
Un paese siciliano sulla costa tra Palermo e Messina, Santo Stefano di Camastra, della città metropolitana di Messina in Sicilia, comune del Parco dei Nebrodi, distante 100 km da Palermo e 130 km da Messina, quasi al confine con la città metropolitana di Palermo, è noto per la produzione di ceramiche artistiche e di terrecotte.
Il nome deriva dalla chiesa del monastero benedettino di S. Croce di Santo Stefano in Val Demone, santuario sorto in periodo normanno, meta di pellegrinaggi. Fino al 1682, data di una disastrosa frana, al nome di Santo Stefano si aggiunge quello “di Mistretta”. L’appellativo “di Camastra” è stato invece assunto per onorare la memoria di Giuseppe Lanza, duca di Camastra, fautore della ricostruzione del nuovo centro che nasce in modo strutturato nella posizione attuale nel 1700. L’attività principale della cittadina è la produzione della ceramica per lo più legata all’artigianato artistico, sempre più orientata alla personalizzazione dei soggetti; una parte dedicata alla creatività artistica in senso stretto, nonché una produzione di natura industriale.

Il 31 luglio del 2015 i ceramisti stefanesi espongono le loro famose Giare durante Expo2015 a Milano, riscuotendo un grande successo di pubblico e mediatico come documenta un lungo reportage di Alessio Ribaudo, inviato del Corriere della Sera. Il 7 agosto 2015 poi, all’interno dello storico Palazzo Trabia, si è inaugurata la I Biennale Stefanese, alla quale hanno partecipato diversi artisti e maestri ceramisti. L’evento ha riscosso un notevole interesse da parte di visitatori e appassionati d’arte. Da lì ha preso il via una serie di manifestazioni di valorizzazione di un antico savoir faire che oggi dialoga con la tradizione rappresentando una risorsa economica oltre che culturale.
Quanto alla storia, alla luce di nuove fonti archivistiche, risulta che fin dai primi anni del XVII secolo gli “Stazzunari” stefanesi producessero manufatti di terracotta e che fu dovuto all’iniziativa di Don Michele Armao l’insediamento della prima fabbrica specializzata nella tecnica dell’invetriatura per la realizzazione di cento giare stagnate per la conservazione dell’olio. Nel XIX secolo, pur essendo la tradizione artigiana acquisita e sperimentata, si assiste alla trasformazione della tecnica di produzione da artigianale a industriale. Il salto di qualità di deve a Don Gaetano Armao che, pur continuando a produrre materiale fittile e stoviglie invetriate per uso domestico, cominciò a sperimentare con successo nuove tecniche per la produzione ceramica; in particolare i mattoni maiolicati, cimentandosi in seguito anche nella produzione di vasi alla maniera greca o etrusca.

Nel Dopoguerra, le fabbriche di Santo Stefano non produssero più mattoni e in genere la produzione ceramica subì una stasi. I pochi ceramisti rimasti hanno continuato a realizzare oggetti di uso quotidiano e solo in seguito all’apertura della Strada statale 113, sono nate le nuove botteghe che ne seguono il percorso.
II Museo della Ceramica è stato inaugurato il 24 dicembre 1994 affinché Palazzo Trabia divenisse un tempio di storia, arte, cultura e tradizioni, un luogo dove gli oggetti d’arte e i fruitori siano soggetti attivi, presenti e partecipi della evoluzione culturale. Un luogo di ricerca, studio, costruzione e anche di promozione economica della ceramica siciliana grazie anche all’affermarsi nel circuito museale specialistico delle ceramiche siciliane e nazionali quali Faenza e Caltagirone. L’obiettivo è far conoscere e documentare la tradizione locale, con l’esposizione del patrimonio storico e artistico attraverso un percorso tematico della ceramica tradizionale accanto a manufatti artistici di provenienza locale, siciliana, nazionale e internazionale. Certamente l’allestimento non è premiante e manca di una vera e propria curatela che valorizzerebbe un patrimonio per certi aspetti singolare, oltre un accostamento non sempre felice tra la collezione permanente e delle mostre che sono più commerciali che artistiche.

Attualmente la raccolta museale consiste in una serie di oggetti d’uso quotidiano dell’antica tradizione ceramica stefanese, legati alle esigenze della famiglia e del lavoro. Fra quelli raccolti vi troviamo il fiasco o “ciascu”, i boccali per il vino e l’acqua o “cannate”, le lucerne ad olio ad una o più fiamme, fra cui quella detta di S. Antonio a tredici fiamme, la tipica alta e stretta con due manici o “bummulu”, i contenitori con coperchio per olive e alimenti vari o “burnie”, i piatti decorati con motivi semplici o “fangotti”, alcune acquasantiere, l’originale anforetta con due manici e con all’interno una membrana d’argilla forata per mantenere fresca l’acqua o “bic bac”, e poi le famose Giare per l’olio o i cereali di cui parla anche Pirandello nel suo celebre racconto La Giara, definendo quella di S. Stefano la “ badessa” per la sua forma maestosa e imponente.
La prima parte del Museo è dedicata infatti all’archeologia del Parco dei Nebrodi che ha visto il concorso del Ministero dei Beni Culturali con le autorità locali con alcuni oggetti di pregio che testimoniano la ricchezza di un territorio a partire da Santo Stefano, nella sala 1, ad altri paesi come Caronia, l’antica Kalè aktè, dove si sono succeduti Greci, Romani, Bizantini, Normanni e Aragonesi, fino agli Spagnoli, accanto a influenze arabe anche se la conquista non ha toccato quest’area. Gli scavi mettono in risalto una presenza complessa dalla preistoria al medioevo grazie a lavori di scavo iniziati negli Anni Cinquanta del secolo scorso.

Una sezione è stata poi dedicata in modo didattico alla tradizione locale legata in particolare agli “stazzunari”, alla cui attività si è accennato.
Ad oggi è ancora vasta la raccolta delle antiche mattonelle maiolicate, vero vanto della produzione di Santo Stefano, dal XVII secolo ad oggi, che hanno fatto di questo piccolo centro una vera e propria città d’arte che continua a imporsi con grande dignità all’attenzione culturale ed economica del mercato internazionale. Naturalmente la produzione ha una parte più seriale, di gusto commerciale, rivolta ai turisti, per alcuni soggetti diventati ormai di moda, ben al di là della Sicilia, e una produzione più raffinata, una parte della quale è propriamente artistica come quella fortunata di Giovanni De Simone od opere quali Lampedusa di Nicola Mistretta, esposte al Museo.
Un grande giardino, dove sono in corso dei lavori di ristrutturazione, si affaccia sul mare circondando il palazzo che da una grande scalinata accede al piano nobile affrescata con motivi a paesaggio e cespi di fiori, alcuni elementi di arredo e la collezione di Gerbino (opere di Madè dedicate a Federico II di Svezia). Il salone d’angolo del palazzo presenta un magnifico pavimento originale; un affresco sulla volta con motivi vegetali e busti di personaggi eseguiti in bicromia entro ovali e paesaggi (capricci) tra mobili in stile, piatti da parete e ceramiche di tradizioni stefanese. Nel tempo si auspica che le ceramiche possano trovarsi in un’ambientazione scenografica adeguata.
a cura di Ilaria Guidantoni















