
Alla Fortezza da Basso di Firenze si è tenuta, dal 13 al 16 gennaio, la 109esima edizione di Pitti Uomo con le anticipazioni dell’Autunno/Inverno 2026: in campo 750 espositori provenienti per il 47% circa dall’estero, che ruotano intorno al tema dell’anno, “Motion”, il senso del movimento che consente al settore del fashion di resistere ai cambiamenti oggi sempre più veloci, sollecitati anche da un andamento non facile del mercato. Uno degli eventi più importanti a livello internazionale del comparto abbigliamento maschile e lifestyle evidenzia che la moda, in una situazione difficile, cerca di reinventarsi senza arretrare; dimostra di resistere, avendo sofferto più di altri comparti le conseguenze dei conflitti e della crisi dei consumi interna.
All’inaugurazione, il ministro dell’Impresa e del Made in Italy Adolfo Urso ha sottolineato che il fashion può finalmente ripartire grazie anche al recepimento di un Direttiva europea per contrastare il fast-food internazionale della moda che ha messo in campo “cavallette della produzione” (sono le parole dell’onorevole) che danneggiano sia a livello ambientale sia etico il consumatore finale. Per questo l’Italia ha messo una tassa postale di 2 euro su ogni pacco che extra-Europa arriva direttamente al consumatore, sostanzialmente dalla Cina, per un’azione di controllo e contrasto a un meccanismo inquinante del mercato anche per piccoli valori.

Com’è stato ricordato in apertura, secondo quanto sosteneva Giorgio Armani, “la moda è la più forte espressione culturale della società perché ci dice dove siamo e dove stiamo andando”, una fotografia, un documento e una spinta al cambiamento sociale, e il tema di quest’anno si rivela particolarmente calzante. In Italia la rilevanza del settore è evidente basti pensare che ci sono 50mila imprese nel manifatturiero del tessile e moda contro ad esempio le 35mila della Francia.
La città ospite, Firenze, è tra l’altro uno dei centri produttivi che il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e Agenzia ICE per i saloni moda Pitti Immagine 2026 promuovono nella strategia di internazionalizzazione della moda. Pitti infatti non è solo una fiera ma un marchio e come tale ha il ruolo di polo attrattivo non solo in termini di affari, confermando il forte legame forte con quello della cultura.
Simbolicamente il visitatore è stato accolto da un’installazione site-specific dell’architetto e scultore francese Marc Leschelier, presentata dal designer Philéo Landowski, guest curator del Programma Arte 2026. Il progetto ha occupato i 1.700 metri quadrati del piazzale ed è stato composto da 18 monoliti alti 5 metri, larghi 3 e profondi 9, realizzato con sistemi di ponteggio rivestiti in concrete canvas, materiale che recentemente è diventato emblematico del lavoro dell’artista. L’opera, Ancient/New Site, ha invitato il pubblico a essere attraversata per raggiungere gli spazi espositivi sottostanti.
Le imprese chiedono un maggior sostegno delle istituzioni a fronte del fatto che anche Pitti farà la sua parte di coordinamento e attrazione investimenti, soprattutto davanti al preconsuntivo 2025 a cura dell’Ufficio Studi Economici e Statistici di Confindustria Moda. La situazione è di elevata incertezza senza segnali concreti di ripresa, sia per le tensioni e la politica di dazi soprattutto da parte degli Stati Uniti, sia per l’assenza di dinamiche espansive significative. Ne consegue un clima di sfiducia generalizzato.

La moda maschile presenta un fatturato in calo del 2,1% pari a 11,2 miliardi di euro che rappresenta il 19,3% del fatturato complessivo della filiera Tessile-Abbigliamento nazionale. Tutti i microcomparti presentano un andamento negativo salvo l’abbigliamento in pelle.
L’export arretra con una flessione del 2%, mentre aumentano le importazioni, del 3,2%. L’andamento è altalenante e dal punto di vista geografico mentre il mercato comunitario mostra una dinamica positiva per il nostro export con un +2,6%, si assiste a una contrazione del 6,9% nell’area extra europea.
La Francia resta il principale mercato di sbocco dell’abbigliamento maschile italiano (13,5% del valore totale esportato) e in crescita; mentre la Germania, al secondo posto, perde quota (-3,5%); gli Stati Uniti al terzo sono in crescita, seguiti dalla Cina che però si sta ridimensionando notevolmente. Nell’area asiatica è il Giappone a dare buone prospettive.
Prospettive buone dai nostri principali fornitori, rispettivamente Cina, Bangladesh e Spagna, primo Paese europeo in classifica. In Europa resta importante l’approvvigionamento dai Paesi Bassi e dalla Francia. in contrazione però. Mentre, tra le curiosità, su scala internazionale Tunisia e Turchia, partner significativi per l’Italia, hanno avuto entrambe un calo forte mentre Pakistan, Vietnam, Cambogia e Birmania hanno registrato una crescita significativa.
L’abbigliamento in pelle mette a segno un +8,4%, mentre la contrazione più significativa concerne la maglieria esterna, quindi le cravatte e infine la camiceria, segnali anche di uno stile nel vestire che cambia.

Per quanto attiene i consumi, sul fronte interno l’incremento è stato dell’1,7% facendo risalire la china al calo del biennio passato e rendendo possibile una cauta ripresa per i prossimi due anni.
A livello di distribuzione si consolida la leadership delle catene e dei franchising, il principale canale per l’acquisto dell’abbigliamento maschile. Segni negativi dal canale ambulante (-3%); crescita del 7,5% con inversione di tendenza rispetto ai dati precedenti per il dettaglio tradizionale. La GDO in generale ha registrato un incremento attestandosi al 21,4% del totale del mercato, canale che ha invece penalizzato il food. Torna infine positivo l’e-commerce.
Certo l’andamento dei consumi delle famiglie italiane è in flessione e il comparto uomo è quello che registra la difficoltà più significativa.
I dati fiorentini della Camera di Commercio, a loro volta, non sono particolarmente incoraggianti data la contrazione dell’export di pelletteria che prosegue (-7,1%) soprattutto per la debolezza della domanda asiatica e al generale calo del potere d’acquisto; mentre l’abbigliamento mostra una flessione contenuta; al contrario si segnala il rimbalzo positivo del calzaturiero fiorentino (+6,6%).

La manifestazione fieristica si è articolata in cinque sezioni principali, rispettivamente, Fantastic Classic, che reinterpreta il guardaroba classico in chiave contemporanea; Futuro Maschile, dove la creatività incontra la ricerca stilistica; Dynamic Attitude, che unisce sport e streetwear; Superstyling, un’area dedicata alle tendenze, e I Go Out, che celebra l’outdoor con un focus sull’innovazione tecnica. Novità di questa edizione è lo spazio HiBeauty, dedicato alla profumeria di ricerca, frutto dell’esperienza precedente del salone internazionale Fragranze di Pitti Immagine dedicato alla profumeria artistica, settore che economicamente sta dando risultati interessanti, anche se è un mercato di nicchia, per quanto in crescita.
Da segnalare il Premio Pitti Immagine 2026 assegnato a Unicredit, main partner dei Saloni Pitti dal 2020, per il sostegno alle imprese verso l’internazionalizzazione, la sostenibilità e la responsabilità d’impresa e la digitalizzazione. Girando per gli stand è emerso il consolidarsi della centralità dell’abbigliamento sportivo che mostra soluzioni tecnologicamente avanzate soprattutto con i rappresentanti asiatici, e una forte creatività da indossare nella quotidianità. Nell’insieme lo stile classico “sportivo elegante”, che un tempo sarebbe stato una contraddizione in termini, domina largamente. La sartoria tradizionale, dove la napoletanità è protagonista, è ormai un settore di nicchia. Rispetto alle ultime edizioni la raffinatezza è tornata alla ribalta, con capi morbidi e avvolgenti, dove largo spazio è occupato da tinte chiare e neutre; scale di blu e grigi mai troppo scuri; il nero molto in disparte; e toni caldi non ‘sparati’ dai marroni, arancio, bordeaux e toni del verde.
a cura di Ilaria Guidantoni















