
C’è qualcosa di raro nel teatro che sa tacere. Che lascia spazio al silenzio tra una nota e l’altra, tra una parola e la successiva, e in quel silenzio fa sedimentare un’emozione vera, non costruita. Blue & Rose – Feu enchanté, andato in scena l’8 marzo scorso nella Sala del Buonumore Pietro Grossi del Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze (si veda altro articolo di BeBeez), con il supporto dell’Associazione Amici del Conservatorio Luigi Cherubini, il contributo della Fondazione CR Firenze e in collaborazione con Il Foyer – Amici della Lirica di Firenze, è uno spettacolo che conosce bene quel silenzio. Anzi, lo abita.
Scritto e interpretato dalla mezzosoprano Eufemia Tufano, affiancata in scena dall’attrice Serra Ylmaz, volto amatissimo del cinema del regista Ferzan Ozpetek, questo racconto per musica e parole si è presentato volutamente nella sua forma più essenziale: due donne, un pianoforte (quello di Elisabetta Sepe), la bella voce narrante di Annamaria Tossani e nessuna scenografia. Eppure la potenza di ciò che è accaduto sul palco è tale da rendere evidente, fin dalle prime battute, che ci si trova davanti a qualcosa di non ordinario. Qualcosa che, nella sua veste piena, con l’orchestra prevista di violoncello, violino, arpa, chitarra, clarinetto e pianoforte, con più interpreti e con scenografie vere, potrebbe ambire a diventare uno spettacolo di rara, assoluta intensità.

A confermare l’interesse suscitato da questa prima, Eufemia Tufano e Serra Yilmaz saranno ospiti di una prossima puntata di Applausi, la trasmissione di Gigi Marzullo su RAI 1, dove parleranno dello spettacolo e del progetto artistico che lo ha generato.
Manuel e Kurt: due uomini, due fuochi
La storia di Blue e Rose è un viaggio attraverso quattro città e altrettante epoche: Madrid 1915, Berlino degli anni Trenta, Parigi del dopoguerra, New York di Broadway. Ma sotto la superficie di questo itinerario geografico e sentimentale si muove un filo più sottile e più audace: quello di due uomini che le protagoniste evocano con nome di battesimo, quasi fossero amori perduti, fantasmi della memoria, e che sono invece i compositori la cui musica scandisce ogni loro emozione.
Quei due uomini si chiamano Manuel e Kurt. Sono Manuel de Falla e Kurt Weill. E la scelta non è casuale: entrambi hanno attraversato la prima metà del Novecento come artisti in resistenza, opponendosi, con la vita prima ancora che con la musica, ai totalitarismi che devastavano l’Europa. De Falla, compositore andaluso di straordinaria sensibilità, rifiutò il franchismo e morì in esilio volontario in Argentina nel 1946, senza più tornare nella sua Spagna. Weill, tedesco di origine ebraica, fu costretto a fuggire dalla Germania nazista nel 1933 e approdò infine a New York, dove reinventò se stesso nel linguaggio del musical americano. Due artisti in fuga, come Blue e Rose. Due uomini che il fuoco della storia aveva bruciato, proprio come brucia il fuoco dell’amore nelle parole del racconto.
Clicca qui per ascoltare uno dei brani di De Falla cantati da Eufemia Tufano
E’ questo il cuore concettuale più originale e più potente dello spettacolo: la musica non accompagna la storia, la incarna. Quando Blue ricorda Manuel – “Manuel non ci sei più… che cosa pagherei per rivivere quel momento insieme a te” – non sta parlando di un uomo qualunque. Sta parlando di de Falla. Sta parlando di quella musica. Ed è a quel punto che Rose intona la Canción del fuego fatuo, tratta da El amor brujo, e tutto si illumina di un senso doppio, stratificato, quasi vertiginoso.
Madrid: il fuoco fatuo dell’amore
La storia comincia nel 1915, al Café Gijón di Madrid. Blue è un’attrice di successo appena rientrata dopo anni di assenza; Rose è la cantante di punta del locale. Le unisce la stessa ferita: l’abbandono, la perdita, il fuoco che brucia e non riscalda.
Rose canta la Canción del fuego fatuo di de Falla, e Blue riconosce in quella musica il proprio dolore: “Come il fuoco fatuo, proprio così è l’amare. Lo fuggi e ti insegue, lo chiami e si mette a correre”. Poi risuona la Nana di de Falla, sola arpa, come una ninna nanna sospesa nel buio, e Blue si abbandona al ricordo di una maternità vissuta in solitudine: “Come una bimba mi sono abbandonata al suono di una ninna nanna e ho tuo figlio tra le braccia”. Quindi la Canción e l’Asturiana, chitarra e violoncello, completano questo trittico spagnolo tratto dalle Siete Canciones Populares Españolas, che è insieme confessione e liberazione.
Ed è qui che Tufano inserisce la poesia di Federico García Lorca, e anche questa scelta non è decorativa. Lorca era amico personale di de Falla: i due condividevano un’idea del folklore spagnolo come forma di verità profonda, non di pittoresco. Lorca fu ucciso dai franchisti nel 1936; de Falla non riuscì mai a perdonarselo. Citarlo qui, mentre risuona la musica dell’amico compositore, è un gesto di coerenza storica e poetica insieme:
“È vero. / Ahi, quanto mi costa amarti come ti amo! / Per amor tuo mi duole l’aria, il cuore e il cappello. / Chi comprerebbe da me questo nastrino che ho / e questa tristezza di filo bianco, per fare fazzoletti? / Ahi, quanto mi costa amarti come ti amo!”
Berlino: le ombre di Kurt
Il secondo quadro porta le due amiche a Berlino, attratte da una città che agli occhi di un’artista degli anni Trenta sembrava non avere confini. Ed è qui che entra Kurt, il pianista dagli occhialini tondi in onice che Blue non vuole guardare negli occhi, perché teme di rimanerne prigioniera come era rimasta prigioniera degli occhi neri di Manuel.
Kurt è Kurt Weill. E la sua musica, canzoni da cabaret, che mescolano jazz e ballata, melodia popolare e straniamento brechtiano, rispecchia perfettamente il clima di quella Berlino crepuscolare, dove la leggerezza era già una forma di resistenza. Blue e Rose si esibiscono in un locale piccolo, con le pareti verde scuro e la luce fioca, e Rose canta Und was bekam des Soldaten Weib (Cosa ricevette la moglie del soldato) e Nanna’s Lied: due brani in cui Weill e Brecht smontano senza pietà la retorica bellica, raccontando la guerra dal punto di vista di chi resta, di chi aspetta, di chi sopravvive vendendo ciò che ha.
Il dialogo tra Blue e Rose in questa sezione è tra i più riusciti dell’intero spettacolo. Rose sorride delle scarpe col tacco che Lulú ha ricevuto dal marito al fronte; Blue risponde con la visione di una donna destinata all’ultima doccia. Due temperamenti opposti: l’ironia vitale di Rose, il pessimismo lucido di Blue, che si bilanciano e si completano come due strumenti in contrappunto. La poesia senza nome che Rose recita – “Mio dolce, caro amore / oggi ho visto tanto dolore” – sospende per un momento il tono, e il silenzio che segue pesa quanto una battuta d’orchestra.
Parigi: la rivalsa e Prévert
La Parigi di Blue e Rose è quella della rinascita. Le due donne approdano sull’Île Saint-Louis in primavera, con vista sul ponte, e qualcosa in loro si scioglie definitivamente. “Senza accorgermene ero guarita”, dice Blue. È la città della luce, certo, ma anche quella dove le acque della Senna custodiscono segreti che non riaffiorano mai.
Ed è qui che Tufano inserisce Jacques Prévert, con la sua poesia Mazzo di fiori, e ancora una volta la scelta è precisa, non ornamentale. Prévert era il poeta della semplicità che nasconde l’abisso, del quotidiano attraversato dalla morte e dalla bellezza insieme. La sua poesia percorre il ciclo di una vita femminile attraverso l’immagine dei fiori che cambiano, appassiscono e muoiono, come contrappeso malinconico alla ritrovata leggerezza delle due protagoniste:
“Che fai laggì bambina con quei fiori appena colti. / Che fai laggì ragazza con quei fiori, quei fiori seccati. / Che fai laggì bella donna con quei fiori che appassiscono. / Che fai laggì già vecchia con quei fiori che muoiono. / Aspetto il vincitore.”
Rose canta Je ne t’aime pas e poi lo Youkali tango di Weill, un brano che è insieme nostalgia e ironia, il sogno di un’isola che non esiste, la felicità sempre rimandata. Il cabaret parigino diventa il luogo dove le due donne si trasformano finalmente in artiste compiute, riconosciute, libere. E dove incontrano Adrien, l’angelo di passaggio che le indicherà la strada verso l’America.
New York: la luce che si compie
L’America è la meta e la risoluzione. Blue e Rose approdano a Broadway e il loro spettacolo, che porta esattamente il titolo Blue & Rose – Feu enchanté, diventa un successo. Weill le aspettava anche qui: My Ship, scritto per il musical Lady in the Dark con testo di Ira Gershwin, è il brano che Rose canta come approdo finale, nave che entra in porto dopo anni di mare aperto. Poi Speak Low, ancora Weill, con la sua malinconia dolcissima che Blue aveva già sussurrato nel cuore della storia: “L’amore è oro puro e il tempo è un ladro”.
Blue e Rose hanno portato con sé, dall’Europa all’America, tutto il fuoco da cui erano fuggite. Ma quel fuoco, nel tempo, si è trasformato: non brucia più, illumina. “L’amore si trasforma in leggerezza e luce”, dice Blue. E il mondo, il loro mondo, è rinato.
Il finale è affidato a poche parole, dette sottovoce, quasi a non voler rompere l’incantesimo. Rose muore nella sua America, il volto come quello di una bambina, un sorriso appena accennato. Blue, rimasta sola, torna al principio: al Café Gijón, ai ricordi, alla musica che non ha mai smesso di risuonare. “Ma ogni cosa, quando è meravigliosa, finisce sempre troppo presto.”
Una prima che promette molto di più
Ciò che ha reso straordinaria questa prima fiorentina non è stata la perfezione della messa in scena, che in una forma così essenziale, per definizione, non poteva essere l’obiettivo, ma la capacità di far intuire allo spettatore la profondità dell’architettura sottostante. Ogni scelta drammaturgica di Tufano rivela una coerenza interna rigorosa: la musica di de Falla per la Spagna del fuoco e della terra, quella di Weill per l’Europa del cabaret e della resistenza, le poesie di Lorca, Prévert e della donna senza nome come contrappunti letterari che non decorano ma scavano.
Serra Yilmaz porta in scena una presenza scenica straordinaria: la sua Blue è una donna che porta il peso del passato con una fisicità trattenuta, quasi immobile, che rende ogni piccolo gesto una rivelazione. Tufano abita Rose con una voce che sa essere canto e racconto insieme, mai separati, sempre l’uno a servizio dell’altro. Elisabetta Sepe al pianoforte è discreta e impeccabile, capace di scomparire quando la scena lo richiede e di illuminarla quando è il momento.
Blue & Rose – Feu enchanté nella sua versione completa, con l’intera compagine strumentale, con la scenografia, con la regia dispiegata nello spazio, ha tutti i presupposti per diventare uno spettacolo di grande respiro europeo. Il materiale c’è. La visione c’è. E il fuoco, come insegna de Falla, non si spegne mai davvero.
















