
Articolo pubblicato su BeBeez Magazine n. 37 del 10 dicembre 2025, parte dell’inchiesta di copertina The State of Private Markets 2025
di Giuliano Castagneto
Dopo la corsa globale all’AI generativa, che ha portato a valutazioni record e round miliardari tra Stati Uniti ed Europa, i venture capitalist italiani preferiscono restare con i piedi per terra.
Durante la tavola rotonda dedicata al venture capital organizzata da BeBeez nel corso dell’evento The State of Private Markets 2025, Massimiliano Magrini (United Ventures sgr), Giuseppe Donvito (P101 sgr), Amedeo Giurazza (Vertis sgr) e Stefano Peroncini (Eureka! Ventures sgr) hanno chiarito che il vero valore oggi non si trova nell’inseguire i Gigacorni della Silicon Valley, ma nel comprendere l’impatto operativo dell’AI sulle startup, evitare fenomeni di AI washing e intercettare opportunità concrete nei settori adiacenti: dal deeptech alla cybersecurity, dall’edutech all’hardware. In un momento di sovrainvestimento globale e incertezza sui ritorni, il messaggio è chiaro: niente rincorse alle mode, ma attenzione agli effetti reali della trasformazione tecnologica, anche fuori dai radar.
AI e venture capital: lo tsunami globale
Il mercato mondiale del venture capital è investito con violenza sempre maggiore dallo tsunami dell’Intelligenza Artificiale. Le scaleup attive nello sviluppo dell’infrastruttura AI, cioè i large Language Model e i chip in grado di gestirli, che negli Stati Uniti vanno ormai sotto l’appellativo di Gigacorni (un unicorno è valutato un miliardo di dollari) raccolgono round da svariati miliardi di dollari, come nel caso di Open AI che nell’ultima operazione ha superato i 500 miliardi di valutazione o il caso della xAI di Elon Musk, che starebbe per chiudere un round da 15 miliardi di dollari che porterebbe la valutazione a 230 miliardi. O ancora Anthropic, scaleup, fondata da due italo-americani, Dario e Daniela Amodei, che con l’ultimo round da 13 miliardi ha raggiunto la valutazione di 183 miliardi.
Il fenomeno ha attraversato l’Atlantico e sta investendo anche l’Europa. Nel terzo trimestre del 2025 due soli round, quello della francese Mistral AI e quello della britannica Nscale, hanno assorbito 2,5 miliardi di euro. L’Italia non può presentare esempi paragonabili, se si eccettua il caso eclatante di Bending Spoons il cui ultimo round ha raccolto 710 milioni di dollari tra equity e venture debt (si veda qui articolo di BeBeez).
Italia: fuori dai gigadeal, dentro alle opportunità concrete
Quindi come si pongono i venture capitalist italiani di fronte a questa sfida, cioè come si pongono sul lato della raccolta, quindi del rapporto con gli investitori nei rispettivi fondi, e dal lato degli investimenti, quindi sul piano delle valutazioni e dei ritorni?
Sintetizzando le opinioni dei protagonisti del VC italiano intervenuti all’evento di BeBeez, la risposta a queste domande potrebbe essere: “In quel mercato il ruolo che possono giocare gli italiani è molto limitato. Meglio focalizzarsi sulle possibili ricadute del boom degli algoritmi e sulla altre opportunità disponibili al di fuori di quell’ambito”

AI: infrastruttura, hype o reale trasformazione?
Ha spiegato il ceo e founder di United Ventures, Massimiliano Magrini: “Quello dell’AI è stato in gran parte un fenomeno in gran parte inatteso e casuale. E’ successo che un insieme di principi teorici definiti da molto tempo ha potuto trovare un’applicazione pratica grazie a un’infrastruttura tecnologica, cioè i chip che NVidia aveva sviluppato per i videogame, abbastanza matura per poterli gestire. Ci si è accorti che si era in grado non solo di estraree contenuti come fanno i motiri di ricerca ma anche di fare elaborazioni su quei contenuti, cosa non ottenibile in precedenza con altre modalità, e utilizzabile da perte di utenti consumer. Ne è scaturito un effetto wow che ha scatenato una corsa agli investimenti. Oggi nella Silicon Valley non si investe in nulla che non sia lo sviluppo dell’AI. Qual è stata la conseguenza? Colossali sovra investimenti da parte dei maggiori venture capitalist. Un fenomeno molto ricorrente in questo mondo, che avrà delle conseguenze. Non perché quegli investimenti non produrranno frutti, ma perché quei frutti arriveranno in tempi probabilmente più lunghi del previsto, compromettendo quindi la possibilità di ottenere rendimenti in linea con quelli ottenibili su altre attività”
E’ inoltre molto importante distinguere tra l’utilizzo dell’infrastrutttura e la piena applicazione delle potenzialità dell’AI. Sottolinea Giuseppe Donvito partner co-fondatore di P101 sgr, uno dei pionieri del venture capital in Italia. “Non bisogna cadere nell’errore di identificare l’AI con ChatGpt e simili, che sono applicazioni di Large Language Model, quindi di infrastrutture. Ma l’AI generativa è solo una delle applicazioni. In realtà ce ne sono infinite. E’ il motivo per cui vengono proiettati mercati di sbocco finali per gli algoritmi dell’ordine di decine di migliaia di miliardi di dollari. Non siamo in presenza di una moda o di una bolla, ma di qualcosa in grado di cambiare profondamente la struttura stessa delle aziende che la utilizzano, soppiantando software e automatizzando interi reparti. Per esempio alcune aziende AI native grazie all’algoritmo hanno ridotto a un terzo il numero degli sviluppatori. Non possiamo pensare che le aziende nei nostri portafogli non ne siano toccate. Quindi è più efficace capire se l’Ai stia agendo in questo senso sulle partecipate”

AI Washing, attenzione al falso AI
A questo punto occorre andare a fondo dei processi operativi e organizzativi delle startup. Amedeo Giurazza ceo e founder di Vertis sgr, ha aggiunto: “Bisogna fare attenzione quando le aziende affermano di utilizzare l’intelligenza artificiale. Attualmente lo fanno tutte quelle che richiedono capitali. Lo fanno perché è di moda? Oppure la stanno applicando seriamente ai propri processi?”. Vertis è l’investitore di venture capital che più degli altri ha puntato sul Mezzogiorno d’Italia (ma non solo) e che tramite il fondo 7 ha partecipato di recente al round da 3 milioni di euro di Tuidi, startup barese che utilizza l’AI per ottimizzare la gestione del magazzino prodotti delle aziende della Grande Distribuzione (si veda qui articolo di BeBeez).
Non è un caso che ultimamente si parli sempre più spesso di AI Washing, espressione che ricorda il “Green Washing” dell’epoca in cui il tema della sostenibilità, cioè l’ESG, era diventato un imperativo assoluto per chi cercava o investiva capitali sul mercato.
C’è anche da dire che in misura rilevante l’AI ha contribuito a mascherare, ma anche a compensare, una fase di difficoltà del mercato mondiale del venture capital, come sottolineato da Stefano Peroncini, ceo di Eureka! Ventures sgr: “Oggi per ogni dollaro investito in venture capital, 93 centesimi vanno sull’AI, ma teniamo presente che il quadriennio 2021-24 ha visto una riduzione complessiva del 60% degli investimenti in venture capital. Quindi c’è stata una correzione, che l’AI ha coperto”. E “non dimentichiamo”, ha puntualizzato Magrini, “che negli anni fino al 2022 gli investimenti sono stati drogati dai tassi a zero, e molti round venivano sottoscritti dagli hedge fund, non dai venture capital. Quindi la correzione è stata fisiologica”.

Oltre l’AI: deeptech, semiconduttori e hardware
“Inoltre il venture capital è molto di più dell’AI, per quanto strutturale e pervasivo possa essere il suo impatto”, ha aggiunto Peroncini. “Al tempo stesso una correzione del mercato lascia sempre dietro di sé delle opportunità e noi ne vediamo tante nel deep tech come nell’hardware e nei semiconduttori, le aree in cui investiamo e dove c’è un continuo apporto di innovazione da parte di università e centri di ricerca”.
Il più recente esempio dello stile di investimento di Eureka! è Fleep Technologies, startup nata in seno all’Istituto Italiano di Tecnologia e che sta innovando il modo di produrre i circuiti stampati sviluppando un metodo basato non sul silicio ma su polimeri a base carbonio biocompatibili e riciclabili (si veda qui articolo di BeBeez).
Lungi dal farsi travolgere dallo tsunami AI, o peggio cercare di entrare in una partita troppo grande per i venture capitalist italiani, questi ultimi continuano nello scouting di opportunità di crescita, non finalizzate ma semmai sostenute dall’AI. Per esempio, ha detto ancora Mafgrini, “ultimamente abbiamo investito in Exein, che sviluppa cybersecurity per i datacenter, in particolare per la protezione dei dati utilizzati dalle aziende nei processi produttivi e l’IoT, e in Cyberwave che ha utilizzato l’AI per consentire di istruire i robot industriali utilizzando il linguaggio naturale”.
E ha aggiunto Peroncini: “Ovvio che gli algoritmi stiano diventano componente imprescindibile dei processi in tutti i comparti, ma non occorre il nostro apporto perché i ceo delle nostre partecipate ne siano consapevoli. Lo sanno già e agiscono di conseguenza”.

Non rincorrere l’hype: la regola d’oro dei VC italiani
Sfruttare opportunità vuol dire anche puntare su territori meno “sfruttati” dagli investitori, come il Sud Italia. “A differenza di quanto accade nel private equity, dove Lombardia, Veneto ed Emilia dominano il mercato per via della maggiore industrializzazione, nel Meridione il numero di startup, molto legato alla presenza di centri accademici di eccellenza, non è distante rispetto al Nord, anzi nelle province di Napoli, Bari e Salerno siamo su livelli molto vicini. Questo ci consente di individuare ottime opportunità. Tra l’altro la Puglia sta mettendo a disposizione dei fondi di venture capital circa 100 milioni per l’investimento in startup della Regione, dietro l’impegno degli stessi di fondi di investire altrettanto, che fa una potenza di fuoco di 200 milioni quindi è una carta che la Regione si sta giocando con decisione”, ha sottolineato Giurazza di Vertis.
Ma questa è solo una delle tante tattiche utilizzate per cercare buone opportunità. “Noi non siamo guidati da criteri territoriali, investiamo in Italia come all’estero, in tutti i tre fondi su cui abbiamo lavorato finora, e sempre con una strategia generalista”, ha spiegato Donvito di P101. La stella polare è piuttosto è un’altra: “Mai seguire mode o hype. Il discorso AI è importante, ma in tal senso si lascia ai ceo delle partecipate di valutare se dagli algoritmi può venire un beneficio sostanziale per le loro aziende”.
“Oggi i fondi tendono a una maggiore specializzazione, ma non bisogna eccedere in questo”, ha detto ancora Peroncini di Eureka!. In effetti ragionare in termini di verticali, o filiere, può rivelarsi limitante. “Mi ricordo di tanti che hanno raccolto a man bassa sul tema dell’ESG e adesso investono in defensetech”, ha raccontato Magrini di United Ventures. “Se io anni fa mi fossi trovato a gestire un fondo sull’AI non avrei potuto investire in NVidia, che all’epoca produceva schede grafiche per videogiochi. La realtà è che non si sa mai a priori da dove viene il game changer”.











