
La vigna al centro di un progetto di sostenibilità ambientale e didattico- culturale, dato che la vigna sarà visitabile. Intorno al tema del vigneto, elemento del DNA storico della campagna toscana e non solo paesaggistico, ruota il progetto di Maria Fittipaldi Menarini, presidente dell’azienda Donne Fittipaldi di Bolgheri, in provincia di Livorno. Sulla collina di piazzale Michelangelo, dalla parte di San Niccolò, che dà il nome al vigneto e anche al futuro vino, la prima vigna urbana fiorentina di Donne Fittipaldi Menarini con quasi due ettari di viti in simbiosi con gli ulivi. È stata appena inaugurata, questa settimana, la messa a dimora di 700 barbatelle che daranno i primi frutti per la vinificazione nel 2027. Per quella data tra l’altro gli ospiti della cerimonia di inaugurazione riceveranno una bottiglia omaggio con il proprio nome, personalizzata. Il senso è la ricerca di identità che lega la vite alla vita nella culla del Rinascimento. Non è un caso che i vitigni scelti siano i primis il tipico Sangiovese e altri locali e già noti ai tempi di Michelangelo come

l’Abrostine o il Canaiolo nero. E proprio a Michelangelo è dedicato il progetto, un’associazione di idee nata spontaneamente con l’artista che aveva acquistato una tenuta in Chianti, vicina alla torre Nectar Dei, poi diventata Fattoria Nittardi. Tra l’altro il vigneto si trova sulla collina che sovrasta l’Arno con una vista che spazia dalla cupola del Brunelleschi ai colli di Fiesole, adiacente al giardino dell’Iris dove è conservato il germoplasma del genere Iris, simbolo di Firenze. Ora l’obiettivo più generale del progetto dal punto di vista vinicolo è proprio rigenerare varietà in estinzione della banca del germoplasma della Regione Toscana per iscrivere la vigna nell’elenco dei coltivatori custodi.
L’idea di Maria Fittipaldi Menarini, che presiede l’azienda agricola, gestita con le figlie Carlotta, Giulia, Serena e Valentina, è ispirata alle vigne urbane, soprattutto di tradizione francese come quella di Clos Montmartre a Parigi, ma anche a esempi sempre più numerosi in Italia, quali la vigna di Leonardo a Milano, Villa della Regina a Torino o Tenuta Venissa sull’isola di Mazzorbo a Venezia e mira al recupero dell’antica viticoltura cittadina. Nasce così a Firenze la prima vigna urbana con un progetto tutto al femminile.

“Questa vigna rappresenta anche la mia infanzia – ricorda Maria – quando i primi di settembre, di ritorno dalla villeggiatura, amavo cogliere gli acini e anche alcuni grappoli per la tavola”. Poi, venti anni fa, nella sua residenza di Bolgheri scoprì il fascino del vino. Ed è la, in quel periodo, che nasce l’Azienda Agricola donne Fittipaldi. Da quel periodo, per quel progetto, decide di volere accanto a sé anche le quattro figlie che ancora oggi le sono vicine nel portare avanti l’Azienda. Ed è anche la passione e l’esperienza acquisita in questi anni che l’hanno convinta a far rivivere la vecchia vigna di casa. “In qualche modo – prosegue Maria – voglio dare un segno e un senso di continuità a questa casa, particolarmente amata da mio padre Mario.”
La vigna, questo l’aspetto di grande interesse, è vista come elemento in grado di ricomporre l’insieme di patrimonio rurale, storico e paesaggistico tipico di una comunità urbana ancora lontana dall’industrializzazione. Un progetto in grado di esaltare la biodiversità e di contribuire alla sostenibilità urbana e anche di valorizzare la storia. La scelta dell’allevamento è infatti la forma ad alberello, la forma più antica di allevamento conosciuta, già praticata da Greci e Romani, la più qualitativa sebbene sia costosa. Questa forma di allevamento richiede una lavorazione totalmente manuale, con costi di gestione importanti. I grappoli sono più accessibili e facili da tenere sotto controllo a pieno vantaggio della maturazione e della qualità delle uve. Per l’impianto si è scelta la forma cosiddetta a “quinconce”. Ogni alberello si trova sui vertici di un quadrato che ha

un’altra vite al centro, come la faccia di un dado con il numero 5. L’aspetto visivo sarà scenicamente spettacolare: i filari potranno essere percorsi in lungo, in largo e in diagonale a piedi o con macchine di piccole dimensioni senza trovare ostacoli. A questo proposito “mi viene in mente – ci ha raccontato Maria – l’incitazione di Veronelli a ‘camminare le vigne’. Si potrà così farlo anche in città con la prospettiva di contribuire a rendere di nuovo vivibile e salutare una parte del contesto urbano.”
Il risultato vuol essere una vigna giardino anche con un’attenzione al sociale, dalla prima botte nel 2027 “si ricaveranno circa 700 bottiglie – ha concluso Maria – da vendere sul mercato internazionale tramite aste con finalità benefiche di sostegno sociale.
Il fine della vigna infatti non è solo il vino, ma il rapporto che si crea tra uomo, terra e aria, un rapporto che ridimensiona la sterilità del cemento e dell’asfalto con la ricerca di un rispetto reciproco”. Diceva Andy Warhol: “Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”. Se poi da questa terra nasce anche un grande vino, l’opera d’arte si completa.
Nella storia
I valori simbolici, religiosi e culturali della vite e del vino sono stati raccontati fino dalle epoche più remote, scritti in molte opere e dipinti in affreschi e quadri. Anche le poesie ispirate alla vite e al vino non furono da meno, dal Cantico dei cantici ai poemi Omerici. I Romani, su suggerimento di Catone il Censore, acquistavano buoni terreni nelle città che fondavano, dando importanza prioritaria alla piantagione di viti e di salici che producevano i vimini necessari per le legature dei tralci. Coltivare vigneti produceva redditi superiori ad altre colture e soprattutto la tassazione era la più bassa di tutte. Ma, la crisi dell’Impero creò grandi disordini, la viticoltura subì fortissime tassazioni e gli agricoltori si videro costretti ad estirpare i vigneti. Fu per questo motivo che nel IV secolo, l’imperatore Teodosio, immise la pena di morte per chi tagliava le viti. Il delicato momento sviluppò una viticoltura “ecclesiastica” che avveniva all’interno delle chiese e dei monasteri. A Firenze la toponomastica, giunta all’oggi senza grandi cambiamenti lo dimostra. Ancora oggi passeggiamo per “Via della Vigna Vecchia”, antica strada che si snoda dal retro di Palazzo Vecchio e si dirige in Santa Croce. Il nome ricorda i terreni sui quali avevano impiantato le loro vigne i Monaci Benedettini della Badia Fiorentina. La vicinanza di via della Vigna Vecchia e di via Vinegia dove sorgeva un’antica osteria confermano le estensioni di grandi terreni cittadini coltivati a vite. Si può ancora passeggiare anche nella via della “Vigna Nuova”, la quale prese il nome dalla vigna dei monaci della chiesa di San Pancrazio, denominata “nuova” per distinguerla da quella “vecchia” dei monaci della Badia. Le vigne della chiesa di San Pancrazio erano affidate ai frati domenicani e poi ai Vallombrosani, si estendevano fino alla chiesa di Santa Maria delle Vigne, un oratorio del IX secolo, ingrandito nel 1094, dal quale nacque la prima grande Basilica di Firenze, la Novella basilica: Santa Maria Novella.

Le vigne urbane, un fenomeno in crescita
A Torino è rinata la Vigna della Regina, sulla collina che si affaccia sulla Gran Madre e sulla Mole. Il lavoro di reimpianto del vigneto è stato realizzato nel 2006 dall’Azienda Balbiano, avvalendosi della collaborazione dell’Università degli Studi di Torino, Facoltà di Agraria e del CNR Torino. L’annata 2009 ha segnato la prima vendemmia ufficiale con le prime storiche bottiglie del “Vigna della Regina” 2009, il primo vino urbano DOC del mondo. A Milano la Vigna di Leonardo, ricordo della vigna che nel 1498 Ludovico il Moro regalò al genio di Vinci e situata in Santa Maria delle Grazie, è stata di recente ristrutturata con la consulenza del Professor Attilio Scienza. La Malvasia di Milano, Anno I – è stata imbottigliata in esclusivi 330 Decanter ispirati al disegno di Leonardo da Vinci presente al folio 12.690 del manoscritto Codice Windsor e realizzati da Alberto Alessi nella sua azienda vinicola Cascina Eugenia. I Decanter sono progressivamente numerati e sigillati con timbro di garanzia e ceralacca. Alla fine del 2022 la Casa Atellani, sede della Vigna di Leonardo, è stata acquistata da Bernard Arnoux, l’uomo più ricco del mondo proprietario del Gruppo LVMH, ed è chiusa al pubblico dall’ottobre 2023, in attesa di un ulteriore restauro. A Venezia ci sono realtà importanti, come quella della vigna murata o “Clos” Venissa di Bisol a Mazzorbo, che produce 3000 bottiglie per anno di un bianco a base di Dorona, oppure quella della vigna dei frati di San Francesco della Vigna, curata dal Gruppo Santa Margherita, e ancora una serie di vigneti curati dall’Associazione “La Laguna nel Bicchiere” (le vigne ritrovate). È stata Siena a lanciare il progetto Senarum Vinea per il riconoscimento e valorizzazione del patrimonio viticolo autoctono e delle forme storiche di coltivazione nella città murata. Il progetto prevede l’impianto di vitigni antichi come il Gorgottesco, il Tenerone, il Rossone accanto a Prugnolo gentile, Occhio di pernice, Procanico. Ed è proprio a Siena che nasce la Urban Vineyards Association con la collaborazione di Paolo Corbini dell’Associazione Nazionale Città del Vino. Urban Vineyards Association ha come motto “La bellezza sostenibile salverà il mondo” e come scopo “tutelare il patrimonio rurale, storico e paesaggistico rappresentato dalle vigne urbane”. A Roma ci sono due progetti in fase avanzata che prevedono la rinascita di una piccola vigna a Trinità dei Monti mentre un’altra dovrebbe essere impiantata nel parco del Colosseo con varietà autoctone “romane”. Di notevole interesse storico, artistico e paesaggistico è il reimpianto della Vigna del Re nella Reggia di Caserta che fu dei Borbone. Ferdinando di Borbone fece piantare 5 ettari nella Real Tenuta delle “Reali Delizie” ed era orgoglioso dei suoi vini, un Pallagrello rosso e un Pallagrello bianco, sempre presenti nei banchetti ufficiali. Oggi la Tenuta Fontana ha reimpiantato una superficie di 1,2 ettari con lo stesso vitigno e l’agronomo incaricato è lo stesso Stefano Bartolomei che sta curando la Vigna Michelangiolo di Firenze. Vigna San Martino a Napoli si estende per ben 7 ettari ai piedi della famosa certosa. Dichiarata Monumento Nazionale nel 2010, è attiva fin dal medioevo grazie ai monaci. Si producono vini bianchi a base di Catalanesca e Falanghina e rossi da Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso. A Pompei sono stati impiantati vari vigneti di Per’e palummo e di Sciascinoso sparsi tra il Foro Boario e l’Orto dei Fuggiaschi, tutti su suoli vulcanici a tessitura sabbiosa. Viene prodotto il Villa dei Misteri, Rosso Pompeiano IGT curato dalla azienda Mastroberadino. A Palermo con la Vigna del Gallo, a Catania con la Etna Urban Winery.
All’estero, troviamo a Vienna una vigna interna all’Orangeria del Castello di Schönbrunn, in passato appartenuta agli Asburgo, produce 500 bottiglie, vendute esclusivamente all’asta, di un Wiener Gemischter Satz, tradizionale metodo di vinificazione delle colline viennesi a vitigni misti, diventato di recente presidio SlowFood. Non esiste un appassionato di vino che, in visita a Parigi, non sia salito alla Butte di Montmartre per vedere, magari dalle fessure di un muro di cinta, la storica vigna conosciuta come “le Clos Montmartre”. La storia del “Clos” è antichissima, e ha molto a che vedere con i cambiamenti climatici. Nel XVII secolo i vigneti si estendevano molto più a nord di Parigi ed era normale trovare vigne nel cuore di Parigi e di molte altre città del nord. Poi, oltre al cambiamento del clima, abbiamo assistito, specialmente dopo la seconda guerra mondiale, all’urbanizzazione delle città e all’abbandono delle campagne, e quindi anche delle vigne, durante gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. “Le Clos Montmartre” ha resistito a tutto questo, forse anche grazie alla fama conseguita ai tempi degli artisti come Aristide Bruant e come Toulouse-Lautrec che lo ritrasse, tutti grandi frequentatori delle taverne e dei cabaret di Montmartre. Intorno al 1930 l’occhio sgraffigno degli speculatori si era posato sulla Butte, ma fortunatamente un gruppo di persone reimpiantò antichi vitigni, dal Gamay al Pinot Noir, dal Seibel Couderc al Seyve e ai Villard e oggi quel campo conta su 1.800 piante di proprietà della Ville de Paris affidate alla cura di un enologo. Il risultato sono circa 500 litri di vino, in pratica due barrique, imbottigliate in bottiglie da 50cc e vendute ogni anno all’asta in occasione della tradizionale Fête des Vendanges. Altri esempi li troviamo a Lione con il Clos des Canuts, ad Avignone con il Clos du Palais des Papes, elencato come patrimonio mondiale dell’UNESCO, ma la più eclatante e ardimentosa iniziativa ha origine dalle avveniristiche idee di Devin Shomaker con il progetto Rooftop Reds. Siamo a New York, più precisamente nel Brooklyn Navy Yard. Devin, studi in marketing, ha un’esperienza in viticoltura e tecnologia del vino conseguita al Finger Lakes Community College. Decide, nel 2016, di realizzare la propria vigna, o meglio il proprio sistema di fioriere, sull’attico di un grattacielo. Si tratta di 42 fioriere su circa 1.400mq di tetto per una produzione annuale di 200-300 bottiglie. Inutile dire che le visite degli appassionati e le degustazioni sono in continuo sold-out nonostante i prezzi non proprio popolari. Il fenomeno della vigna urbana è in crescita e non è più soltanto un’idea nostalgica del tempo andato nei pensieri di qualche romantico appassionato di vini. Ora si può realizzare anche in città, con la prospettiva di contribuire a rendere di nuovo vivibile e salutare una parte del contesto urbano.
a cura di Mila Fiorentini















