
E’ nel segno di Mauro Staccioli l’inaugurazione del 2026 della galleria fiorentina Il Ponte, con un progetto, Basta un segno per cambiare un luogo, che interessa anche lo stand che porta, in scala ridotta, ad ArteFiera a Bologna sino a domani.
La mostra in galleria, allestita fino al 24 aprile, accompagnata dal relativo Giornale, prosegue il lavoro su un artista che Il Ponte segue da trent’anni.
L’esposizione è a cura di Caterina Martinelli, direttrice del Mauro Staccioli Museo Archivio di Volterra che tutela l’opera dell’artista, e il titolo, Basta un segno per cambiare un luogo, riassume la poetica della scultura di Mauro Staccioli, con la sua capacità di leggere il proprio tempo e di tradurlo in forme in grado di dialogare con chi le osserva, lo ha dimostrato per quasi un cinquantennio.
La sua scultura ha infatti attraversato la seconda metà del Novecento adattandosi sempre e rinnovandosi di fronte ai mutamenti storici e culturali, senza rinunciare a una visione coerente della scultura come strumento critico.
La scultura è per questo artista un dispositivo attivo nello spazio, con la linea curva a esprimere con compiutezza la capacità dello scultore di intervenire nei luoghi integrandosi con essi, mai imponendosi.

Negli Anni Settanta, il lavoro di Staccioli riflette un presente profondamente segnato da tensioni sociali e divisioni politica: barriere in ferro e cemento, muri simbolici e reali, come il celebre Muro alla Biennale di Venezia del 1978, si impongono come presenze dure, drammatiche che rappresentano la separazione tra spazi, classi e visioni del mondo; le linee sono nette quasi aggressive.
Dagli Anni Ottanta, però, la società cambia e con essa anche il modo in cui Staccioli si rapporta alla storia, allo spazio e all’individuo. La linea curva entra nel suo lessico scultoreo come segno di apertura e movimento, superando la rigidità delle forme precedenti senza abbandonarne la portata critica. È un’evoluzione consapevole, non l’abbandono dei principi precedenti.
Ora, se il lavoro di Staccioli degli Anni Settanta è stato oggetto di numerosi e approfonditi studi, la produzione che prende forma dagli Anni Ottanta rimane ancora poco indagata ed è pertanto su questo decennio che si concentra il progetto della Galleria.
La mostra mette in dialogo le imponenti opere ambientali, installate tra gli Anni Ottanta e i primi Duemila, con una serie di lavori che, pur nelle loro dimensioni “domestiche”, non risultano meno rigorosi o incisivi. Sono infatti opere che permettono di osservare da vicino, non solo l’esattezza con cui Staccioli misura il segno nello spazio, ma anche la continuità tra la sua ricerca monumentale e la sperimentazione su scala ridotta, in cui non viene mai meno il confronto con lo spazio aperto naturale e urbano.
Le grandi installazioni degli Anni Ottanta, dalla Rotonda della Besana a Milano (1987) a Seul ’88 (1988) e Prato ’88 davanti al Centro per l’Arte Contemporanea Pecci (1988), mostrano come la curva diventi lo strumento privilegiato per trasformare lo spazio urbano e naturale in luoghi di riflessione e partecipazione, come la circolarità a cui allude che include l’altro.

Da qui il repertorio formale di Staccioli, sviluppato tanto nella scultura quanto nel disegno, comincia a proliferare di anelli, tondi, ellissi, quadrati e triangoli dai lati curvi che invitano lo spettatore a muoversi intorno alla scultura, a guardare oltre, a percepire la relazione tra forma, ambiente e corpo.
Se negli Anni Settanta le forme erano spigolose e respingenti, la linea curva genera ora sculture “gentili” ma mai neutre. La loro morbidezza visiva accoglie, guida lo sguardo, suggerisce percorsi possibili e al tempo stesso conserva la capacità di attivare una riflessione critica. Opere come L’anello ad Andorra (1991), i Tondi di San Casciano (1996), il Quadrato dalla base curva di Bruxelles (1998), il Triangolo dai lati curvi per Villa d’Este (2006), sono forme sospese tra terra e cielo, espressione di equilibri instabili che invitano chi osserva a misurarsi con il luogo mostrando come la scultura possa trasformare lo spazio e, con esso, la nostra stessa percezione del presente. Esposto in galleria, Roma, un anello di dimensioni abbastanza contenute, emblematico della grammatica scultorea dell’artista.
In tal senso, la scultura è, direbbe Staccioli, “un segno intelligente, una traccia umana in un luogo. Non un oggetto da contemplare ma un percorso sensibile, una presenza concreta capace di trasformare il luogo e di farne il punto di avvio di un’esperienza condivisa”, come scrive Caterina Martinelli nel testo critico che accompagna il progetto espositivo.

Chi è Mauro Staccioli
Nasce nel 1937 a Volterra, dove si diploma nel 1954 all’Istituto d’Arte. Nel 1960 si trasferisce in Sardegna dove insegna, quindi nel 1963 si sposta a Lodi e poi a Milano dove diventa direttore del Liceo Artistico di Brera nel 1974-75 e 1978-79 e del Liceo Artistico Statale di Lovere, in provincia di Bergamo. Gli inizi della sua attività artistica sono intrecciati all’esperienza didattica e alla militanza politica. Dalla fine degli Anni Sessanta si dedica alla scultura, sviluppando l’idea di una stretta relazione con il luogo dove l’opera è collocata. Negli Anni Settanta elabora “sculture-intervento” caratterizzate da una geometria essenziale e dall’uso di materiali semplici come il cemento e il ferro. Negli anni Ottanta la sua ricerca perde durezza e aggressività, per sfidare apertamente lo spazio sovvertendo equilibri statici e dimensionali. Comincia così a lavorare sul rapporto tra segno e paesaggio, tematica che caratterizza le sue opere monumentali più note. Staccioli scompare nel 2018 a Milano, lasciando il suo archivio presieduto dalla figlia Giulia e diretto da Andrea Alibrandi, titolare della Galleria Il Ponte.
a cura di Ilaria Guidantoni















