
Non capita sovente (specie nella nostra drammaturgia) di assistere alla rappresentazione di un testo contemporaneo la cui vicenda è retrodatata di oltre due secoli: il ricordo più recente è quello del Crogiuolo di Arthur Miller messo in scena da Filippo Dini un paio di stagioni fa. Questa volta non è un americano bensì una drammaturga inglese, Lucy Kirkwood, l’autrice di The Welkin (La volta celeste) che Monica Capuani (responsabile anche dell’adattamento) con Francesco Bianchi hanno tradotto in L’empireo.
Diretto da Serena Sinigaglia, dopo il debutto al Teatro Carcano di Milano, lo spettacolo inizia le prime tappe della tournée lunedì 17 febbraio al Forum di Bressanone e martedì 18 al KiMM di Merano: in scena 13 attrici e un attore.
Siamo ai confini tra Norfolk e Suffolk, contee rurali e povere della Gran Bretagna, nel marzo del 1759, il giorno del passaggio nel cielo della cometa di Halley. Dodici donne, per lo più casalinghe o contadine, sono state chiamate dal giudice locale a far parte di una giuria col compito di decidere se Sally Poppy, condannata all’impiccagione per esser stata complice del compagno Thomas nell’omicidio di Anna, una bambina di 11 anni, sia o meno incinta. Ne va della sua vita perché in questo caso scamperebbe alla morte sulla forca in cambio della detenzione in carcere.

La tipologia delle giurate è quantomai composita: fra loro troviamo Elisabeth, levatrice e lavandaia, dai modi spicci e linguaggio colorito, Charlotte, sussiegosa e unica presunta benestante, Mary, anche lei gravida e preoccupata solo di poter tornare in tempo a raccogliere i suoi porri: sono state recluse in una stanza senza cibo né acqua, illuminata solo dalle candele e scaldate appena da un braciere. A sorvegliarle c’è Billy Coombs, ufficiale giudiziario che scopriremo poi essere corruttibile, con il solo compito di riferire il verdetto al giudice senza avere diritto di parola. E’ comprensibile che in una situazione del genere si scatenino le dinamiche psicologiche e interpersonali più disparate. C’è chi è convinta che Sally sia una simulatrice, chi invece la ritiene sincera e chi è del tutto disinteressata alla sua sorte e non vede l’ora di scappare a casa. All’esterno la folla rumoreggia e chiede di vedere l’imputata impiccata per poi essere smembrata come vuole il cruento e macabro rituale in questi casi.

Notiamo subito che Elisabeth è quella che prova più empatia per Sally e si adopera per provarne la gravidanza e salvarle la vita, accusata dalle altre di non essere obiettiva e di schierarsi dalla parte di una criminale. In qualche modo la si sente legata alla ragazza: in una delle tante agnizioni che la vicenda riserva scopriremo infatti che sono madre e figlia. Stuprata dall’uomo nella cui casa prestava servizio, Elisabeth era rimasta incinta: senza un marito, era stata costretta dalla madre ad abbandonare la neonata, non sapendo che in realtà quest’ultima l’aveva venduta ad una coppia di coniugi. Il padre e il fratellastro l’avevano poi violentata ancora bambina, oltre a infliggerle continue angherie insieme alla madre adottiva. Diventata ragazza, Sally aveva conosciuto il sanguinario Thomas ed era fuggita con lui. Appurati questi fatti, bisogna però che le donne assolvano al compito affidato loro: la prova può essere fornita dalla presenza del latte che Sally riesce a produrre, ma la perfida Charlotte (un’impostora sotto falso nome in cerca di vendetta per procura) lo getta via.
Il giudice decide allora di convocare un ginecologo di Londra per il parere definitivo: il medico certifica la gravidanza e quindi Sally è teoricamente salva. La folla assetata di sangue non avrà le sue spoglie. Madre e figlia si sono ritrovate, le bugiarde sono state smascherate, le verità scomode di alcune di loro e gli scheletri nell’armadio di altre sono venuti alla luce: ora finalmente le giurate possono tornarsene a casa. Ci si sente prossimi a un lieto (se possibile) fine, invece ci attende uno sconvolgente colpo di scena che non sveliamo. La madre della ragazzina uccisa (che già aveva donato a Bobby una casa dopo che era stato abbandonato dalla moglie) gli si palesa offrendogli molto denaro in cambio di far in modo di restare solo con Sally: per dirle o peggio farle cosa? Il finale vede madre e figlia in un serrato confronto mentre nel cielo notturno transita la cometa.

Il bel testo della Kirkwood, della quale conoscevamo già The Children (I bambini), interpretato da Elisabetta Pozzi diretta da Andrea Chiodi, è assai stratificato e, al di là della semplice vicenda, mette in gioco diverse tematiche: c’è chiaramente quella femminista, dove è palese la condizione subalterna in cui erano tenute le donne dell’epoca (a differenza di oggi?), succubi dell’arbitrio e delle pulsioni sessuali maschili, oltre che della mercificazione del loro corpo. E’ altresì significativo l’avvento della medicina (nella figura del ginecologo), che soppianta credenze e rimedi ancestrali, e infine l’amministrazione di una giustizia che prevede solo la punizione e non certo la riabilitazione.
Discorso a parte è quello della lingua usata nel testo originale: i dialetti di quella zona sono tra i più complessi della Gran Bretagna (presi di mira nelle barzellette come alcuni dei nostri) e l’ottimo lavoro svolto dai traduttori ha privilegiato la scelta dell’italiano per tutti i personaggi, variandone la proprietà linguistica a seconda dello stato sociale e della scolarizzazione di ognuno.
A mettere in scena L’empireo è, come detto, la regista Serena Sinigaglia che con Lella Costa è direttrice artistica del Teatro Carcano di Milano. “E’ il primo testo teatrale in cui m’imbatto che affronta le tematiche di genere e lo fa senza concedere nulla alla retorica né alla banalità. Un’orazione civile per parlare della giustizia che non è mai giusta quando si occupa del corpo delle donne”, ha dichiarato Sinigaglia. “E’ secco, ruvido, vero, al pari della realtà, con una protagonista, Sally, che è vittima ma anche carnefice. E’ una bella inversione di tendenza rispetto ai personaggi pensati e scritti per le donne. Ci rimproverano di essere emotive: in realtà siamo in grado di trascendere le differenze e, come dice Elisabeth, farlo è una scelta politica, utilizzare una risorsa degli esseri umani, il talento di trovare un terreno comune. Lo spettacolo è militante e viaggia dentro la scrittura della Kirkwood, dentro ai corpi e agli umori delle 12 matrone, dell’imputata, del giudizio di un cielo tanto luminoso quanto impotente, nella vana speranza che una cometa passi e cambi la storia”.

La sua regia alle prime battute appare come una mise-en-space: su una scena vuota e nera con solo 14 sedie dello stesso colore, le attrici, anche loro vestite di nero, sedute o in piedi, hanno in mano il copione e iniziano a leggerlo, comprese le didascalie dell’autrice che sostituiscono l’interazione fra loro. Man mano però lo abbandonano e recitano i propri ruoli. La scelta registica è all’insegna dell’essenzialità e del rigore (cifra costante nel lavoro di Sinigaglia), lasciando tutto lo spazio possibile alla forza del testo. Con questa premessa è chiaro che l’altro punto di forza dev’essere la performance delle attrici: tutte meritano l’elogio per l’efficace gioco di squadra che mantiene sempre alta la tensione emotiva. Si cimentano anche nel canto a cappella di Running Up The Hill, brano del 1985 che l’autrice e cantante Kate Bush descriveva come il tentativo di negoziazione con Dio di un uomo e una donna al fine di potersi scambiare i ruoli. Ci limitiamo a ricordare Arianna Scommegna, prima sagace e puntuta popolana e poi madre palpitante; Viola Marietti, sboccata, disperata ma indomabile Sally; Maria Pilar Perez Aspa, crudele Charlotte che nasconde un segreto; poi Sandra Zoccolan (Sara), Valeria Perdonò (Emma) e Chiara Stoppa (Judith), mentre Alvise Camozzi è il silente ma spietato Bobby.
Dopo l’applaudito debutto al Carcano, L’empireo, prodotto da Teatro Carcano, Teatro Nazionale di Genova, Stabile di Bolzano, LAC Lugano e Bellini di Napoli, prosegue la tournée al Comunale di Vipiteno (19 febbraio), Cristallo di Bolzano (20/2), Nobis di Brunico (21/2), Gustavo Modena di Genova (8-13 aprile), LAC Lugano (15 e 16/4) e Verdi di Pordenone (29 e 30/4).
a cura di Mario Cervio Gualersi















