
Alla Triennale di Milano dall’11 maggio fino al prossimo 12 settembre è allestita la mostra dedicata all’architetto milanese, nato nel 1920 e morto nel 2006, con un allestimento di grande suggestione. Si accede a un’unica grande sala espositiva attraverso un ponte in legno, una passerella di accesso che enfatizza l’ingresso in un microcosmo in rosso. All’entrata il racconto di Magistretti in prima persona accoglie il visitatore e lo accompagna come una radio, conferendo un’atmosfera di intimità rispetto all’idea del video che resta in qualche modo distante e

costringe a fermarsi. L’allestimento è monocromo in rosso mattone, come quasi tutti gli oggetti. Rosso era il suo colore preferito, fortemente simbolico, dell’avanguardia, di molta architettura del nord e della vecchia Milano – la modernità che incontra la tradizione – e delle sue calze rosse, esibite ironicamente, tocco eccentrico in una sobrietà di stile tipicamente milanese. Il rosso è indice del suo spirito indipendente e anticonformista che, dopo l’overdose degli Anni Sessanta, continuerà ad usare, soprattutto per le sue opere più importanti; per questo diventa il vero fil rouge dell’esposizione che è un’antologia a tema, non un racconto organico. In origine ad esempio la Torre del Parco Sempione, una delle grandi scelte progettuali, doveva essere tutta rossa così come rossa è la mitica Carimate, dipinta con una vernice all’anilina utilizzata per i giocattoli in modo da svecchiare una tipica sedia campagnola. La retrospettiva, realizzata in collaborazione con Fondazione Vico Magistretti e curata da Gabriele Neri, riunisce il patrimonio di disegni, schizzi, modelli, fotografie, prototipi e pezzi originali conservati nell’archivio dell’architetto e designer milanese, esponendo per la prima volta i progetti architettonici. La mostra ripercorre l’intero percorso progettuale di Magistretti, iniziato proprio al Palazzo dell’Arte negli anni del secondo Dopoguerra. Suddivisa in sezioni tematiche, l’esposizione presenta per la prima volta l’opera di Vico Magistretti in maniera unitaria, dall’architettura agli allestimenti, dal design al disegno urbano, insieme ai numerosi contatti internazionali. Sono esposti anche gli omaggi dei designer Konstantin Grcic e Jasper Morrison, allievi di Magistretti al Royal College of Art di Londra. L’esposizione approfondisce appunto l’apertura internazionale del protagonista, in particolare la relazione con i paesi nordici, il Giappone e l’Inghilterra e in particolare Londra tanto che scrisse che amava questa città perché la volgarità, nemica della modernità, non toccava la cultura anglosassone. La sua opera fu per altro molto influenzata dall’architettura e design dei paesi del nord, in particolare la lezione di Alvar Aalto, evidente nell’uso del legno curvato e piegato. Un’affinità forte è presente per l’aspetto sintetico con il Giappone tanto che molti suoi progetti prendono nomi dal Sol Levante, come la lampada Kuta, i letti Tadao e Kobe.
Sullo sfondo del miracolo economico negli anni Cinquanta Magistretti riceve molti incarichi e l’architetto li affronta unendo il metodo razionalista all’afflato empatico rispetto al contesto, alla ricerca di un dialogo con l’ambiente circostante e preesistente. Nel 1948 il giovane architetto partecipa all’International Competition for Low Cost Furniture, bndita dal Museum of Modern Art di New York, prima esperienza all’estero. Se non vincerà il concorso i suoi oggetti vent’anni più tardi entreranno nella collezione permanente del museo come del Victoria & Albert Museum di Londra e di altri musei. Ad esempio proprio lo scaffale, un sistema per ufficio dove sperimenta l’uso del compensato curvato del concorso del 1948, sarà prodotto nel 2012 per Campeggi in faggio naturale con il nome di Moma. Verso la fine degli anni Cinquanta l’esigenza di oggetti in plastica, materiale moderno e da produrre industrialmente stimola Magistretti, tra i primi a cimentarsi nel tavolo Stadio, nella lampada Chimera e nella sedia Selene, dove la plastica piegata a “S” permette un minor uso di materiale a fronte di una maggior resistenza. A questo proposito è importante sottolineare che era solito seguire tutte le fasi della produzione, attento all’oggetto oltre che al progetto. Negli anni Sessanta fonde in una serie di progetti l’abitare, in un dialogo tra esterni, interni e paesaggio, dove urbanistica, architettura e design si danno la mano, come nel caso delle Case Rosse di Framura in Liguria e nel complesso Marina Grande ad Arenzano. Nel 1965 la luce fu con la lampada Eclisse, che illuminerà le case e vincerà il Compasso d’Oro nel 1967; mentre nel 1968 arriva il tavolino Demetrio, con un ripiano multifunzionale e la voglia di convivialità. E’ importante considerare l’attenzione alla flessibilità progettuale, ad esempio dello spazio domestico e anche al sociale con l’attenzione ad abitazioni a basso costo che venissero incontro alle nuove esigenze dell’abitare, da cui nasce ad esempio il complesso di case di Via Romana a Milano.
a cura di Ilaria Guidantoni














