
La scultura del Novecento non è molto frequentata nelle scelte espositive museali e ancora meno nelle Gallerie private, soprattutto quando si tratta di opere in bronzo. Una ragione di più per plaudere all’iniziativa di Fabrizio Russo, titolare della romana Galleria Russo tra via del Babuino e via Margutta, luogo simbolo della storia artistica della Capitale nel secolo breve, che ha realizzato una mostra importante la cui gestazione risale a un anno fa. Forma e materia, la grande scultura italiana del Novecento (Catalogo pubblicato da Gangemi Editore) è visitabile fino al 30 marzo.
Una trentina di opere dal 1907 all’inizio degli Anni Settanta con un’incursione negli Anni Novanta del secolo scorso. Scelta ampia, di grande selezione qualitativa e di cura, in particolare per la provenienza delle opere, che disegna la storia, il valore e anche la stima di mercato di quanto esposto con un’attenzione specifica al riconoscimento del pezzo unico rispetto al multiplo.
La nostra passeggiata comincia con due opere di Medardo Rosso della Collezione privata Ada Balzarotti di Milano, notificata dal Ministero dei Beni Culturali; dello stesso autore un’opera proveniente dalla Collezione di Margherita Sarfatti la cui genesi è una storia curiosa perché l’artista fu incaricato da una ricca famiglia di realizzare il ritratto del figlio, solo che finì per trasferirsi a casa loro in cerca del momento giusto, dell’ispirazione, che arrivò durante una festa quando il piccolo fece capolino da una porta. Nacque così Ecce puer, soggetto che ricorre almeno otto volte nella produzione di Medardo Rosso, per altro non particolarmente ampia.
Altra opera, della Collezione Sarfatti, di Medardo Rosso è la Femme à la violette, un bronzo realizzato nel 1929 che secondo la critica e storica dell’arte Paola Mola, che ha lavorato in modo sistematico su Adolfo Wildt e ha curato la mostra di Medardo Rosso, del quale è una dei massimi esperti, del 1979 alla Permanente di Milano, sembra realizzato dal figlio Francesco che ne fece due copie, di cui una donata alla Sarfatti.
Dal Fondo Duilio Cambellotti, Corazza, gesso e fusione in bronzo coevo, soggetto particolare perché non ritrae un soldato che alla fine del combattimento si scioglie la corazza appunto.
Strepitoso La Pisana di Arturo Martini, scultore che segna il passaggio all’arte del Regime a quella Moderna e libera, proveniente dal fondo dell’allora Ministro Giuseppe Bottai, personaggio che si è macchiato della sottoscrizione delle leggi razziali del 1938 ma al quale si deve la sopravvivenza dell’arte nel Ventennio. Opera di grande raffinatezza il cui gesso è esposto nelle Gallerie d’Italia a Milano. Dello stesso autore un’originale formella a stampo e un prototipo, Testa di leone, prova base a stampa invetriata per delle panchine del giardino della famiglia Ottolenghi.

Di Giorgio De Chirico un soggetto classico nella sua produzione, Grande Metafisico, di fine fattura.
Anche per lo scultore pistoiese Marino Marini, la scelta è preziosa, un Cavallo, proveniente dalla Collezione Emilio Jesi di Milano pensato per essere ancorato al muro – in galleria montato su due piedistalli – quasi volasse, dotato di eleganza e leggerezza non così consueta per l’artista toscano.
Imperdibile il bronzo di Adolfo Wildt, un disco a doppia faccia, esposto di fronte a uno specchio con Humanitas su un lato e Cave Canem sull’altro, la cui raffinatezza squisita, dove il tratto del liberty con la sua finezza decorativa incontra l’anima espressionista declinata nella dolcezza della malinconia, è raccontata bene in due disegni acquisiti dal gallerista.

Per rendere completa l’antologia del Novecento non poteva mancare la terracotta invetriata con due opere, rispettivamente di Lucio Fontana e Leoncillo.
Di Duilio Cambellotti ancora due piccoli bronzi, una Minerva, la prima scultura nota dell’autore, del 1907, e uno dei suoi celebri vasi.
Si passa così alla Sessione dell’Informale con un Baco da Setola di Pino Pascali, in ottimo stato di conservazione, non scontato per le opere di questo artista di Polignano a Mare, proveniente dalla Collezione romana De Luca.
Contrappunto piano di Fausto Melotti, del 1973, spicca per la sua raffinata delicatezza, opera ispirata alla musica e pensata per essere mossa.

Nella stessa sala due opere di Leoncillo, Senza titolo-San Sebastiano, del 1963, e Taglio bianco con la crettatura che ricorda alcune opere di Alberto Burri che non deve stupire in un momento storico nel quale si lavorava insieme e ci si confrontava. Nello stesso “paragrafo” idealmente si inserisce anche l’opera di Pietro Consagra, Colloquio ultimo del 1961.
Chiude la mostra con uno slancio in avanti la Sfera di Arnaldo Pomodoro del 1990, che è tra l’altro l’esemplare che teneva in casa.
a cura di Ilaria Guidantoni














