I colossi USA del private equity Blackstone, Brookfield e KKR hanno siglato con Kuwait Petroleum Corporation (KPC) un accordo da 16 miliardi di dollari per investire nella rete di oleodotti del Paese, nell’ambito di una complessa operazione di lease and lease back, denominata Project Peregrine. Si tratta del più grande investimento diretto estero mai realizzato in Kuwait e della prima apertura del Paese a investitori istituzionali internazionali nel comparto delle infrastrutture midstream petrolifere (si veda qui il comunicato stampa).
Ricordiamo che il lease and leaseback è una variante del più noto sale and leaseback: anziché vendere l’asset, il proprietario ne mantiene la titolarità e cede agli investitori solo i diritti economici derivanti dal suo utilizzo per un periodo prefissato, continuando a gestirlo operativamente.
Nell’operazione, per la quale KPC è stata assistita da Centerview Partners, HSBC e JP Morgan in qualità di advisor finanziari, prevede che Kuwait Oil Company (KOC), controllata integralmente da KPC, costituisca una joint venture di diritto kuwaitiano nella quale manterrà il 51% del capitale, cedendo il restante 49% al consorzio formato dai tre grandi asset manager alternativi, che deterranno quote identiche. KOC conserverà comunque la piena proprietà degli asset e il controllo operativo della rete di oleodotti, mentre la joint venture acquisirà i diritti di utilizzo dell’infrastruttura per 20 anni e mezzo, riaffittandola contestualmente alla stessa KOC attraverso un meccanismo tariffario basato sui volumi trasportati.
L’infrastruttura oggetto dell’accordo comprende 13 oleodotti, per una lunghezza complessiva di circa 320 chilometri, che collegano i principali giacimenti petroliferi del Kuwait ai terminali di esportazione sul Golfo Persico. Il closing genererà per KPC 7,85 miliardi di dollari di liquidità immediata, risorse che saranno destinate al finanziamento del piano di investimenti del gruppo e, in particolare, all’obiettivo di aumentare la capacità produttiva del Paese fino a 4 milioni di barili di greggio al giorno entro il 2035, come previsto dalla strategia industriale KPC 2040.
Il processo competitivo che ha portato alla firma dell’accordo era stato avviato nei primi mesi dell’anno, prima dell’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran. Nonostante il deterioramento dello scenario geopolitico e gli attacchi che negli ultimi mesi hanno interessato infrastrutture strategiche nella regione, il consorzio ha confermato il proprio impegno.
Lo sceicco Shaikh Nawaf Saud Al-Sabah, vicepresidente e ceo di KPC, ha infatti dichiarato: “Il Progetto Peregrine rappresenta il più grande investimento estero diretto nella storia del Kuwait e una pietra miliare per lo sviluppo economico del nostro Paese. Esso concretizza l’impegno annunciato da Sua Altezza il Primo Ministro, lo sceicco Ahmad Abdullah Al-Ahmad Al-Sabah, al Kuwait Oil & Gas Show (KOGS) nel febbraio 2026, di attrarre investitori internazionali di livello mondiale nelle infrastrutture strategiche del Kuwait, preservando al contempo la piena proprietà e il controllo operativo nazionale. Siamo lieti di dare il benvenuto a Blackstone, Brookfield e KKR come partner a lungo termine in questa operazione storica. Il loro investimento riflette la fiducia nella resilienza del Kuwait, nella qualità degli asset di KPC e nella nostra visione a lungo termine per il settore energetico del Paese. Questa transazione invia un segnale forte: il Kuwait continua ad affermarsi come destinazione attraente per i capitali globali, anche in un contesto regionale difficile”.
Joe Bae e Scott Nuttall, co-ceo di KKR, hanno aggiunto: “Il Kuwait si è affermato come uno dei principali produttori di energia al mondo grazie a decenni di investimenti mirati e a una gestione prudente. Abbiamo sempre apprezzato molto la nostra partnership con lo Sceicco Nawaf e il suo team. Questo investimento riflette la nostra fiducia nel Kuwait e il nostro impegno a fornire capitali a lungo termine a supporto delle infrastrutture strategiche. Non vediamo l’ora di consolidare la nostra collaborazione e di individuare ulteriori opportunità di investimento al fianco del Kuwait nei prossimi anni.”
Bruce Flatt, ceo di Brookfield Corporation, ha continuato: “Il Kuwait è un partner di lunga data e di grande valore per Brookfield, e da sempre ammiriamo il modo in cui ha costruito un’industria energetica leader a livello globale. Siamo orgogliosi di supportare il Kuwait nel suo continuo sviluppo delle infrastrutture energetiche vitali e onorati di investire al fianco dei nostri partner a lungo termine”.
E Stephen Schwarzman, presidente, ceo e co-fondatore di Blackstone, ha concluso: “La leadership, la visione e le risorse del Kuwait lo hanno reso una destinazione attraente per i capitali internazionali, grazie alla sua forza nel settore energetico e agli straordinari sforzi compiuti per diversificare la propria economia. Siamo orgogliosi di sostenere questa infrastruttura fondamentale, contribuendo a soddisfare la crescente domanda globale di energia e consolidando al contempo la partnership di Blackstone con il Kuwait, che dura da quasi quarant’anni”.
L’operazione si inserisce in una tendenza ormai consolidata tra i grandi produttori di petrolio del Golfo, che negli ultimi anni hanno monetizzato parte delle proprie infrastrutture energetiche mantenendone il controllo industriale. Il modello è stato utilizzato nel 2021 da Saudi Aramco, che ad aprile ha ceduto il 49% di Aramco Oil Pipelines Company a un consorzio guidato da EIG Global Energy Partners, affiancato tra gli altri dal fondo sovrano di Abu Dhabi, Mubadala, e da altri investitori istituzionali internazionali, nell’ambito di un’operazione di lease and leaseback da 12,4 miliardi di dollari con durata di 25 anni (si veda qui il comunicato stampa di allora). Pochi mesi dopo, nel dicembre dello stesso anno, Aramco ha replicato lo schema sulla rete dei gasdotti, cedendo il 49% di Aramco Gas Pipelines Company a un consorzio guidato da BlackRock Real Assets e Hassana Investment Company, cui hanno partecipato anche Keppel Infrastructure Trust, Silk Road Fund e China Merchants Capital, in un’operazione da 15,5 miliardi di dollari con contratto ventennale. In entrambi i casi Aramco ha mantenuto il 51% delle società veicolo, oltre alla piena proprietà e gestione delle infrastrutture, impegnandosi a corrispondere una tariffa per l’utilizzo delle pipeline (si veda qui il comunicato stampa di allora).
Anche Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) ha seguito la stessa strada. Nel 2020 ha ceduto il 49% di ADNOC Gas Pipelines a un consorzio formato da Global Infrastructure Partners (GIP), Brookfield Asset Management, Singapore Sovereign Wealth Fund (GIC), Ontario Teachers’ Pension Plan, NH Investment & Securities e il gruppo italiano Snam, raccogliendo 10,1 miliardi di dollari in quella che all’epoca era stata la maggiore operazione infrastrutturale mai realizzata in Medio Oriente (si veda qui il comunicato stampa di allora).
Più recentemente anche Bapco Energies, il gruppo energetico del Bahrain, ha adottato questo modello. Nel settembre 2024 ha annunciato la cessione di una quota di minoranza della Saudi Bahrain Pipeline Company a BlackRock, nella prima operazione di monetizzazione di infrastrutture energetiche mai realizzata dal Regno del Bahrain. I termini economici dell’operazione non sono stati resi noti, ma la società ha precisato di aver mantenuto il controllo dell’infrastruttura, utilizzando il deal per valorizzare l’asset e reperire nuove risorse finanziarie per sostenere il proprio piano di sviluppo (si veda qui il comunicato stampa di allora).















