Articolo pubblicato su BeBeez Magazine n. 37 del 10 dicembre 2025
di Stefania Peveraro
Grandi novità in arrivo per il 2026 da parte di Clessidra Capital Credit sgr, che si appresta a lanciare due nuovi fondi: uno dedicato ai crediti performing e l’altro alle special situation. Lo ha anticipato il ceo Mario Fera nel corso del suo intervento alla tavola rotonda organizzata da BeBeez lo scorso 27 novembre, nell’ambito dell’evento The State of Private Markets 2025.
Il primo veicolo seguirà le orme del Clessidra Private Debt Fund, che nel 2022 ha chiuso la raccolta con circa 180 milioni di euro di impegni. Si è trattato della prima iniziativa di Clessidra dedicata al credito privato in bonis, pensata per soddisfare le esigenze finanziarie di pmi e mid-cap italiane e dei loro azionisti, sostenendo progetti di crescita con una gamma di strumenti flessibili e su misura (si veda altro articolo di BeBeez).
Il secondo nuovo fondo conferma invece l’impegno della sgr sulle special situation, dopo il lancio nel 2019 del Clessidra Restructuring Fund, dedicato agli investimenti in UTP corporate, che allora aveva acquisito da oltre dieci banche un portafoglio di crediti verso 14 aziende in temporanea tensione finanziaria, con l’obiettivo di rilanciarle (si veda altro articolo di BeBeez). Oggi quel fondo gestisce circa 200 milioni di euro di asset distribuiti su sette aziende.
Più di recente, nel 2024, la sgr ha poi lanciato il Clessidra Credit Recovery Fund, fondo ad apporto che investe in crediti non performing e distressed asset sul mercato primario e secondario, con un valore lordo complessivo di oltre un miliardo di euro. BeBeez Magazine ha approfondito tutti questi temi con Fera, intervistato anche da BeBeez TV.

Domanda. Che bilancio ci può fare del primo fondo di private debt? Quanto è investito? Quali sono le performance?
Risposta. Con la strategia sul credito performing, Clessidra Private Debt, ci posizioniamo tra debito senior ed equity, offrendo soluzioni su misura che coniughino protezione del capitale e potenziale di crescita. Investiamo principalmente in pmi e mid-cap italiane con ricavi tra i 30 e i 500 milioni di euro, spesso in operazioni sponsorless, quindi direttamente al fianco degli imprenditori. A oggi il fondo ha interamente investito il capitale raccolto, ha fatto14 investimenti e ha già completato tre disinvestimenti. I risultati sono solidi: parliamo di un IRR lordo del 14% e di un MOIC di 1,6 volte. Ma più dei numeri, credo conti il modello che ci ha portati fin qui: prossimità al mercato, disciplina creditizia e una reale integrazione dei criteri ESG in tutte le fasi del processo di investimento. È un modello che ci ha permesso di costruire fiducia, soprattutto in un segmento come quello sponsorless, dove la relazione con l’imprenditore è centrale.
D. Come avete costruito il portafoglio?
R.Abbiamo privilegiato imprese guidate da imprenditori o manager di prima generazione, che spesso affrontano per la prima volta un’interlocuzione con investitori istituzionali. Non ci sono sponsor finanziari alle spalle: ci siamo rivolti a realtà ancora non supportate dal private equity. Questo ci ha permesso di intervenire in progetti dove possiamo fare la differenza, anche sul piano industriale. Abbiamo investito in piattaforme di consolidamento in settori come il dolciario (per esempio Candy Factory), la meccatronica, la sanità (poliambulatori) e la manutenzione delle reti energetiche. Sono progetti ambiziosi, nei quali abbiamo assunto anche un significativo rischio di execution.
D. Avete già completato due disinvestimenti. Qual è stata l’esperienza?
R.I tre disinvestimenti ci hanno permesso di dimostrare che il nostro approccio è efficace anche in termini di ritorni. In un mercato dove l’exit è spesso una sfida, poter mostrare risultati concreti è un asset importante. E questo vale anche ai fini della raccolta dei nuovi fondi.
D. Ci parla del nuovo fondo di private debt in arrivo?
R.Clessidra Private Debt II ha un target di raccolta di 225 milioni di euro e un hard cap di 300 milioni. È un fondo in sostanziale continuità con il primo: stesso team di gestione, strumenti analoghi, stessa filosofia di investimento. Con due differenze importanti: la prima è che potrà investire anche fuori dall’Italia, aprendo nuove opportunità in Europa. La seconda è che sarà un fondo Articolo 9 secondo la normativa SFDR, quindi con una strategia pienamente incentrata sulla sostenibilità. Investiremo in imprese che accelerano la transizione green e digitale del Paese. È una scelta coerente con i nostri valori e con l’evoluzione della domanda degli investitori.
D. Sul fronte delle situazioni aziendali più complesse, invece, che tipo di fondo state preparando?
R.Il nostro approccio è quello di muoverci lungo tutta la struttura del capitale. Il nuovo fondo, battezzato Clessidra Capital Solutions, avrà un target di raccolta di 150 milioni di euro e un hard cap di 200 milioni ed è dedicato alle pmi che attraversano fasi complesse dal punto di vista finanziario, ma che presentano fondamentali industriali solidi. Si tratta di un fondo interamente focalizzato sul capitale flessibile: una struttura ibrida, a cavallo tra debito ed equity, che consente di intervenire con rapidità su imprese in fase di transizione o in momentaneo stress finanziario, ma con basi industriali sane. Non è una strategia nuova per noi, ma con il nuovo fondo Clessidra Capital Solutions vogliamo dedicarle una piattaforma completamente focalizzata.
D. Perché puntate così tanto sul flexible capital?
R.Il capitale flessibile è oggi una delle esigenze più sentite dalle pmi italiane. Parliamo di aziende che non hanno bisogno solo di debito o solo di equity, ma di soluzioni su misura per affrontare passaggi critici: rilanci, transizioni generazionali, complessità temporanee. In questi contesti, la rapidità di esecuzione e la capacità di adattare le strutture fanno la differenza. L’obiettivo è ampliare l’offerta, affiancando alle operazioni tradizionali su aziende in crescita interventi in contesti complessi, dove servono soluzioni “tailor made”. È un mercato ancora poco servito, ma con un potenziale enorme.
D. In quali settori vedete maggiore domanda?
R.Il flexible capital è trasversale, ma abbiamo visto particolare richiesta in comparti come l’automotive, che è stato penalizzato da trasformazioni tecnologiche e pressioni regolatorie. Noi siamo intervenuti nella filiera con approcci costruttivi, assumendoci anche rischi importanti. Lo stesso vale per settori più resilienti, ma dove è necessario investire per crescere. In sintesi: ci muoviamo dove c’è complessità, ma anche una chiara visione industriale.
D. Come vede il futuro del private debt italiano?
R.È un mercato in evoluzione. Sta emergendo con forza il bisogno di soluzioni ibride, integrate, pensate sulle esigenze reali delle aziende. Allo stesso tempo, gli investitori chiedono disciplina, ESG e ritorni dimostrabili. Noi ci muoviamo esattamente su questo asse: sostenibilità, prossimità industriale, e capacità di portare risultati. E i nuovi fondi andranno esattamente in questa direzione.













