Cesare Pietroiusti e un’insolita retrospettiva
La mostra, a cura di Lorenzo Balbi con l’assistenza curatoriale di Sabrina Samorì, è di scena dal 4 ottobre scorso al 6 gennaio 2020 al Museo d’Arte Moderna di Bologna. Un certo numero di cose / A Certain Number of Things, progetto di Cesare Pietroiusti, a cura di Lorenzo Balbi, vincitore della IV edizione del bando Italian Council (2018), concorso ideato dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane (DGAAP) del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, per promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo.
L’idea dell’esposizione – la prima antologica dell’artista italiano in un’istituzione museale – prende avvio da una riflessione sul concetto stesso di mostra retrospettiva e sulla effettiva possibilità di rappresentare un percorso di ricerca artistica in tale formato. Da quest’indagine nasce l’idea-provocazione di Cesare Pietroiusti: autonarrarsi non solo attraverso le opere prodotte ma anche tramite oggetti, suggestioni, episodi, gesti, azioni, comportamenti, ricordi riferiti alla propria vita, a partire dall’anno di nascita, il 1955.
Il percorso espositivo nella Sala delle Ciminiere si articola attraverso l’esposizione di quelli che l’artista definisce “oggetti-anno” allestiti in ordine non rigorosamente cronologico intorno all’oggetto, relativo al 2019. Quest’ultimo, collocato al centro della sala, è un’opera in fieri, che si realizza grazie a un laboratorio condotto da Pietroiusti su due sedi, al MAMbo e al Grazer Kunstverein di Graz (Austria). Il laboratorio coinvolge studenti e giovani artisti, con l’obiettivo di riprodurre insieme all’artista in forma fisica, performativa e narrativa, secondo un meccanismo di mise en abyme della mostra stessa, tutti gli oggetti esposti, in una forma di co-autorialità che interessa anche la fase ideativa. L’opera scaturente dal workshop avrà come istituzione di destinazione il Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli.

Il lavoro portato avanti durante il workshop sarà reso visibile in diversi momenti nel corso della mostra, con la partecipazione di Pietroiusti e dei giovani artisti: il pubblico è invitato a prendere parte ad attività che si svolgono nello spazio espositivo e in altre aree del museo. Si va dalle giornate di disegno creativo ispirate dall’oggetto-anno 1972 Diario scolastico di Carlo (sabato 12 e domenica 13 ottobre 2019) ai veri e propri tornei di scacchi (sabato 9 novembre 2019) e di “palletta” (sabato 23 novembre, 7 e 14 dicembre 2019) fino alla raccolta di richieste personali di In che cosa posso esserti utile? (1-31 ottobre 2019 con presentazione il 6 gennaio 2020).
La ricerca artistica di Cesare Pietroiusti, fin dal 1977, si è sviluppata fuori dalle logiche di gallerie, musei e mercato, con estrema indipendenza. Interprete originale della pratica performativa e relazionale, si è mosso tra sperimentazione linguistica e riflessione concettuale, dimostrando un particolare interesse per situazioni e oggetti apparentemente poco significativi, paradossali, normalmente non considerati meritevoli di attenzione, indagine o rappresentazione, probabilmente in ragione della sua formazione di medico psichiatra. Il tema della relazione nella pratica artistica, intesa come scambio bilaterale o multilaterale, è trasversale al suo lavoro, in opposizione all’autorialità a senso unico. Il suo agire è quindi sempre sociale, interattivo, teso alla costruzione di reti: è il caso, ad esempio, dell’esperienza di Oreste, cui il MAMbo ha recentemente dedicato una mostra negli spazi della Project Room. A partire dagli anni Duemilail lavoro di Pietroiusti si è rivolto in particolare alla riflessione sulle dinamiche del mercato, dello scambio denaro/merce, dei paradossi che attraversano il sistema sociale occidentale basato sul capitalismo: l’artista ha irreversibilmente trasformato banconote altrui, ha regalato migliaia di disegni originali e firmati, ha organizzato mostre in cui le opere potevano essere cedute in cambio di idee, venduto storie, ingerito banconote per poi restituirle ai proprietari dopo l’evacuazione. Alcune di queste azioni sono avvenute anche al MAMbo, dove l’artista, nel 2008, insieme a Stefano Arienti, è stato protagonista del progetto Regali e Regole. Prendere, dare, sbirciare nel museo, che indagava le caratteristiche del museo d’arte contemporanea e le pratiche che possono consentirgli di rispondere adeguatamente alle questioni riguardanti l’autorialità, il valore dell’opera d’arte, la sua distribuzione e la sua conservazione, il rapporto con il collezionismo e la partecipazione del pubblico.

In concomitanza con Un certo numero di cose / A Certain Number of Things, esce una pubblicazione (in italiano con allegato in lingua inglese) edita da NERO con testi di Cesare Pietroiusti 2 che ripercorrono e arricchiscono i densi contenuti degli oggetti-anno esposti al MAMbo, corredato da immagini e da una postfazione di Lorenzo Balbi. L’esposizione sarà inoltre accompagnata dall’attività di mediazione del Dipartimento educativo MAMbo per una migliore fruizione del percorso. Il bando Italian Council, grazie al quale il progetto di Cesare Pietroiusti riceve il sostegno della Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane del MiBAC, prevede il finanziamento di attività che promuovano la produzione, la conoscenza e la disseminazione della creazione contemporanea italiana nel campo delle arti visive, attraverso la produzione di nuove opere d’arte contemporanea italiane destinate a incrementare le collezioni pubbliche di musei statali, regionali e civici. I progetti vincitori, ai quali sono state assegnate, per la quarta edizione (2018), risorse per oltre 1 milione di euro, presentano l’attività di artisti provenienti da tutta Italia e prevedono la realizzazione di opere che, ideate in relazione ai luoghi ospitanti o ispirate da riflessioni sui cambiamenti sociali e culturali del tempo, spaziano dalla fotografia alla scultura fino a installazioni e video-arte. In questo contesto, il MAMbo è risultato destinatario del contributo di 145.000 euro, a fronte di un costo complessivo del progetto di 200.000 euro.
Incontrando l’artista gli abbiamo chiesto Perché l’idea di esporre al Mambo, come prima scelta museale? «In genere non è l’artista a scegliere il museo dove esporre, ma il curatore o, come in questo caso, il direttore Lorenzo Balbi, che me lo ha proposto. Ho accettato perché Balbi ha rilanciato una sfida, quella di concepire la retrospettiva come nuovo progetto, di cui spesso, in passato, avevo già parlato con lui.»
Qual è il significato che attribuisce all’auto-narrazione e in cosa differisce dalla retrospettiva tradizionale?
«Proprio perché la narrazione della propria vita va nella direzione della personalizzazione e dello sguardo rivolto all’indietro, in questa mostra il tentativo è riconcettualizzare e trasformare (rifacendo, reinterpretando) tutto quello che è stato messo-in-mostra. E fare questo collettivamente, determinando una nuova figura autoriale, fatta di diciassette persone, compreso me stesso.»
Come nascono gli oggetti-anno e qual è il loro significato?
«Per l’appunto, l’idea di mettere una “cosa” per ogni anno della vita, fin dalla nascita, ha, nelle mie intenzioni, vari significati possibili: creare ponti temporali fra passato e presente, mescolare, fino a confonderli, arte e non-arte (o anche opera e allestimento), mettere in vibrazione i concetti di “opera” e di “mostra”, per cui qui c’è sia una mostra fatta di opere che una specie di super-opera fatta, anche di mostre: quella di Manzoni che ho organizzato nel 1982, per esempio, o la mia stessa retrospettiva di “opere neglette”, realizzate ma mai esposte perché le avevo considerate sbagliate.»
Una mostra laboratorio, un’opera che si costruisce durante la rappresentazione: a che tipo di scelta risponde?
«A quella di mettere in discussione il concetto stesso del fatto, come participio passato di “fare”, come ciò che è finito e da mettere da parte. La ricerca artistica, lo statuto particolare dell’opera d’arte, consentono questa magia: fare slittare il participio passato nel gerundio. L’opera, infatti, prende senso nel tempo, acquisisce valore in funzione di ciò che la precede e di ciò che la segue, non è mai finita; si sta sempre, ancora, facendo. In ciò assimilandosi a quel che chiamiamo “vita”.»
Se dovesse raccontare questa mostra con un’opera quale sceglierebbe? Ce ne parla?
«Probabilmente la storia del “buco nel muro”, che attraversa diversi tempi, dal 1964 (quando, con un amichetto e un cacciavite, nascosti sotto il mio letto abbiamo tentato di raggiungere la casa della nonna che abitava accanto) a tutta la serie dei lavori della fine anni ’80 inizio ’90 sulle visioni di ciò che c’è al di là dei muri degli spazi espositivi, fino alla performance del 2006, in cui, da un tunnel di un centro sociale sotto sfratto, ho preso a picconato un muro e sono finito nel bagno del portiere dell’edificio adiacente.»
Ilaria Guidantoni
















