastiera e potendo così suonare liberamente senza il vincolo della musica assegnata.
Al centro della Lunga Manica il film Der Eintänzer, Il Gigolò, del 1978, valorizzando così il nucleo di importanti lavori di Horn presenti nella collezione del Castello, periodo in cui abitava a New York e viaggiava molto e a partire dal quale le macchine cinetiche diventano un elemento importante del proprio lavoro. Nel film si respira l’aria newyorkese con personaggi stravaganti e estemporanei e nelle scene finali il tango sembra coinvolgere anche gli oggetti accennando a quello che da allora sarà irrinunciabile, la presenza delle macchine cinetiche.
Tra le istallazioni recente Hauchkörper, Corpo che respira, del 2017 e Cutting Through the Past, Tagliando attraverso il passato, del biennio 1992-1993, l’opera che dà il titolo alla mostra, che rovescia il concetto di intimità e calore suggerito dall’ambiente domestico al quale alludono le porte. Esse sono corrose e una lama le “ferisce”.

Di grande suggestione la Torre dei senza nome, una struttura dove violini suonano alternativamente a ricordo delle persone dimenticate, che la storia cancella; così come Miroir du Lac, Specchio del lago, del 2004, opera che riunisce tre momenti in uno con uno specchio basculante che “gioca” con quello del soffitto e termina in una luce blu. Il colore del cielo è anche in Vol de jour, contenuto in una teca, composizione di grande delicatezza, molto raffinata.
La ricerca del centro c’è anche nella penultima installazione, dove una serie di aste dorate leggermente inclinate si muovono alla ricerca della stabilità.
Dopo la mostra presso Haus der Kunst e la scomparsa dell’artista, la mostra al Castello raccoglie per la prima volta un importante gruppo di Bodylandscapes. Tra gli ultimi lavori di Horn, questi disegni pittorici di grande formato nascono da un processo performativo. La selezione evidenzia la ricorrente presenza di forme arrotondate e cerchi, interpretabili quali simboli del fluire del tempo e di una rigenerazione senza fine. Insieme all’installazione Das Rad der Zeit, La ruota del tempo, del 2016, anch’essa presentata per la prima volta in un museo pubblico, queste opere manifestano la dimensione spirituale di Horn, in linea con una ricerca che comprende Piccoli Spiriti Blu, la grande opera pubblica del 2000, sopra citata.

In occasione della personale alcune opere dell’artista saranno presenti anche alla Collezione Federico Cerruti, quale secondo episodio di Interferenze, programma incentrato su affinità e differenze tra il Castello di Rivoli e Villa Cerruti. In quest’occasione, la selezione di tre opere, comprende Cello, Violoncello, del 1999, esposto nella sala della musica, opera originariamente allestita dall’artista a Weimar quale parte del grande progetto Konzert für Buchenwald, Concerto per Buchenwald, quest’opera, concepita come un violoncello che suona da sé con due archetti, è presentata nella sala della musica della Villa.
Altra opera Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, diario 1935-1950, che illustra la passione per la letteratura di Rebecca, con gli oggetti chiusi nella teca, chiaro riferimento al Surrealismo; da notare che l’allestimento ha creato un’interferenza appunto del giallo della pietra con lo stesso colore della tela di Emilio Vedova, alla quale l’opera è accostata.
Infine un grande disegno, uno dei Bodylandscapes, serie che comincia nel 2003, attraverso un processo performativo da cui si genera il disegno. L’idea parte da un centro ideale che per l’artista è l’ombelico, che richiama appunto alla circolarità del tempo, al suo fluire in senso spirituale.
a cura di Ilaria Guidantoni















