Il valore globale dei deal di buyout (esclusi gli add-on) nel 2025 si è avvicinato ai livelli record del 2021, in aumento di ben il 44% su base annua, raggiungendo 904 miliardi di dollari, sostenuto da mega-deal negli Stati Uniti, sopra i 10 miliardi di dollari. Anche le exit sostenute da fondi di buyout non sono state da meno, con operazioni che hanno raggiunto i 717 miliardi di dollari, in crescita del 47%. Lo stesso trend si è evidenziato in Europa, dove
il valore complessivo dei buyout è cresciuto di circa il 10% a 235 miliardi di dollari, vicino ai picchi del 2021-2022. E anche il valore delle exit è aumentato in modo significativo: +65% rispetto al 2024, fino a circa 240 miliardi di dollari. Emerge dall’ultima edizione del Global Private Equity Report pubblicata dalla società di consulenza globale Bain & Company (si vedano qui il comunicato stampa e qui l’intero report), che però sottolinea che questi dati che sembrano molto positivi, nascondono una realtà molto più complessa per il settore, che era peraltro già stata ben delineata nei numeri del Global Private Equity 2024 di Bain & Co (si veda altro articolo di BeBeez).
La forte crescita nei valori di deal e delle exit è stata trainata infatti anche e soprattutto dal fatto che i General Partner dei fondi di buyout sono sotto pressione per chiudere quante più operazioni possibile e impiegare così l’enorme dry powder a disposizione che a fine anno è rimasta a quota 1.300 miliardi di dollari, lo stesso livello di fine 2023 e di fine 2024, che per una buona fetta rappresenta raccolte molto vecchie.
A sua volta la dry powder non diminuisce perché i disinvestimenti sono diventati più complessi e lunghi, con tempi di permanenza delle target in portafoglio che si sono allungati in media a 7 anni dai 5-6 anni del periodo 2010-2021. Così ora a livello globale si contano circa 32 mila società in portafoglio, per un valore stimato di 3.800 miliardi di dollari. E, secondo l’analisi, proprio le distribuzioni ridotte agli LPs rappresentano la principale causa delle difficoltà e della lentezza che molte società di private equity stanno incontrando nella raccolta.
Il fundraising resta infatti una delle principali criticità per il settore. Nel 2025, la raccolta complessiva di private capital ha raggiunto i 1.300 miliardi di dollari, secondo Preqin; tuttavia, quella dei fondi buyout è diminuita del 16%, a causa sia del minor numero di fondi chiusi sia della quasi scomparsa di nuovi veicoli con dimensioni pari o superiori a 5 miliardi di dollari.
Alla base di questa debolezza, sottolineano gli analisti di Bain & Co, vi sono appunto distribuzioni ancora insufficienti: secondo i calcoli di MSCI, i flussi di cassa restituiti agli investitori restano inferiori alle attese e comprimono la capacità dei LPs di assumere nuovi impegni. Le distribuzioni agli LPs in percentuale del NAV sono rimaste sotto il 15% per quattro anni consecutivi , un minimo storico per l’industria, rallentando la ripresa e rendendo più complessa la raccolta di nuovi fondi.
In questo contesto, anche la creazione di valore è diventata strutturalmente più complessa rispetto a qualsiasi fase precedente di questa industria. Se nel 2010, in uno scenario di prezzi d’ingresso più contenuti, ampia disponibilità di leva finanziaria ed espansione dei multipli in fase di exit, un investimento tipico di private equity richiedeva una crescita annua dell’ebitda di circa il 5% per generare un MOIC di 2,5 volte in cinque anni (sufficiente a conseguire un IRR intorno al 20%), nel 2025 la soglia minima di crescita necessaria per ottenere ritorni soddisfacenti è più che raddoppiata (12%).
Sergio Iardella, senior partner e responsabile italiano Private Equity di Bain & Company, ha commentato: “L’età dell’abbondanza è finita. I tassi sono più elevati, l’espansione dei multipli è più contenuta o assente e la competizione per gli asset di qualità è aumentata. La maggior parte dei fondi dovrà rafforzare in modo sostanziale la propria capacità di creazione di valore, anche perché gli LPs stanno concentrando sempre più le risorse sulle piattaforme più grandi e sugli operatori in grado di generare alpha nel primo quartile con formule ripetibili. Avrà successo chi saprà costruire un vantaggio competitivo, identificando in modo chiaro gli elementi distintivi del fondo e selezionando in maniera coerente e differenziante i propri deal”.
Per quanto riguarda l’Italia, il private equity ha registrato un’accelerazione significativa, con un aumento del 25% nel numero di deal rispetto al 2024, anche se la crescita è stata guidata da operazioni di lower mid-market (con un ebitda inferiore ai 10 milioni di euro), mentre sulle operazioni di maggiore dimensione c’è stata una contrazione. Tutte evidenze emerse anche dal Report Private Equity 2025 di BeBeez pubblicato lo scorso gennaio (disponibile agli abbonati a BeBeez News Premium e BeBeeez Private Data).
In termini settoriali continuano alcuni trend già evidenti negli ultimi anni: il mondo Tech (Software e IT Services) ed Healthcare rimangono in forte aumento, crescono significativamente anche Energy e Natural Resources, Business e Financial Services, Infrastructure (il peso a numerica di questi tre settori sul totale è circa triplicato dai livelli 2022 e 2023), il settore più rilevante rimane l’industriale, mentre nel 2025 hanno sofferto i settori consumer (Food & Beverage, Retail e Fashion & Luxury).
“Nel complesso, rileviamo uno spostamento verso settori favoriti da chiari macro-trend di lungo periodo e da una forte componente di trasformazione industriale. La digitalizzazione resta una priorità, con un interesse crescente per modelli asset light e ad alto potenziale di sviluppo. Parallelamente, anche la transizione ecologica continua a rappresentare un driver chiave, sostenendo investimenti in infrastrutture ed efficienza energetica”, ha detto ancora Iardella.
Sul fronte delle exit, dopo il rallentamento del 2023, il biennio 2024-2025 ha segnato un’inversione di tendenza, con una ripresa trainata in particolare dalle operazioni sponsor-to-sponsor. Attualmente circa 1.100 aziende italiane sono detenute in portafoglio da fondi di private equity. Le aziende italiane supportate da capitale privato confermano comunque performance industriali complessivamente positive, con crescita media dell’ebitda del 16% CAGR in valore assoluto negli ultimi 5 anni, a dimostrazione del rinnovato ruolo centrale nello sviluppo della media impresa italiana sui mercati globali.
“Stiamo assistendo a una fase di trasformazione dell’industria, con, nel breve periodo, una ripresa selettiva e tematica. Tuttavia, anche nel nostro Paese, così come negli altri mercati sviluppati, per rimanere tra i fondi vincenti è necessario differenziarsi, specializzarsi ed investire significativamente sulla capacità di trasformazione delle aziende. In questo scenario, la creazione di valore dovrà essere intenzionale, strutturata, pianificata fin dalla fase di due diligence e guidata da trasformazioni operative profonde, dall’innovazione e da un utilizzo avanzato dei dati e dell’intelligenza artificiale”, ha concluso Iardella.

















