INVASIONI DI CAMPO, undici storie di sport e diritti umani all’ombra della DAD – 28 ottobre 2021

15.1 €

Autore: Paolo Pobbiati

Casa editrice: Vertigo

Anno di pubblicazione: 2021

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Descrizione prodotto

Si tratta di undici storie che raccontano le lotte per il riconoscimento dei diritti di quest'ultimo secolo e poco più viste attraverso la lente dello sport, di alcuni dei suoi campioni e degli eventi le cui vicende si sono intrecciate a grandi temi del nostro tempo, come la discriminazione, il razzismo, le dittature e i totalitarismi, la propaganda, i fondamentalismi, i pregiudizi. Sono le storie che ho raccontato alle mie classi lo scorso anno per provare a dare un po' più di valore alla Dad. E' un libro che parla di scelte individuali, a volte pagate un prezzo altissimo, da parte di uomini e di donne che a dispetto di tutto hanno fatto ciò che ritenevano giusto. Con la prefazione di Juri Chechi, la postfazione di Giorgio Piccinino e il patrocinio di Amnesty International e Sport4Society. Gli atleti sono come i grandi artisti, muovono enormi emozioni e lasciano una traccia profonda in chi li segue, influenzandone le scelte e i comportamenti. Sono innumerevoli le storie che si intrecciano a temi come la discriminazione, la contrapposizione fra libertà e dittatura, la propaganda, il riscatto, il fondamentalismo, il pregiudizio. Non ne sono lo sfondo, ma uno scenario nel quale i nostri eroi agiscono, plasmandolo - a volte profondamente - ispirando milioni di persone e qualche volta rimanendone vittime. Mettendo a disposizione il suo bagaglio professionale e umano, l’autore ci dona un’opera appassionata che mette in luce sogni, speranze e sacrifici di alcuni tra i più grandi sportivi, ci racconta di scelte e di gesti coraggiosi di uomini e donne che hanno sfidato leggi, convenzioni, ottusità e menomazioni, come Gino Bartali, leggenda del ciclismo che salva centinaia di ebrei trasportando documenti nel telaio della sua bicicletta o Terry Fox, giovane maratoneta, che percorre più di 5 mila km con un arto artificiale per raccogliere fondi a favore della ricerca sul cancro. Come non si dimentica Samia Yusuf Omar, atleta somala che partecipò alle Olimpiadi di Pechino nel 2008 e che tentando di raggiungere l’Italia su un’imbarcazione per migranti è annegata al largo di Lampedusa. Il libro sorprende per l’impatto emozionale che riesce ad esprimere. Attraverso lo sport sono narrate le dittature, le repressioni, le discriminazioni razziali, l’omofobia, la povertà e le ingiustizie sociali. Undici storie che raccontano di scelte individuali e di chi accetta di pagare un prezzo anche molto alto per fare ciò che ritiene giusto. Paolo Pobbiati è insegnante di Scienze Motorie presso l’IIS Claudio Varalli di Milano. È stato allenatore e giudice nazionale di ginnastica artistica femminile. Lavora anche come programmatore multimediale. Da più di tre decenni è un attivista di Amnesty International, associazione della quale è stato il Presidente dal 2005 al 2009 e per la quale ha ricoperto diversi altri incarichi e cariche nazionali. Nell’ambito di questa attività ha al suo attivo numerosi interventi pubblici, articoli e pubblicazioni sul tema dei diritti umani. Nell’ambito della narrativa è stato vincitore del concorso “Racconti nella Rete 2011” con il racconto “L’ultimo estratto” pubblicato da Nottetempo, e ha pubblicato il romanzo “Regine d’Ebano” Vertigo 2016, classificatosi secondo al 3° Premio Internazionale Salvatore Quasimodo del 2017.

Abbiamo raggiunto l’autore per chiedergli di spiegarci le varie chiavi di lettura del libro e la sua idea di scrivere un testo che possa essere approcciato in diversi modi.

In particolare la DAD tanto discussa è solo un ripiego, uno strumento necessario o anche un’opportunità dato che, come sosteneva Mc Luhan, cambiando il mezzo si cambia il contenuto?

“In effetti è stato un ripiego. Diciamo che ci è caduta addosso da un giorno all’altro, senza alcuna preparazione e senza alcuna percezione di quanto tempo sarebbe durata. Abbiamo dovuto affrontare come prima cosa un gap tecnologico per imparare a utilizzare strumenti che molti di noi non avevano mai utilizzato e successivamente un gap culturale, perché da subito è stato chiaro che non poteva essere presa come un mero rimpiazzo delle attività in presenza. Abbiamo dovuto dare fondo a tutta la nostra creatività per dare valore alle nostre lezioni con professionalità in una fase molto difficile per la società e, a maggior ragione, per gli adolescenti.”

Qual è stata la sua esperienza in merito e come pensa che cambierà oggi la sua didattica?

“Insegno Scienze Motorie, una delle materie che meno si presta alle attività a distanza ma che lascia anche spazi notevoli agli insegnanti. Avendo sempre utilizzato strumenti multimediali e tecnologici per le mie lezioni, ho cercato di trasporre alcune modalità adattandole alla nuova situazione. In un momento in cui sono saltati molti paradigmi sociali che sembravano consolidati e nel quale l’idea stessa di diritti è stata messa in discussione, ho pensato di raccontare la storia della lotta per il riconoscimento dei diritti umani nel corso dell’ultimo secolo attraverso la lente dello sport, i suoi personaggi e i suoi eventi. È una formula che ha avuto un buon successo tanto da spingermi, una volta rientrati in presenza, a trasformarla in un libro. Non ho ancora una percezione precisa di come cambierà la mia didattica, per il momento mi sto occupando di recuperare una motricità e una socialità molto provate in ragazze e ragazzi che hanno passato in casa molto più tempo del lecito nell’ultimo anno e mezzo.”

Sempre più i modelli di riferimento in particolare per i giovani sono il mondo dello sport e dello spettacolo, talora quello dell’attualità anche se la politica sta perdendo sempre più attrattività. Ora ci si avvicina a questi ambito con l’approccio del divismo, con i casi di successo pensando ai campioni, gli eroi dei nostri giorni: campioni di medaglie e di ascolti. Qual è il significato più ampio dello sport come modello di vita?

“Difficile pensare a una stanza di un adolescente senza poster di sportivi o di cantanti. Rappresentano modelli di successo: idolatrati dalle folle, spesso ricchi, realizzati professionalmente con il sogno di molti loro coetanei, i campioni dello sport sono come i grandi artisti: muovono emozioni enormi e influenzano il comportamento di milioni di persone, e poiché lo sport è parte integrante della società e del mondo, come tale ne vive tutte le contraddizioni, gli eroismi e le miserie. C’è quindi un livello puramente sportivo, quasi ascetico, per lo più positivo: il successo ottenuto grazie al duro allenamento, il senso della squadra, l’onore sul campo, la vittoria o la sconfitta con tutti i loro significati. E poi c’è un livello più sociale: come vive un atleta, come si comporta dentro e fuori dal campo, di quali valori - o di quali disvalori - si fa portatore? Perché anche in questo è un modello, e nel mio libro racconto di come alcuni di loro sono riusciti a lasciare un’impronta nel mondo e nelle nostre coscienze anche più profonda delle loro imprese sportive, per quanto eccezionali. Tutti i protagonisti delle storie che racconto si muovono nel contesto del loro tempo. Non è lo sfondo ma uno scenario nel quale agiscono attivamente, a volte plasmandolo e talvolta rimanendone vittime. Invasioni di Campo non è un vero e proprio libro che parla di sport e non si presenta nemmeno solo come un libro sui diritti umani, né tanto meno un testo di storia. Cerca però di mettere insieme questi tre ambiti. Sono convinto che se la conoscenza non è fatta tanto di informazioni quanto di connessioni, ho provato a cimentarmi nel collegare assieme saperi diversi.”

Soprattutto che ruolo giocano le storie di insuccesso, anche momentaneo, dei campioni nella nostra formazione?

“Intanto ci sono sconfitte che valgono più di una vittoria, basti pensare a Dorando Pietri, il maratoneta che alle Olimpiadi del 1908 fu squalificato perché sorretto negli ultimi metri di gara: ci ricordiamo bene di lui ma nessuno rammenta nemmeno il nome di chi poi vinse. Un campione che finisce al tappeto – metaforicamente o letteralmente – fa scattare meccanismi di identificazione o al contrario di compiacimento, ma questo dipende molto da chi siamo e da come siamo fatti. L’insuccesso è parte della vita di tutti noi, e sicuramente più lo sport praticato rispetto a quello “tifato”, può insegnarci ad affrontarlo e metabolizzarlo. Ma c’è anche un altro aspetto: ci sono stati campioni che, al culmine di una carriera per la quale altri darebbero qualsiasi cosa, hanno gettato tutto alle ortiche per un gesto, un semplice gesto dal valore simbolico, perché ritenevano che fosse la cosa giusta da fare, senza curarsi del prezzo che avrebbero pagato: personaggi come Muhammad Alì che si rifiuta di andare a combattere in Vietnam, Smith e Carlos con i loro pugni guantati che si stagliano al cielo sul podio di Città del Messico, o Vera Čáslavská, che alle stesse Olimpiadi abbassa lo sguardo durante l’inno sovietico per protesta contro l’invasione del suo paese, la Cecoslovacchia. Sapevano bene che per loro avrebbe significato la fine della carriera sportiva e l’inizio di persecuzioni che sarebbero durate anni in regimi o in società che non li avrebbero perdonati. In un’ottica di ricerca assoluta del risultato e del “successo” ci apparirebbero come degli sconfitti. In realtà ci portano a considerare una visione differente, perché i loro gesti li avrebbero consegnati alla storia ancora di più dei loro risultati sportivi, e per questo possono essere una importante fonte di ispirazione per tutti noi e in particolare per i giovani.”

Uno spazio importante è dedicato alle storie di donne e sport. Spesso ci sono storie di successo e riscatto e penso al mondo della danza, che in fondo è a metà tra lo sport e lo spettacolo, pensando a Carla Fracci, vista l’uscita in questi giorni del film biografico interpretato da Alessandra Mastronardi, la figlia di un tranviere che ha anche voluto essere madre come diritto ed è diventata un’étoile internazionale. Ci sono anche storie di limitazioni o percorsi a ostacoli, a volte di gare negate, penso in questo momento a quanto accade in Afganistan. Cosa possono insegnarci questi esempi?

“La lunga corsa a ostacoli delle donne nello sport ha richiesto ben tre capitoli, partendo dalle prime eroiche pioniere che hanno cercato di scardinare l’idea che lo sport fosse una “cosa da maschi”, come Alfonsina Strada, l’unica donna ciclista ad aver corso il Giro d’Italia con gli uomini, per arrivare al soffitto di cristallo che nello sport come in tantissimi altri campi fa per le donne da barriera invisibile, quasi impossibile da superare, per poter veder riconosciuta la parità con i loro colleghi uomini. Ci sono lunghe parti dedicate alle atlete dell’Est Europa la cui vita è stata devastata dall’uso massiccio di sostanze dopanti virilizzanti e alla situazione dello sport femminile nei paesi islamici. Anche se nei 125 anni di storia dalla prima olimpiade moderna tantissimi e importanti progressi sono stati fatti nel campo del riconoscimento dei diritti delle atlete, c’è ancora moltissimo da fare mentre si aprono nuovi fronti, come quello delle atlete transgender.”

 

Ha voglia di raccontarci una delle sue storie?

“Nel lavoro di documentazione e preparazione di queste storie mi sono profondamente legato a tutti i personaggi ma a uno in particolare, sul quale avevo già lavorato anche in passato: Samia Yussuf Omar, atleta somala che aveva corso nei 200 metri piani alle Olimpiadi di Pechino nel 2008 e che aveva successivamente dovuto abbandonare il suo paese, prima per l’Etiopia e poi nel disperato tentativo di raggiungere l’Europa per partecipare all’edizione di Londra nel 2012. Lo ha fatto nell’unico modo in cui ne aveva possibilità, seguendo la strada percorsa in questi anni da una moltitudine di uomini e donne attraverso l’Africa Sahariana e il Mediterraneo, in un viaggio sin difficile da immaginare per quanto deve essere stato duro tra privazioni, vessazioni e violenze. Passa alcuni mesi nell’inferno della Libia, finalmente riesce a imbarcarsi, ma dopo due giorni alla deriva su un gommone al largo di Lampedusa, è caduta in acqua mentre un mercantile italiano stava cercando di soccorrerli. Il suo corpo non è mai stato ritrovato, come quello di migliaia di altre persone che giacciono in fondo al Mediterraneo, ciascuna con i propri sogni come Samia, e con la speranza di una vita migliore.”

a cura di Ilaria Guidantoni


 

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