
Articolo pubblicato su BeBeez Magazine n. 37 del 10 dicembre 2025, parte dell’inchiesta di copertina The State of Private Markets 2025
di Stefania Peveraro
Dimenticate i multipli record, le exit spettacolari e le raccolte lampo: per il private equity è il tempo del ritorno alla realtà. Un ritorno che, per chi sa leggere il contesto e muoversi con strategia industriale, è anche un’opportunità straordinaria. È il messaggio emerso con chiarezza nella seconda tavola rotonda dedicata al private equity, che si è tenuta nell’ambito dell’evento The State of Private Markets 2025, organizzato da BeBeez lo scorso 27 novembre (si veda qui il video).
Sul palco Nicola Colavito, partner di Peninsula Capital, Giovanni Tamburi, fondatore e presidente di Tamburi Investment Partners, e Marco Tugnolo, partner di FSI, tre investitori con approcci molto diversi, ma uniti da un punto fermo: oggi, per generare valore, serve concretezza, visione industriale e capacità di parlare la lingua dell’imprenditore. E se i capitali internazionali stanno puntando sull’Italia, è perché hanno colto prima di altri questo cambio di paradigma.

Colavito, Sud Europa paradiso del private equity e l’Italia è il Paese dove tutti vogliono investire.
Per Nicola Colavito, partner di Peninsula, la geografia degli investimenti si è rovesciata. “Quando siamo partiti, dieci anni fa, puntare su Italia, Spagna e Francia era quasi una provocazione. Oggi sono i Paesi più attrattivi d’Europa. E paradossalmente, la riscossa arriva proprio da quelli che venivano definiti i PIGS: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna”.
Dietro il cambio di percezione, c’è un mix di stabilità economica (almeno relativa), vitalità imprenditoriale e mancanza di alternative convincenti. “Francia e Germania vivono fasi di instabilità. Al contrario, Spagna e Italia stanno sorprendendo per solidità macroeconomica e potenziale imprenditoriale. E l’Italia, in particolare, è un terreno ideale per il private equity: migliaia di aziende eccellenti, spesso ancora gestite dai fondatori, con know-how unico e pronte ad aprirsi a percorsi di aggregazione e crescita”, ha detto Colavito.
Una visione che trova conferma nel successo della raccolta del quinto fondo di Peninsula, che segna una svolta significativa non solo per la propria strategia, ma anche per il posizionamento dell’Italia nel radar degli investitori del Golfo. Ha ricordato infatti Colavito: “Dopo un esordio nel 2015 con un solo fondo sovrano come anchor investor, Peninsula ha costruito nel tempo quattro veicoli distinti, ciascuno con un investitore diverso, tutti provenienti dall’area del Medio Oriente. La vera novità, però, è appunto arrivata quest’anno: per la prima volta una mezza dozzina di questi grandi investitori istituzionali, provenienti da Paesi diversi ma tutti legati all’area del Golfo, hanno deciso di unirsi nello stesso fondo, il Peninsula Fund V, interamente focalizzato su Italia, Spagna e Francia”. Ha sottolineato Colavito: “È un evento storico per il Paese, forse è la prima volta che lo raccontiamo pubblicamente. Il primo closing ha già raggiunto 1,1 miliardi di euro, con un target che punta a superare 1,5 miliardi entro un anno”. Ma la cifra, per quanto significativa, non è l’aspetto più interessante.
Ha spiegato infatti il partner di Peninsula, che per quel tipo di investitori “sottoscrivere la quota del fondo è come acquistare la tessera di un club esclusivo: pagano l’ingresso per avere accesso ai diritti, ma il vero pasto, cioè i co-investimenti, si paga a parte”. È qui che entra in gioco la vera potenza di fuoco: il fondo è solo la piattaforma, mentre le ambizioni di investimento dei partner arabi si concentrano su operazioni da 200 a 500 milioni, veicolate attraverso co-investimenti strutturati. In questo schema, Peninsula mantiene una flessibilità totale: può investire in ticket tra 50 e 150 milioni, ma anche fare operazioni più piccole, secondo me il vero sweet spot dell’Italia, il ticket più piccolo che abbiamo investito è stato di 27 milioni”. Colavito ha sottolineato anche l’importanza della flessibilità operativa: “Facciamo minoranze o maggioranze e possiamo adattare governance e strutture partecipative caso per caso”.
Detto questo, ha concluso, “mettere a terra 1,1 miliardi e oltre in operazioni a multipli contenuti non sarà facile, ma con partner industriali solidi e imprenditori disposti a condividere la visione, si può fare. È una scommessa sul valore reale, non sulla leva o sulla speculazione. Puntiamo a un allineamento profondo con gli imprenditori. Se c’è fiducia, la governance è un dettaglio”.
Una fiducia nei fondamentali industriali del Paese che, però, si scontra con i limiti strutturali del mercato globale, come ha evidenziato senza mezzi termini Giovanni Tamburi.

Tamburi, i continuation fund sono una truffa. Basta con i multipli, lavoriamo sulle aziende.
Tamburi ha infatti lanciato un allarme secco: il private equity globale è seduto su una montagna di asset invenduti, circa 3.500 miliardi di dollari secondo le stime più accreditate, e il sistema fatica a trovare soluzioni credibili per sbloccare le exit. “E’una cifra che chiaramente è talmente grossa e talmente vaga che ci si può mettere dentro di tutto, però è un ordine di grandezza importante. Che se rapportata ai circa 4 mila miliardi di dollari di valore dell’m&a globale all’anno, rappresenta una mole di asset che necessiterà di parecchio tempo per essere smaltita. La conseguenza sono i prezzi che scendono e i prezzi che scenderanno. Le uscite, insomma, sono un problema enorme, inutile raccontarsela diversamente”, ha affermato, puntando il dito contro una prassi che si sta diffondendo rapidamente: i continuation fund. “Sono una truffa colossale”, ha detto senza mezzi termini, denunciando il paradosso di un mercato che per anni ha sollevato dubbi sul conflitto d’interesse tra fondi successivi e oggi legittima lo stesso meccanismo come unica via d’uscita. Il rischio, secondo Tamburi, non è solo di performance inadeguate, ma sistemico: fondi pensione e investitori istituzionali nei Paesi avanzati rischiano danni reali. Di fronte alla discesa dei multipli e alla contrazione delle valutazioni, l’unica risposta possibile è la trasparenza e una maggiore disciplina sugli investimenti.
Quindi? “Bisogna essere onesti e rivedere i portafogli. Noi abbiamo deciso: non pagheremo mai più di 5-6 volte l’ebitda. E infatti, come TIP non facciamo nuovi investimenti da due anni e mezzo. Ma stiamo investendo moltissimo nelle nostre partecipate: sinergie industriali, crescita per linee interne, add-on”, ha detto il fondatore di TIP che, del resto, ha sempre fatto scelte controcorrente: niente fondi, niente leva, solo minoranze, quotazione in Borsa. “All’inizio ci davano dei pazzi. Ma con una capitalizzazione partita da 150 milioni e un attivo oggi sopra i 3 miliardi, credo che il modello abbia dimostrato la sua validità. Il vero private equity oggi si fa con le mani in pasta, lavorando sulle aziende, non scambiandosi figurine tra fondi”, ha detto ancora Tamburi.
E la Borsa cosa ne pensa? “Oggi TIP è al massimo sconto della sua storia, ma noi continuiamo a comprare azioni. È un’alternativa trasparente e liquida alla democratizzazione del private equity, di cui tanto si parla. Ma il private banking continua a ignorarci. Perché? Forse perché i nostri rendimenti fanno impallidire le loro obbligazioni al 3%”, ha concluso Tamburi, che aggiunge: “Ci vedono come concorrenti, quando invece potrebbero offrire le nostre quote ai loro clienti”. Eppure, i numeri parlano chiaro: “una performance media annua del 16% negli ultimi dieci anni, con picchi oltre il 30%, contro il 3-6% dei portafogli tradizionali caricati di obbligazioni e prodotti standardizzati. Alcune famiglie che hanno investito con noi vent’anni fa custodiscono le azioni in fondi segregati proprio per difendersi dai suggerimenti dei banker che gli dicono di vendere”, ha continuato. Eppure, il titolo TIP è oggi scambiato con lo sconto più alto mai registrato in 23 anni di storia in Borsa. La causa? “Le small cap non piacciono più, le banche sono viste come sicure, ma noi sappiamo che sotto la coperta, fatta di garanzie pubbliche e stralci, si nascondono problemi sistemici”. Una distorsione che il mercato prima o poi dovrà correggere.
Un appello alla trasparenza e alla concretezza che trova eco nelle parole di Marco Tugnolo, partner di FSI, che rilancia la necessità di guardare oltre le strategie individuali e pensare alla crescita dell’intero ecosistema.

Tugnolo, agli investitori interessa quanta cassa restituisci. Che si ottiene con un approccio industriale
Marco Tugnolo, partner di FSI, ha sottolineato come oggi il vero metro di giudizio per gli investitori sia “la cassa che gli hai riportato indietro, più che le valutazioni che tu gli racconti”. In un contesto dove le difficoltà di exit rendono complesso raccogliere nuovi capitali, FSI ha fatto del ritorno di liquidità uno dei suoi punti fermi: “Per noi è stato un mantra quello di aver restituito capitale dai fondi precedenti”.
Ma al di là della dimensione operativa, Tugnolo ha invitato a una riflessione più sistemica: “La preoccupazione dell’Italia non deve essere la concorrenza tra proposte di investimento diverse: Tamburi ne ha una, FSI ne ha una, Peninsula ne ha un’altra, ma quella di far crescere il mercato del private capital nel suo complesso”.
E ha sottolineato: “Il private capital in Italia vale lo 0,4% del PIL contro una media europea dello 0,6% e l’1% del Regno Unito. Allinearci anche solo alla media significherebbe aumentare il mercato del 50%, arrivare ai livelli UK lo moltiplicherebbe per due volte e mezzo”, ha sottolineato. Per FSI, che ha scelto fin dall’inizio una strategia di partnership con gli imprenditori, l’obiettivo è accompagnare le aziende nella crescita dimensionale, spesso con un focus sulla proiezione internazionale. “Ci giudicano per la cassa che restituiamo, non per le valutazioni teoriche del portafoglio”, ha rimarcato, ricordando l’importanza delle exit concrete per mantenere la fiducia degli LP.
Il modello di FSI, che combina investimenti diretti di medio-lungo periodo con flessibilità operativa e capacità di add-on industriali, si distingue nel panorama italiano e si inserisce in un trend europeo che guarda con crescente attenzione a operatori capaci di costruire value creation sostenibile nel tempo.
In particolare, FSI è uno dei pochi soggetti del mercato italiano ad aver creduto e investito massicciamente nel fintech, in una visione che supera il classico approccio venture per puntare su piattaforme scalabili, solide e con un ruolo strategico nell’infrastruttura tecnologica dei pagamenti e dei servizi finanziari. Marco Tugnolo ha raccontato come l’interesse di FSI per il fintech sia nato quasi per caso nel 2013 con l’investimento in SIA, allora “una sorta di eccellenza italiana nella monetica”, poi confluita in Nexi. Da lì “abbiamo scoperto un mondo” che si è rivelato fertile per ulteriori operazioni e oggi rappresenta uno dei due focus settoriali principali di FSI, insieme all’healthcare. Secondo Tugnolo, “in Italia c’è uno strutturale, oserei dire, sottoinvestimento nella spesa IT: banche, imprese e servizi spendono meno in software e soluzioni tecnologiche rispetto ai competitor europei”. Inoltre, “siamo un Paese ancora fortemente sottopenetrato per l’uso degli strumenti di pagamento digitali”, elemento che rende la monetica particolarmente interessante.
Il fintech è però oggi un settore “molto polarizzato tra winners e losers”, con valutazioni che “vanno dalle 6 alle 25 volte l’ebitda nello stesso comparto”. Per questo motivo, FSI mantiene una linea di forte selettività, puntando su verticali ad alto potenziale come “alcuni software verticali, i software funzionali all’assicurazione, e naturalmente la monetica”. Inoltre, “troviamo aziende che sono forse al di sotto della massa critica che dovrebbero avere”, per cui il consolidamento e gli add-on diventano leve strategiche centrali. “Continueremo a investire in fintech”, ha confermato Tugnolo, “anche se dalla monetica stiamo ridirezionando il tiro su qualcosa che speriamo di annunciare a breve”.













