
Articolo pubblicato su BeBeez Magazine n. 37 del 10 dicembre 2025
di Stefania Peveraro
Uno studio che sembra una galleria d’arte contemporanea. È in questo scenario, tra opere firmate da artisti internazionali, che BeBeez ha incontrato Roberto Spada, managing partner di Spada Partners, a ridosso dell’evento The State of Private Markets 2025 di BeBeez, per fare il punto sull’andamento del private equity e delle special situation in Italia. Dall’inizio del 2025, lo studio ha lavorato a numerose operazioni di aggregazione tra partecipate e passaggi generazionali, dove la componente relazionale e la fiducia restano centrali.
Ma Spada guarda anche all’evoluzione del settore: i fondi cominciano a interessarsi agli studi professionali come target di investimento, aprendo una nuova stagione per il mondo legale e fiscale. E nel segmento crisi d’impresa, la composizione negoziata si afferma come strumento utile, ma da applicare con alta competenza tecnica e visione strategica. Sullo sfondo, l’arte, passione personale e asset strategico, entra sempre più spesso nelle logiche di wealth advisory per le grandi famiglie imprenditoriali.

Domanda. Iniziamo dall’ambiente in cui ci troviamo: questo studio sembra un museo. Ci racconta qualcosa dell’opera che abbiamo alle spalle?
Risposta. Sì, lo studio riflette molto la mia passione per l’arte contemporanea. L’opera alle nostre spalle è di Ibrahim Mahama, artista ghanese noto per i suoi interventi pubblici monumentali. È fatto con sacchi di caffè cuciti a mano, un riferimento al lavoro e alla schiavitù nel suo Paese. Mahama è anche quello che impacchettò i bastioni di Porta Venezia a Milano, ed è stato protagonista alla Biennale di Venezia. Per me l’arte non è solo passione, è anche dialogo culturale e patrimonio di valore. Non a caso, assistiamo anche famiglie e imprenditori nei loro investimenti in arte, come parte della pianificazione patrimoniale.
Domanda. Sul fronte dell’m&a e private equity che tipo di attività avete seguito nel 2025 e che clima avete percepito?
Risposta. Abbiamo lavorato molto, in particolare su operazioni di add-on. Il private equity continua a generare valore integrando società già in portafoglio, creando piattaforme industriali sempre più solide. Le operazioni non sono mancate, anzi. Il mercato ha tenuto, nonostante il contesto geopolitico ed economico difficile. I capitali ci sono, la volontà di fare deal pure. Quello che cambia è che agli advisor viene chiesto di fare di più: essere creativi, trovare strutture su misura, costruire fiducia tra le parti.
D. C’è una strategia o qualche clausola particolare che hai proposto di adottare che hanno facilitato di più il deal making quest’anno ?
R. Ogni operazione ha la sua complessità. Ma in Italia c’è un elemento che non si può mai trascurare: la dimensione familiare delle aziende target. Tantissimi deal sono passaggi generazionali, dove bisogna costruire un dialogo con la famiglia imprenditrice. Anche quando assistiamo l’acquirente, è fondamentale capire chi sta vendendo. Questo vuol dire ascoltare, capire i timori, e talvolta proporre soluzioni creative che non sono solo finanziarie, ma anche relazionali. Il fattore umano è centrale. È questo che spesso fa la differenza tra una trattativa che si chiude e una che si arena.
D. Recentemente si è parlato di interesse da parte dei fondi di private equity anche verso gli studi professionali (si veda qui l’inchiesta di copertina di BeBeez Magazine n. 34 dello scorso luglio). Cosa ne pensa?
R. È un tema molto interessante. Passare da advisor a target non è scontato, ma è un’evoluzione possibile. In Italia siamo ancora agli inizi, ma all’estero è già una realtà. I fondi guardano agli studi come piattaforme scalabili, capaci di generare flussi ricorrenti, con potenziale di managerializzazione. Questo potrebbe innescare un cambio di paradigma per tanti professionisti: spingere verso strutture più organizzate, più efficienti, più attrattive per i talenti. Per alcuni sarà una sfida, per altri un’opportunità.
D. Il vostro studio è anche molto attivo nell’ambito delle crisi d’impresa. Come si sta sviluppando questo mercato?
R. È in piena evoluzione. La composizione negoziata della crisi, introdotta solo di recente, sta diventando uno strumento sempre più utilizzato. Noi seguiamo le imprese sia in fase di advisory, aiutandole a costruire piani credibili, sia nel ruolo di asseveratori, dove è richiesta una visione tecnica molto solida. È un campo dove serve un mix di competenze: concorsuali, finanziarie e industriali. Bisogna saper leggere i piani, capire come strutturarli sul debito, costruire una manovra sostenibile. È un lavoro molto tecnico ma anche molto strategico, e oggi c’è tantissimo movimento.
D. Quindi servono advisor che sanno muoversi tra più mondi: ristrutturazione, m&a, e finanza.
R. Esattamente. Le crisi non sono più solo “fallimenti”. Sono transizioni da gestire. Spesso servono operazioni straordinarie, nuovi investitori, ridefinizione del modello di business. Per questo noi integriamo il team legale, fiscale e finanziario in modo coordinato. È lì che si gioca la possibilità di successo di un piano.














