
Nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano-Cortina 2026, ha aperto il 27 gennaio scorso presso lo showroom del brand tedesco di elettrodomestici professionali di alta gamma Gaggenau DesignElementi Hub, in corso Magenta 2 a Milano, Punti di contatto-Restiamo in ascolto, prima personale meneghina dell’artista lucana Betty Salluce: un invito a riflettere sull’empatia attraverso opere inedite fra arte tessile, fotografia e pittura (si veda qui il comunicato stampa).
Arte, tecnologia, sport e inclusione sono le parole chiave dell’esposizione, con ingresso solo su appuntamento (contatto mail gaggenau@designelementi.
Promossa da Cramum, progetto non profit che dal 2012 sostiene le eccellenze artistiche in Italia e nel mondo, con il brand di design di lusso “Made in Germany” Gaggenau (gruppo BSH Hausgeräte GmbH), presente a Milano dal 2018 con il partner DesignElementi, e con la curatela di Sabino Maria Frassà, dal 2014 direttore artistico di Cramum, la mostra esplora la qualità dei legami nella società contemporanea, spingendosi oltre l’umano fino al rapporto con casa, ambiente e natura.

Il progetto prende avvio dalla domanda “Com’è essere un pipistrello?” con cui Thomas Nagel, nel 1974, rivela che l’irriducibile inaccessibilità dell’esperienza altrui è il varco concettuale. Se quella domanda ci consegna l’irriducibilità del che-cosa-si-prova, allora l’empatia non è proprietà cognitiva ma esercizio di prossimità: non forza l’accesso, affina l’ascolto.
Betty Salluce e Gaggenau mostrano che l’empatia non è solo la chiave del futuro: è un fare reale e concreto, restare in ascolto per diventare qualcosa di più. “L’empatia non è sforzo unidirezionale, ma pratica generativa: apre immagini nuove e realtà più dense di significato”, ha dichiarato il curatore della mostra Sabino Maria Frassà. L’empatia si disvela come prossimità e ascolto, non come appropriazione dell’esperienza altrui: nelle opere il filo attraversa e “ricuce” le immagini, trasformando il ricamo in un ponte sensibile. Aperta per tutto l’anno, la mostra fa dello spazio del brand tedesco di design un atelier vivo, dove bellezza e relazione si incontrano.

Le opere fotografiche di Betty Salluce dialogano con le nuove interfacce utente dei forni Gaggenau Expressive e
Betty Salluce, da anni attenta alle inquietudini del presente e alle storie di migrazione (vincitrice del Premio Acquisizione Cramum Reti nel 2024), arriva per la prima volta a Milano con una fotografia che non si limita a mostrarsi: si cuce. Il filo attraversa le immagini come segno di fraternità e responsabilità, ricomponendo fratture e comunità.
Mistral Accorsi, brand manager di Gaggenau, ha spiegato: “In risonanza con la ricerca artistica di Salluce, Gaggenau propone un’inedita e pionieristica interfaccia utente che pratica la prossimità: un sensore che accoglie la presenza più che richiederla e un ‘sole nascente’ che orienta a distanza il gesto del cucinare. Non spettacolo, ma misura, eleganza e senso profondo di un vivere finalmente più ricco nella sua essenzialità”.

Per la prima volta l’artista cuce parti del corpo al paesaggio: il ricamo non sovrascrive, interpreta la morfologia, lavorando su collage da lei stessa realizzati. Ventagli, dorsali, costolature diventano
La stampa su ecopelle non è un effetto materico: è metonimia dell’epidermide; la grana assorbe il grigio e rende l’immagine mimetica ed essenziale, quasi a chiedere di essere toccata. Così la fotografia oltrepassa sé stessa: non più superficie, ma pelle d’opera che restituisce un noi su cui il filo segna il passaggio dalla visione alla prossimità.
Nel grado zero del colore, una scala di inediti grigi di Salluce che omaggia e dialoga con il nuovo lessico materico di Gaggenau (acciaio dietro vetro fumé, il vetro antracite di Onyx e la tonalità più chiara di Sterling), si trattengono memoria e profondità; le cuciture restano visibili e, insieme, mostrano le ragioni della loro necessità. La fotografia cucita diventa un rito laico: tiene insieme ciò che il tempo e la paura tendono a separare. Qui il paesaggio non è più sfondo, è soggetto dell’empatia. I corpi non posano davanti al mondo: vi si innestano, si conformano alla sua morfologia e ne diventano tessuto
“Il risultato è un ‘tutto’ in cui corpo, materia e paesaggio sono strutture equivalenti: il corpo è l’involucro di noi stessi; la terra lo è del suo nucleo; l’universo, in fondo, di tutti noi”, ha sottolineato Betty Salluce.

L’opera si fa pratica viva dei valori olimpici e dello spirito paralimpico: amicizia come fiducia che apre all’incontro; rispetto come ascolto delle differenze e dei luoghi; eccellenza come miglioramento condiviso; il coraggio di esporsi e la determinazione nel ricucire. Ogni immagine è un varco, ogni gesto un ponte: tra intimità e collettività, memoria e desiderio. Nel medesimo ordito, il filo di Salluce e la luce discreta dell’interfaccia compiono lo stesso gesto: avvicinare senza imporre. Il comando si fa invito, il feedback visivo diventa segno; la materia, più che mostrarsi, ospita. E’ qui che design e arte si toccano: nella promessa di uno spazio più umano, dove ciò che è tecnico si trasforma in ospitalità e la prossimità diventa
“Da bambina”, ha spiegato l’artista, “durante i viaggi notturni, guardavo le colline illuminate solo dalla luna: in quelle linee riconoscevo profili umani, corpi distesi, presenze. Era un gioco dello sguardo, ma già allora era anche un modo per sentirmi parte di quel paesaggio. Anni dopo, mi sono accorta che quel gesto istintivo non mi aveva mai lasciata: è tornato nella mia ricerca artistica, trasformandosi in un modo di leggere la terra come un corpo e il corpo come terra a cui si appartiene. Per questo il paesaggio che porto nelle opere non è mai un’immagine costruita a distanza. E’ un paesaggio vissuto: l’ho attraversato, toccato, ascoltato, camminando a lungo nei calanchi lucani, fino a sentirne la fragilità e la memoria come qualcosa di fisico. In quel contatto nasce la necessità del filo. Il ricamo, che appartiene alla mia storia familiare e a un sapere tramandato dalle donne, per me è un atto del corpo: una pratica di connessione e di cura, ma anche una sutura che può rendere visibile la ferita. Ricamare, per me, è un atto fisico”.

Ha concluso il curatore: “In queste opere inedite, il ricamo diventa sinestesia: non è un’aggiunta ornamentale, ma un reale dispositivo di traduzione, capace di trasformare la visione in tatto e il paesaggio in ritmo. Il filo registra una respirazione comune, quella della terra e quella del corpo, e la rende leggibile come una trama di punti, tensioni, pause. E’ qui che si concentra la ricerca di Betty Salluce: nel punto esatto in cui due forme si incontrano e si trasformano, in quelle soglie fragili ma necessarie che somigliano alle cuciture. Punti di contatto è questo luogo ideale in cui il paesaggio smette di essere solo spazio e diventa presenza grazie a un noi condiviso”.
Per tutto l’anno, le opere animeranno lo showroom, trasformandolo in un viaggio-atelier dove arte e design interrogano il senso dell’empatia. Punti di contatto — Restiamo in ascolto invita a riconoscere, custodire e generare nuovi punti di contatto: tra il corpo e il paesaggio, tra il desiderio di capire e il rispetto di ciò che nell’altro resterà sempre opaco. È qui che l’empatia diventa etica: non la pretesa di sapere “com’è” essere l’altro, ma la decisione di farsi prossimi.

Chi è Betty Salluce
Betty Salluce (Matera, 20 febbraio 1992) è un’artista visiva che lavora tra fotografia e interventi a cucitura. Dopo il Liceo Artistico “Carlo Levi”, nel 2014 si trasferisce a Carrara e studia Pittura all’Accademia di Belle Arti con Gianni Dessì, laureandosi (I livello) con una tesi sul corpo dell’artista come denuncia politica e sociale. Dal 2017 vive a Torino, dove lavora negli studi di Paolo Grassino e, dal 2019, del Maestro Luigi Mainolfi; affianca Francesca Arri in diverse performance (Moving Bodies Festival 2018–2019, Teatro Espace; Choose Life, Polo del ’900, 2021). Consegue la Laurea di II livello in Pittura all’Accademia Albertina (2020). Nel 2024 vince il Premio “Cramum Reti for Art”, entrando nella Collezione Paneghini. Attualmente vive e lavora a Pisa.
La sua ricerca indaga tempo e identità: corpi e paesaggi, spesso sospesi in una dimensione di fermo immagine, trasformano la velocità del quotidiano in silenzio, riflessione e ascolto. Le cuciture ricompongono fratture simboliche, offrendo uno spiraglio di verità in un presente instabile. Ecco una selezione di mostre a cui l’artista ha partecipato: Galleria Ricci, Carrara (2016); Here, Cavallerizza, Torino (2017, 2018); collettiva Accademia Albertina, Torino (2019, a cura di M. Barzagli); Abbiamo invitato un po’ di artisti nello spazio, Torino (2021, Osservatorio Futura); Cinematopie, Biblioteca Bottini dell’Olio, Livorno (2023, a cura di J. Suggi); Il Paesaggio Impossibile, Chiesa dei Santi Apostoli, Nola (2023, a cura di G. Riccio, Premio Renovatio Mundi); eroi?, Collezioni Paneghini Reti spa, Busto Arsizio (2024, Premio Cramum).















