di Stefania Peveraro
direttore di BeBeez
chairman & founder di EdiBeez srl
Cari lettori,
In questo numero di BeBeez Magazine raccontiamo tre storie che, in apparenza, parlano di mondi diversi. In realtà raccontano tutte la stessa cosa: un sistema del private capital globale che sta cambiando pelle, più in fretta di quanto molti operatori siano pronti ad ammettere.
La prima è una storia di pressione. Il private equity europeo, e quello italiano in particolare, sta vivendo uno dei momenti più complicati dell’ultimo decennio. La combinazione di tassi rimasti alti più a lungo del previsto, mercati delle exit bloccati, fundraising in affanno e portafogli gonfiati da holding period che si allungano a dismisura ha prodotto un effetto che stiamo osservando con crescente frequenza: la corsa alla scala. Gestori che si aggregano, piattaforme che si consolidano, strategie che si allargano per coprire più asset class. È la logica della sopravvivenza travestita da strategia di crescita. La nostra inchiesta di copertina, Private equity nella morsa, ricostruisce questa dinamica con i dati e le voci degli operatori, e prova a rispondere a una domanda scomoda: la polarizzazione che si sta delineando, tra pochi grandi player globali e una miriade di boutique specializzate, è il risultato di forze di mercato o il prodotto di un sistema che ha smesso di funzionare per chi non ha già raggiunto la massa critica?
La seconda è una storia di crepe. Il private credit ha vissuto per un decennio la stagione d’oro: rendimenti stabili, sganciati dalla volatilità dei mercati pubblici, percepiti come un porto franco in un mondo di tassi zero. Poi, tra febbraio e marzo 2026, qualcosa si è rotto (si veda altro articolo di BeBeez). Blue Owl, Blackstone, BlackRock, Morgan Stanley: uno dopo l’altro, i grandi gestori americani hanno dovuto limitare i riscatti dai loro fondi semi-liquidi, mentre le short position sui loro titoli salivano e un hedge fund pubblicava una presentazione accusando l’intero settore di nascondere le perdite reali. Al centro c’è un nodo strutturale: oltre il 70% dei portafogli di alcuni dei maggiori player è concentrato nel software, proprio mentre l’intelligenza artificiale minaccia di rendere obsoleti interi modelli di business. Jefferies ha già coniato il termine SaaSpocalypse. Il private credit non è in crisi sistemica, i fondamentali istituzionali reggono, ma la patina di impermeabilità che lo avvolgeva si è incrinata in modo irreversibile. In questo contesto, l’Europa appare strutturalmente più solida degli Stati Uniti: meno esposta al software, meno dipendente dal canale retail, costruita su una cultura del credito più conservativa. Lo racconta con grande chiarezza Barbara Ellero di Anthilia Capital sgr nella nostra intervista, che trovate in questo numero: una lettura preziosa per chi vuole capire dove si trovano davvero i rischi e le opportunità nel private credit dei prossimi mesi.
La terza è una storia di lunga durata, e forse la più importante. Mentre i capitali si muovono, si aggregano e talvolta fuggono, le imprese italiane migliori continuano a cambiare mano. Due exit di private equity su tre finiscono a compratori non italiani. Le startup strategiche prendono il primo volo disponibile verso capitali esteri. I mercati azionari delle pmi faticano ad attrarre investitori strutturali, lasciando campo libero a logiche di breve periodo o, peggio, al delisting. È un processo lento, cumulativo, quasi invisibile finché non lo si misura su un quarto di secolo di dati, come ha fatto Fondazione Prexidia (si veda altro articolo di BeBeez). E che produce un effetto molto preciso: il trasferimento progressivo della governance delle nostre imprese più dinamiche verso consolidati esterni al sistema economico italiano. Non è il risultato di una strategia ostile.
È l’effetto combinato di mercati che non funzionano per le pmi, di un private equity strutturalmente orientato all’exit verso il miglior offerente globale, e di un risparmio nazionale che continua a finanziare le large cap internazionali invece delle imprese di casa propria. Esiste però un approccio diverso. Si chiama private mindset applicato ai mercati quotati: la capacità di portare sul listino la stessa logica di capitale paziente, attenzione ai fondamentali e orizzonte di lungo periodo che il private equity ha dimostrato di saper applicare con grande efficacia nell’investimento diretto. L’idea, sviluppata con rigore e track record concreto da Simone Strocchi di Electa Ventures, è usare la Borsa non come luogo di uscita ma come strumento di costruzione industriale: accompagnare le imprese nei processi di aggregazione e crescita, mantenendo governance, capacità decisionale e trazione industriale all’interno del Paese. Da questo numero inauguriamo con Electa Ventures la rubrica Private Mindset — Il capitale paziente applicato alla Borsa, uno spazio di riflessione e confronto con operatori, investitori e imprenditori su come sia possibile e necessario cambiare il rapporto tra capitale e impresa in Italia.
Tre storie, dicevamo. Ma in fondo una sola domanda: in un mondo che cambia forma più in fretta di quanto i modelli di rischio riescano a catturare, chi ha ancora il coraggio di pensare al lungo periodo?
Buona lettura!















