
Articolo pubblicato su BeBeez Magazine n. 37 del 10 dicembre 2025, parte dell’inchiesta di copertina The State of Private Markets 2025
di Stefania Peveraro
Il mercato italiano del private equity si sta adattando con rapidità a un contesto più competitivo e disomogeneo, in cui il fundraising si espande a nuovi segmenti di investitori e in cui la value creation passa sempre più da modelli industriali e settoriali mirati. È quanto è emerso dalla tavola rotonda sul private equity che si è tenuta nell’ambito dell’evento The State of Private Markets 2005 organizzato da BeBeez lo scorso 27 novembre a Milano (si veda qui il video). A confronto Marco Belletti, (ceo di Azimut Libera Impresa sgr), Antonio Da Ros (co-fondatore e ceo di Quantico), Andrea Ottaviano (ceo di Clessidra Private Equity sgr) e Roberto Spada (managing partner di Spada Partners).
Al centro del dibattito, le sfide della raccolta in un mercato che si allarga al retail, le nuove configurazioni dei veicoli di investimento, l’attenzione crescente alla specializzazione settoriale, il ruolo delle banche nei club deal e l’impatto della normativa fiscale in evoluzione. Tutti temi che riflettono una trasformazione in atto nel mercato italiano dei capitali privati, sempre più orientato alla diversificazione, all’inclusione di nuovi capitali e alla capacità di rispondere in modo sartoriale alle esigenze delle imprese target.

Azimut punta sulla democratizzazione: retail sempre più centrale
“Abbiamo superato i 180 milioni di euro con il nuovo veicolo ElTIF retail partito ad aprile, raggiungendo il target iniziale in pochi mesi e decidendo di lasciare il fondo aperto”, ha dichiarato Marco Belletti, ceo di Azimut Libera Impresa sgr.
Il nuovo programma Demos 2, , replica la strategia del primo fondo Demos 1, ma amplia la platea di investitori. Ricordiamo che Azimut Eltif – Private Equity Demos 2.0, istituito da Azimut Investments sa e gestito in delega da Azimut Libera Impresa sgr, è parte del più ampio programma d’investimento Demos 2 con il quale il gruppo punta a una raccolta complessiva di 360 milioni di euro articolata in un FIA riservato e appunto in un ElTIF retail. Quest’ultimo aveva raggiunto i 120 milioni di euro al primo closing della raccolta a fine luglio (si veda altro articolo di BeBeez).
Ma la novità non è solo questa. E’ stato infatti introdotto anche un comitato strategico composto da sette imprenditori e manager di settore. “I nostri sette samurai contribuiranno all’origination e all’asseverazione dei deal, con possibilità di entrare nei cda delle partecipate” ha aggiunto Belletti, precisando: “Investiranno anche loro, garantendo l’allineamento degli interessi”.
Demos 1 era stato uno dei primi fondi ElTIF in Italia, lanciato nel 2019 con una soglia d’ingresso di appena 5 mila euro e una base di oltre 12 mila sottoscrittori. Con Demos 2, Azimut prosegue nel solco della democratizzazione del private equity, tanto che il ticket minino di investimento è stato ridotto a mille euro.
“Nel 2019 ci chiamavano eretici per voler offrire private asset alla ‘signora Maria’, oggi è la direzione in cui vanno tutti, da Blackstone in giù”, ha ricordato ancora Belletti, aggiungendo che l’allocazione verso i private asset è destinata a crescere, anche nei portafogli retail, grazie all’evoluzione dei modelli ElTIF e feeder. “Azimut già nel 2020 ha siglato un accordo con Blackstone per dare accesso ai propri clienti a strategie globali, è stato tra i primi in Italia a intercettare questa tendenza”. Certo, la democratizzazione porta con sé nuove sfide regolamentari. “Il dialogo con le autorità per definire il target market è stato complesso, ma oggi la direzione è chiara: offrire soluzioni liquide, diversificate, ma solide nella gestione”, ha detto ancora Belletti.
Il gruppo Azimut, ha ricordato ancora Belletti, ha “rraccolto quasi 10 miliardi da allocare in sui private asset. Siamo ancora lontani dai livelli statunitensi, ma ben sopra la media italiana, che si aggira appena sopra il 2% dell’asset allocation”. E ha proseguito: “Oggi gestiamo 25 fondi retail, di cui 23 ElTIF, oltre a FIA e club deal per professionali e istituzionali. L’obiettivo è offrire soluzioni su misura che combinano accessibilità e qualità gestionale”, prodotti diversi adatti anche a tipologie di target di investimento diverse: “Oggi serviamo le imprese con un ventaglio di prodotti capace di adattarsi ai loro momenti di vita: dal debito alla minoranza, dal buyout al growth.”

Quanti>ICO: il club deal come investimento attivo e relazionale
E, a proposito di club deal, Antonio Da Ros ha aggiornato i presenti sugli sviluppi del fundraising di Quant>ICO Investment Club Opportunities srl, la piattaforma di investimento in club deal fondata dallo stesso Da Ros (ceo), già head of Mid Corporate & Sponsor Solutions Italy di Mediobanca, dal presidente Paolo Langè, amministratore delegato e direttore generale di Cordusio sim, e da Angelo Busani, fondatore dello studio Notarile Busani e teaching fellow dell’Università Bocconi (si veda altro articolo di BeBeez) e che negli ultimi mesi sta costruendo un team di professionisti provenienti da noti operatori di private equity italiani e internazionali (si veda altro articolo di BeBeez).
“La nostra piattaforma è pensata per 100-150 imprenditori e family office con ticket a partire da 3 milioni, selezionati tramite Unicredit“, ha spiegato Antonio Da Ros, co-fondatore di Quantico. Il modello è quello di un club deal evoluto: “Pochi investitori molto attivi, che vogliono contribuire direttamente nella selezione e nella gestione delle aziende in portafoglio”.
L’obiettivo dichiarato è superare almeno i 500 milioni di euro in raccolta, lavorando su operazioni mid-market simili a quelle del private equity tradizionale, ma con un coinvolgimento diretto degli investitori. “Ci interessa attrarre imprenditori che vogliono non solo rendimenti, ma anche mettere a disposizione la loro esperienza industriale. È una forma di investimento molto personale, dove conta l’interazione diretta con il team”, ha detto ancora il manager, che ha sottolineato anche che particolarmente importante è il canale di deal sourcing derivante dall’alleanza con Unicredit: “Stiamo lavorando con le divisioni corporate della banca per identificare target under-radar, spesso imprese da 10-20 milioni di fatturato che non intercettano i fondi più grandi. Questo ci dà accesso a pipeline esclusive.”
Da Ros ha poi evidenziato il focus su operazioni di build-up e su investimenti di minoranza. “Siamo interessati a situazioni dove possiamo accompagnare l’imprenditore in un percorso di crescita, senza prendere il controllo. E grazie alla nostra flessibilità, possiamo essere competitivi anche in contesti meno standardizzati”. E ha concluso: “Molte delle opportunità che stiamo guardando derivano da relazioni coltivate negli anni, spesso parcheggiate e oggi riattivate. In alcuni casi il nostro modello più snello e diretto aiuta a superare le barriere culturali che spesso ostacolano i fondi tradizionali”:

Clessidra, successo per il fondo Harvest e un nuovo flagship in arrivo
Va invece avanti sulla strada del private equity tradizionale, che si rivolge a investitori istituzionali è invece Clessidra Private Equity sgr, forte del suo track record sui primi fondi flagship, sta chiudendo con successo la raccolta del suo primo fondo tematico dedicato all’agrifood e si prepara alla raccolta del quinto fondo flagship.
Su quest’ultimo fronte, ha anticipato il ceo Andrea Ottaviano in occasione del suo intervento alla tavola rotonda di BeBeez, l’sgr si prepara a lanciare il nuovo fondo nella prima metà del 2026: Sarà un veicolo flagship di dimensioni comprese tra i 600 e gli 800 milioni di euro, in linea con il posizionamento consolidato della sgr nel mid-market italiano. Il fondo manterrà il focus su operazioni di buyout in aziende familiari o a controllo imprenditoriale, con particolare attenzione a comparti ad alta frammentazione e potenziale di aggregazione”.
E ha aggiunto Ottaviano: “Resteremo fedeli al nostro modello: approccio professionale, governance strutturata e dialogo costante con investitori istituzionali come fondi pensione e assicurazioni”. E ha spiegato che, a differenza delle famiglie imprenditoriali a cui si rivolge Quantico, questo tipo di investitore chiede “solidità nel processo e performance, più che ingaggio diretto”.
Quanto al tipo di target, il nuovo veicolo di Clessidra punterà anche a valorizzare le sinergie industriali e operative tra le partecipate, con un’ottica di costruzione di piattaforme di crescita sostenibile nel tempo”. Un approccio che è anche quello che guiderà il nuovo fondo Clessidra Capital Partners Green Harvest, lanciato a luglio 2025 e dedicato alle pmi italiane dell’agrifood (si veda altro articolo di BeBeez)
Clessidra ha scelto l’agrifood come primo verticale tematico in ambito small cap perché si tratta di un settore strategico per l’economia italiana, ad alta frammentazione e con margini significativi di consolidamento. Ha spiegato Ottaviano: “Nel food ci sono moltissime eccellenze imprenditoriali che faticano a scalare per limiti dimensionali, ma che, se aggregate, possono diventare campioni di filiera”. Il fondo ha quindi l’obiettivo di costruire piattaforme industriali integrate lungo la catena del valore, estendendo il perimetro anche a settori complementari come packaging, ingredienti, impiantistica e distribuzione specializzata”. E ha aggiunto: “Raggiungeremo il nostro target di 150 milioni di euro di raccolta in questi giorni, e poi lasceremo aperto ancora la raccolta per qualche altro mese. L’obiettivo massimo è di 200 milioni”
“L’agrifood è un vertical allargato: dalle aziende alimentari si dirama su ingredienti, macchinari, logistica. Specializzarsi in un ecosistema settoriale consente di costruire piattaforme industriali di aggregazione con forti potenzialità di crescita.”
La scelta deriva dall’analisi della struttura del mercato, caratterizzato da una forte frammentazione e da crescenti esigenze di scala. “Abbiamo visto opportunità significative in aziende che, pur avendo prodotti con potenziale internazionale, sono limitate dalla dimensione. L’aggregazione diventa un driver chiave”.
E il successo del modello verticale allargato potrebbe essere replicato in altri comparti: Ottaviano ha anticipato che Clessidra sta valutando infatti ulteriori fondi tematici in settori dove intravede analoghe logiche di ecosistema e potenzialità di crescita attraverso operazioni di buy & build.

Passaggi generazionali e fiscalità: lo sguardo tecnico di Spada
Quanto al tipo di operazioni di private equity più comuni in questi mesi, Roberto Spada, dal suo punto di osservazione di studio professionale che affianca imprenditori e fondi in operazioni di m&a, fornendo consulenza fiscale, ha evidenziato l’incremento di operazioni legate al passaggio generazionale. “Tanti imprenditori over 80 si trovano a dover decidere se vendere perché i figli non sono in grado di proseguire”, ha detto. “È un fenomeno anagrafico, ma con implicazioni profonde sul tessuto industriale italiano.”
Spada ha sottolineato come molte delle richieste che arrivano allo studio riguardino la pianificazione e la ristrutturazione dei patrimoni. “Si lavora su patti di famiglia, scissioni immobiliari, carve-out. L’obiettivo è spesso quello di separare l’attività operativa dagli asset immobiliari per renderla più appetibile ai fondi”. E ha continuato: “Chi ci chiede assistenza non cerca solo una vendita, ma soluzioni sostenibili per il lungo termine, anche in ottica successoria. La componente tecnica oggi è decisiva: ogni errore nella strutturazione fiscale si riflette sull’exit, spesso con impatti moltiplicati. Occorre maneggiare con cura la fiscalità: ogni errore si paga caro, soprattutto in sede di vendor due diligence, dove anche una svista può ridurre drasticamente il multiplo”.
E proprio quest’ultimo punto è ora più che mai un aspetto che sta catalizzando l’attenzione di imprenditori e di investitori. Ci sono infatti parecchie norme in via di modifica con impatti più o meno importanti sul valore dei deal. Spada ha ricordato in primo luogo la proposta contenuta nel Disegno di Legge di Bilancio 2026 di ridurre dal 10% al 5% la soglia di esenzione fiscale sui dividendi distribuiti ai soci nei veicoli societari di investimento (si vedano questi due commenti pubblicati su BeBeez il 12 novembre e il 14 novembre, ndr). Questa modifica della normativa, se confermata, secondo Spada “penalizzerebbe le strutture di club deal con quote diffuse, riducendo drasticamente l’efficienza fiscale per i piccoli investitori”. C’è poi il tema della rivalutazione delle quote: “Il regime agevolato per la rivalutazione delle partecipazioni, reso strutturale solo recentemente, potrebbe subire un aumento dell’aliquota dal 18% al 21%. Una misura che avvicina il beneficio al prelievo ordinario del 26%, indebolendo l’appeal fiscale”.
Altro tema è quello dell indennizzo per scissioni immobiliari: il regime semplificato introdotto negli ultimi anni ha facilitato il distacco degli asset immobiliari dalle società operative. “È una leva molto usata nelle operazioni mid-market, dove gli imprenditori preferiscono tenere l’immobile”, quindi bene che questa norma sia stata introdotta. Così come, ha detto ancora Spada, bene che sia stata introdotta la norma sul carried interest, che ha inquadrato fiscalmente il carried come reddito di capitale anziché di lavoro, che è stata fondamentale per la stabilità contrattuale dei team di gestione. “Ha eliminato anni di incertezza e interpretazioni controverse”, ha detto Spada. E poi bene anche il regime PEX (partecipation exemption), che ha “rivoluzionato l’attrattività del nostro Paese, ponendolo finalmente in linea con i principali ordinamenti europei. Fino a inizio anni 2000, tutto veniva strutturato da Lussemburgo: oggi non è più così”. Infine molto positive sono state le norme sulla residenza fiscale agevolata per nuovi residenti ad alto patrimonio: “Ogni settimana assistiamo investitori da tutto il mondo che valutano di spostarsi in Italia. È una misura che ha portato capitali reali e opportunità professionali”.















