Torna fino al 6 ottobre la più antica fiera d’arte del mondo, la Biaf-Biennale Internazionale dell’Antiquariato, giunta alla 33a edizione e allestita nel magnifico Palazzo Corsini di Firenze, affacciato sul fiume Arno nel cuore della città che ha un ruolo centrale nel settore del restauro in Italia.
Lo conferma anche il progetto Firenze Citta del Restauro promosso dalla Camera di Commercio di Firenze, che mira a implementare politiche per la creazione di un distretto economico-culturale che favorisca lo sviluppo delle attività che operano in questo settore. Conquista ancora punti questa manifestazione il cui livello è notevole e originale perché racconta la storia; con la pittura vera regina ormai che domina con l’Ottocento e il Novecento.
Forse è arrivato il momento di rileggere i tempi e considerare le categorie del tempo in modo nuovo, basti pensare che siamo negli anni Venti del Duemila e l’arte contemporanea è cominciata nel 1960. Allora forse ad un’esposizione di antiquariato l’Ottocento è uno dei protagonisti e anche parte del Novecento vi entra di diritto. Ben presente il Seicento forse meno il Settecento, l’Antico è una nicchia. I mobili antichi fanno parte di scelte elitarie e ancor più i tappeti.
Un evento di rilevanza internazionale
La Biaf è un punto di riferimento per tutti: collezionisti, direttori di musei e studiosi interessati alla ricerca dei migliori artisti, sia quelli già affermati che quelli forse storicamente trascurati. Accanto al suo impegno per la qualità, la manifestazione ha mantenuto la sua dedizione all’arte storica italiana in tutte le sue forme, tra cui pittura, scultura, mobili e arti decorative. Ottanta gallerie presentano opere selezionate da un autorevole Comitato di Vetting che ne esamina la qualità, la provenienza, lo stato di conservazione e l’autenticità. Tra gli espositori di quest’anno, quattordici partecipano per la prima volta e tredici sono le gallerie internazionali con sede fuori dall’Italia.
La tradizione come punto di forza della Biaf
“Non abbiamo bisogno di cambiamenti drastici. Abbiamo i migliori mercanti d’arte italiana del mondo che espongono. Abbiamo il miglior Vetting si possa volere e abbiamo, senza dubbio, la sede più bella, Palazzo Corsini, che nessun’altra fiera d’arte al mondo ha”: così Fabrizio Moretti, segretario generale della Biaf dal 2014, riassume la formula di una edizione che a guardare la lista degli espositori si presenta come una delle migliori edizioni della sua gestione.
Come da tradizione, la sede ospiterà la cerimonia di assegnazione del Premio Lorenzo d’Oro per il più bel dipinto, la più bella scultura e l’oggetto di arte decorativa più bello esposti in mostra e un programma culturale che prevede una ventina di conferenze e presentazioni di pubblicazioni di storia dell’arte che si terranno nel Salone del Trono del Palazzo Corsini.
Il viaggio attraverso i secoli
Il nostro viaggio comincia dai tappeti che evocano mondi lontani, rappresentati in fiera dalla Galleria milanese Mirco Cattai, unico gallerista del settore, che espone in fiera un raro esemplare di tappeto “Bird” risalente ai primi del XVII secolo, acquisto recente del mese di luglio, comprato proprio in vista di offrire a Biaf qualcosa di speciale. Ushak raro perché bianco – il tono è quello dell’avorio tipico della lana naturale – e “Bird”, con il ricamo di uccellini stilizzati, in questo caso simmetrico.
I tappeti “Bird” hanno radici antiche e il primo esempio visivo risale al 1557, nel ritratto di un Dottore Protestante in Legge di Hans Mielich, e rispecchia i motivi tessuti nella prima metà del XVI secolo. Questi tappeti sono menzionati sia in documenti ottomani sia europei. Uno dei riferimenti più importanti è il registro dei prezzi ottomano del 1640, che fa riferimento a tappeti “stile Selendi” a fondo bianco, con il motivo del “leopardo” o del “corvo”. Al mondo ne esistono solo circa 70 tappeti Selendi “Bird” molti dei quali sono sopravvissuti in Transilvania, o sono stati recuperati all’inizio del XX secolo e ora fanno parte di collezioni in tutto il mondo, da Doha all’Europa e all’America. L’Ushak “Bird” in mostra ha una somiglianza con l’esemplare di Sighişoara che porta a una datazione agli inizi del 1600, come confermato dal celebre studioso di tappeti tedesco Kurt Erdmann (archivio MIK VT.1-c.42).
La storia di questo esemplare unico risale a quasi 100 anni fa, quando fu pubblicato nel catalogo d’asta della ditta Paul Graupe, il 12 ottobre 1935 a Berlino, lotto 241. È raro trovare foto così antiche, che mostrano il tappeto in condizioni straordinarie, indicando probabilmente una provenienza dalla Transilvania. Questo tappeto, di grande valore storico e artistico, è stato per lungo tempo parte della prestigiosa collezione F. Niescher a Chemnitz, Germania, come attestato dall’archivio Erdmann.

L’arte delle armi è in mostra in uno stand unico nel suo genere, la Galleria Gallori Turchi di Firenze, dove sono esposte armi ed armature, in particolare una banda da cavallo del Nord Italia del XVIII secolo, completo difensivo. Quello delle armi antiche è un mercato molto di nicchia in Italia che all’estero riscuote un interesse importante e anche più accessibile dato che fuori dai nostri confini quelle antiche non sono più considerate armi. Nel nostro Paese invece occorre una licenza della Questura o per il porto d’armi o come licenza da collezione, a parte per balestre ed archi. In mostra in particolare una collezione unica di fucili a ripetizione, idea originaria messa a punto da Leonardo da Vinci, che prese piede nel Seicento. Sono moderni nel concetto di avere sia il serbatorio per la polvere da sparo sia per le palle con ricarica basculante. In particolare uno dei fucili è firmato Michele Lorenzoni e fu realizzato per la Famiglia Pazzi di cui porta lo stemma. Un altro dello stesso artigiano molto simile con spolvero in argento c’è al Bargello e appartenne alla Famiglia Medici. E’ possibile che l’antica rivalità si sia consumata anche su questo fronte.

Il fascino di un ambiente settecentesco da Burzio, Galleria nata a Torino, ormai da anni in pianta stabile a Londra, il cui stand colpisce per una realizzazione che riesce a far dialogare antico e moderno. Autore anche delle ambientazioni della Galleria al Tefaf di Maastricht e a New York, l’architetto Paolo Genta Ternavasio che utilizza immagini come quinte di una scenografia su pareti grigio-scure con la ricostruzione parziale di un ambiente che dialoga in modo armonico con il Palazzo Seicentesco che ospita la manifestazione. L’idea è di riportare la storicità alla portata dell’immaginario collettivo. Nello stand il corso del Settecento fino all’epoca immediatamente dopo Napoleone, nella convinzione dei galleristi che il XVIII secolo sia stato il momento più alto delle arti decorative con lo stile Impero quale ultima grande espressione originale; per poi dar vita a una serie di ‘neo’. Ormai per un mercato più di nicchia qual è quello dell’antiquariato con la ‘a’ maiuscola è la qualità molto alta che premia e la ricerca quindi anche la narrazione. In questo caso ci sono mobili provenienti da case reali e alcuni dal vaticano ad esempio.
Un viaggio nella pittura inizia per noi con la Galleria Gian Enzo Sperone, a Sent, città dell’Engadina in Svizzera, dove tra l’altro abbiamo notato l’opera del pittore seicentesco Jean Lemaire che dialoga con il Novecento.
Da Benappi Fine Art, un grande formato accoglie la collaborazione di Mario Nuzzi, detto Mario dei Fiori, e di Raffaello Vanno, pittore senese del Seicento ne Il Trionfo di Flora, dove i due artisti si sono divisi rispettivamente la raffigurazione dei fiori e delle figure.
Alla Galerie Canesso di Parigi con una sede a Milano spicca il Lamento di Aminta di Bartolomeo Cavarozzi, dipinto tra il 1613 e il 1614, importante esempio del primo caravaggismo romano. L’immediata adesione alla nuova corrente pittorica si esprime non soltanto nel luminismo drammatico di chiaroscuri estremamente contrastati, ma anche nella ricerca in senso naturalistico della pittura “dal vero” e nella scelta di un soggetto di per sé pienamente in accordo con il repertorio caravaggesco. Il titolo con cui è noto il dipinto si deve allo spartito aperto al centro del tavolo, tra i grappoli d’uva e il violino in scorcio. È il Dolor che sì mi crucii, un madrigale tratto dalla favola pastorale Aminta di Torquato Tasso musicata da Erasmo Marotta e pubblicata a Venezia nel 1600. L’Aminta, che ebbe molto successo già nei primissimi anni dopo la sua prima rappresentazione, è un testo teatrale in cinque atti ispirato al mito ovidiano di Piramo e Tisbe. L’autore del dipinto nasce nel 1587 a Viterbo e a Roma si forma prima dal viterbese Tarquinio Ligustri e poi da Bartolomeo Roncalli, detto il Pomarancio.
Dal Novecento al Duemila alla Galleria Continua di San Gimignano, con sede a Parigi e Beijing, dove tra artisti di spicco internazionale ci ha colpiti un lavoro del 2024 di Ai Weiwei, Still life, omaggio a Morandi e a Bologna, una delle opere del ciclo presentato a Palazzo Fava a Bologna dove c’è una sua personale a cura di Arturo Galansino. La tecnica è quella del Lego o dei Toy Bricks che interagiscono con i telefonici cellulari che rendono visibili i dettagli anche da molto vicino, un lavoro sul tema della percezione e dell’uso della tecnologia non nuovo per questo Maestro.

La Galleria Dickinson di Londra espone, tra l’altro, una Madonna con Bambino realizzata tra il 1495 e il 1505 da Benedetto Buglioni e Benedetto da Maiano, riportandoci alla grande tradizione della terracotta invetriata del Rinascimento e dell’area toscana.
Un disegno di tre bambine, dal tratto raffinato, opera originale di Vincenzo Gemito, grande ritrattista e scultore, è esposta alla Galleria romana Antonacci Lapiccirella Fine Art accanto ad un bel Ritratto di giovane di Umberto Boccioni, pastello molto fascinoso. Decisamente singolare La neve, realizzata tra il 1920 e il 1921 dallo svedese Gustaf Fjaestad, noto come il “maestro della neve”, quasi il suo unico soggetto, legato anche all’ambientazione naturale della sua vita. In quest’opera la tecnica è originale, attingendo al Pointillisme francese con una pittura molto materica dagli effetti un po’ psichedelici e fiabeschi ad un tempo. Da lontano il quadro spicca per il suo biancore anche se di bianco ce n’è poco. La Galleria, piuttosto eclettica, in fiera con opere dal Neoclassico a un Tancredi del 1952, si sta specializzando nella pittura scandinava poco frequentata anche nei grandi musei, sebbene l’autore in mostra sia presente ad esempio al Musée d’Orsay a Parigi.
Allestimento molto curato dalla milanese ML Fine Arte Mattero Lampertico sui toni del grigio dove il dialogo è sui toni, sui materiali e sul passato e presente così nel rimando di Concetto spaziale, natura di Lucio Fontana del 1967, bronzo che con il suo oro richiama il quadro di Francesco Hayez Nell’harem del 1840, olio su tela.
La stessa frequenza nella Galleria Carlo Virgilio&C. di Roma dove Francesco Podesti con il suo Ritratto di Garibaldino durante la difesa della Repubblica romana del 1849 dialoga con Antonietta Raphaël e il suo Ritratto di Mario, uomo che legge del 1928.
Un gioco di contemporaneità e stili molto diversi nello spazio della Galleria Gomiero a Montegrotto Terme, in provincia di Padova, nell’affiancamento delle opere di Mariano Fortuny, scenografo, figlio dell’omonimo pittore ben più noto con il Ritratto dell’architetto Domenico Rupolo e il Ritratto di un imprenditore lombardo realizzato da Achille Funi. Due opere degli stessi primi anni Venti dove nel primo caso si risente di stilemi dell’Accademia e anche di ascendenze rinascimentali per la scelta dell’ovale in pietra, eseguito in uno scorcio scenografico; e il corredo degli attrezzi del mestiere. Impossibile non soffermarsi su un altro Ritratto, scultura di Medardo Rosso.
Nella bella cornice della Galleria 800/900 Art Studio, con sede a Lucca e Livorno, protagoniste le figure femminili raccontate con oltre un secolo di pittura fino agli anni Settanta del Novecento con un ritratto di Pietro Annigoni. Una parete è occupata da quattro lavori di Lorenzo Viani, installazione museale, che attraversa i vari periodi dell’artista, da quello parigino al periodo degli scolaretti, nel momento in cui si era sposato con una maestra; ritratto delizioso e inquietante della miseria della vita che tocca anche i fanciulli. Quindi uno strepitoso ritratto di Suor Amata, un titolo un programma, dall’accento ironico, di una donna con occhi bistrati e labbra vermiglie; per finire con un ritratto scavato di un uomo. Tra i volti femminili interessante e divertente, certamente originale, La cuoca di Luigi De Servi, pittore lucchese, che ebbe un buon successo, soprattutto a Buenos Aires dove fu per un lungo periodo. Questo lavoro è in realtà una pubblicità per la ditta di pentolame Del Magno. E ancora il Ritratto di Gioconda Papini di Oscar Ghiglia, opera di bella fattura, figlia di Papini e madre dell’attrice Ilaria Occhini.

Un altro quadro di Oscar Ghiglia spicca nella Società belle Arti di Viareggio, che ci ha anticipato la grande personale di Eugenio Cecconi in programma da giugno a novembre 2025 al Fortino di Forte dei Marmi. L’opera in mostra di Ghiglia Le sorelle Gonnelli, realizzata tra il 1910-1911, ritrae il locale a fianco della Libreria Antiquaria Gonnelli in via Ricasoli dove l’artista amava recarsi soprattutto per l’atmosfera che vi si respirava e che nel dipinto prende un’aria nordica.
Percorso museale dalla fiorentina Tornabuoni Arte che presenta una vera e propria antologia del Novecento con tre artisti viventi, Alberto Biasi, Fabrizio Plessi e Pablo Atchugarry, unendo poi una parte più storica con una rigorosa ricerca degli anni migliori dei pittori esposti come in particolare per una splendida marina di Felice Casorati del 1930 che prende il cuore. L’attività della Galleria ferve in questo momento a Firenze dov’è in corso nella sede fiorentina Avanguardie al Femminile, una mostra unica che riunisce tre delle più importanti protagoniste dell’arte italiana del dopoguerra: Carla Accardi (1924-2014), Marina Apollonio (1940) e Dadamaino (1934-2004).
Da Parronchi Dipinti ‘800-‘900, storica galleria fiorentina, un affresco del Novecento toscano in primo piano con alcune opere singolari di Llevelyn Lloyd, a partire da una strada di Marciana Marina all’isola d’Elba, copertina di un catalogo storico dedicato al pittore a cura di Ferdinando Donzelli; e due grandi formati ovali, oggi di archeologia industriale, appartenuti all’Enel Società del Valdarno, arredi nelle stanze dirigenziali, celebrazione della grandezza e della modernità italiana negli anni del Regime.
Un nucleo selezionato della mostra Les Italiens de Paris, organizzata l’estate scorsa a Cortina per i sessant’anni della Galleria Frediano Farsetti di Prato, mostra tra gli altri un grande Alberto Savinio, Senza titolo del 1929.
Focus sulla forza dell’Ottocento da Enrico Gallerie d’arte, con sede a Milano e Genova, che, come si legge nel catalogo dal titolo ossimorico Panta rei–Una collezione senza tempo, si rivela un secolo moderno per la sua capacità di accogliere e raccontare il sentire comune e al contempo periodo di grande varietà grazie all’apertura del Paese pronto ad accogliere le influenze provenienti da tutta Europa. Alle pareti Giovanni Boldini, Carlo Bossoli, Federico Zandomeneghi, Angelo Morbelli, Plinio Nomellini, tra gli altri, e un insolito e splendido Giuseppe Pelizza da Volpedo, originale, La Clementina, realizzato tra il 1906 e il 1907. Presentato in occasione di una sua personale del 1909 a Venezia, il quadro poi andò smarrito ed è stato ritrovato solo di recente, opera di grande poesia, che testimonia l’inclinazione dell’artista per la pittura di paesaggio al quale di dedicò dopo le fatiche de Il terzo Stato.
a cura di Ilaria Guidantoni















