L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui i fondi di private equity creano valore nelle società in portafoglio. Non tanto perché venga utilizzata di più, quanto perché sta iniziando a produrre risultati concreti molto più rapidamente. È questa la principale evidenza che emerge dal Private Equity Value Creation Index 2026 di FTI Consulting Inc, gruppo di consulenza statunitense con sede a Washington e oltre 8.100 professionisti in 32 Paesi, specializzato nella gestione di crisi e trasformazione organizzativa, quotato al NYSE (si vedano qui il comunicato stampa e qui il report completo).
Secondo lo studio, condotto su 555 senior executive del private equity in 14 Paesi tra il 19 gennaio e il 17 febbraio scorsi, il 66% degli operatori ha registrato benefici misurabili derivanti dall’AI entro 12 mesi dall’implementazione, quasi il doppio rispetto al 34% rilevato nell’edizione 2025. Più in generale, il 63% degli intervistati afferma che oggi le principali iniziative di creazione di valore producono risultati entro un anno, contro il 41% dell’anno scorso.
A trainare questo cambiamento sono la standardizzazione dei playbook operativi, l’anticipazione delle iniziative già in fase di due diligence e soprattutto l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle tradizionali leve commerciali e operative.
L’AI, infatti, non viene più considerata una leva autonoma di trasformazione, ma uno strumento trasversale applicato a casi d’uso sempre più specifici e consolidati. Secondo il report, i fondi stanno progressivamente abbandonando approcci sperimentali e iniziative isolate per concentrarsi su applicazioni in grado di incidere direttamente sui processi di pricing, efficienza operativa, produttività della forza lavoro, ottimizzazione commerciale e supporto decisionale.
A confermare che l’intelligenza artificiale sta uscendo dalla fase sperimentale è anche il nuovo Private Equity AI Radar 2026 pubblicato sempre di recente da FTI Consulting, che ha analizzato 200 operatori del private equity con asset in gestione superiori a un miliardo di dollari. Dallo studio emerge che il 36% delle società in portafoglio dei fondi utilizza già l’AI in produzione, mentre il 43% è ancora fermo alle fasi di sperimentazione o non la utilizza affatto. Il dato più interessante è però che i programmi già operativi stanno generando ritorni superiori alle attese: il 65% degli intervistati dichiara che le iniziative AI hanno raggiunto o superato il business case originario, mentre solo il 4% segnala performance inferiori alle aspettative. Le applicazioni più diffuse non riguardano tanto la riduzione dei costi quanto la crescita dei ricavi. Il 41% dei fondi utilizza infatti l’AI principalmente per aumentare vendite e margini, contro il 24% che la impiega prevalentemente per ridurre i costi. Tra i casi d’uso considerati prioritari figurano innovazione di prodotto, pricing, ottimizzazione dei margini e produttività commerciale.
Lo studio evidenzia inoltre una crescente divergenza tra gli operatori. FTI Consulting identifica infatti una fascia di fondi “AI PE Alpha” che sta ottenendo rendimenti significativamente superiori grazie a un utilizzo più strutturato dell’intelligenza artificiale lungo tutto il ciclo dell’investimento, dalla due diligence alla gestione delle partecipate fino alla fase di exit. In questo gruppo, l’AI viene utilizzata sempre più spesso anche per accelerare le attività di due diligence finanziaria, l’analisi documentale, il monitoraggio delle performance e la preparazione delle dismissioni. Quanto ai principali ostacoli alla diffusione su larga scala non figurano tanto la tecnologia o i budget disponibili, quanto la carenza di competenze specialistiche: il 35% degli operatori indica infatti la mancanza di talenti AI come il principale collo di bottiglia per la creazione di valore nelle partecipate.
Tornando al Private Equity Value Creation Index, se l’intelligenza artificiale rappresenta il principale acceleratore della creazione di valore, il report evidenzia anche il ritorno dell’M&A come principale motore della crescita delle partecipate.
Le acquisizioni sono infatti passate dall’ultimo posto occupato nel 2025 alla prima priorità strategica indicata dagli operatori per il 2026. La quota di fondi che identifica l’M&A come principale generatore di valore è salita dal 7% al 24% in un solo anno, mentre il 51% degli intervistati dichiara di aver superato gli obiettivi previsti dal business case nelle operazioni realizzate.
Il dato riflette un contesto di mercato nel quale la crescita organica è diventata più difficile e i fondi sono chiamati a costruire valore attraverso acquisizioni add-on, consolidamento settoriale e integrazione industriale delle partecipate.
Paradossalmente, proprio l’m&a continua però a essere la leva più lenta da monetizzare. Solo il 25% degli operatori riesce a ottenere risultati tangibili entro dodici mesi e appena il 35% descrive il processo di esecuzione come efficiente o molto efficiente, il dato più basso tra tutte le leve di creazione del valore analizzate nello studio.
FTI Consulting evidenzia inoltre una crescente polarizzazione tra gli operatori. Circa il 40% del campione è stato classificato come high performer, ovvero società di private equity che negli ultimi dodici mesi hanno ottenuto rendimenti superiori alle attese.
È proprio in questo gruppo che emergono le differenze più significative. Sul fronte dell’m&a, il 46% degli high performer definisce il processo di integrazione e implementazione delle acquisizioni fluido ed efficiente, contro il 29% degli altri operatori. Il vantaggio competitivo non deriva quindi dal numero di operazioni concluse, ma dalla capacità di eseguire correttamente il piano industriale dopo il closing.
Anche nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale i migliori risultati non dipendono dal tasso di adozione. Gli high performer non utilizzano necessariamente più AI rispetto ai concorrenti, ma la applicano in modo più mirato e disciplinato. Il 19% di loro dichiara infatti di aver superato gli obiettivi previsti dai business case legati all’intelligenza artificiale, contro appena il 5% del resto del campione.
Secondo FTI Consulting, il messaggio che emerge dal report è chiaro: nel nuovo contesto del private equity non esiste più una singola leva in grado di garantire rendimenti superiori. La creazione di valore passa sempre più dalla capacità di combinare competenze operative, esecuzione industriale, acquisizioni strategiche e nuove tecnologie.
“I leader del private equity non possono più affidarsi a un’unica leva per la creazione di valore. I dati mostrano che l’AI sta producendo risultati più rapidamente, ma è più efficace quando viene integrata nelle iniziative operative e commerciali di base”, ha commentato Emanuele Grasso, nominato lo scorso maggio Head of Italy Corporate Finance di FTI Consulting (si veda altro articolo di BeBeez), che ha aggiunto: “Allo stesso tempo, l’m&a è riemerso come principale driver di valore, premiando le imprese che trattano l’integrazione e l’esecuzione come una competenza fondamentale”.















