
Nel mercato del private equity europeo, il modello di riferimento è storicamente quello del fondo chiuso. È un modello che ha dimostrato nel tempo grande efficacia nel mobilitare capitali, professionalizzare le aziende e generare rendimenti per gli investitori, con un obiettivo chiaro: massimizzare l’IRR all’interno di un orizzonte temporale definito. La struttura del fondo, basata su cicli prefissati di raccolta, investimento e disinvestimento, implica necessariamente una durata prestabilita del capitale e una logica di uscita che orienta molte delle decisioni strategiche e operative, inclusi timing, utilizzo della leva finanziaria e percorsi di creazione del valore.
Accanto a questo modello si sta progressivamente affermando un approccio diverso, ispirato a esperienze consolidate nel Nord Europa e in particolare in Svezia: quello delle holding serial acquirer a capitale permanente, spesso definite perpetual compounders. In questo caso non esiste un ciclo di vita del veicolo né un’uscita forzata. La holding opera come proprietario di lungo periodo, con l’obiettivo di reinvestire sistematicamente i flussi di cassa generati dalle partecipate per sostenere crescita organica e nuove acquisizioni. Il focus non è l’ottimizzazione del rendimento in un arco temporale limitato, ma la massimizzazione del valore cumulato nel tempo, ossia del MOIC, attraverso il compounding e il riciclo dello stesso euro investito più volte.
La differenza tra i due modelli non è una questione di “migliore” o “peggiore”, ma di struttura e di obiettivi. Il fondo chiuso deve ottimizzare il rendimento in un periodo definito, mentre il perpetual compounder può permettersi di allocare capitale con un orizzonte pluridecennale, accettando percorsi di creazione di valore più graduali ma potenzialmente più sostenibili. In questo contesto, gli utili non vengono estratti per rispondere a esigenze di liquidità degli investitori, ma reinvestiti in modo continuativo all’interno della piattaforma.
Questa distinzione diventa particolarmente rilevante nel mondo dei corporate carve-out, che rappresentano una nicchia specifica e complessa del mercato del private equity. I carve-out riguardano asset ceduti da grandi gruppi perché ritenuti non più strategici, spesso privi di piena autonomia operativa, con strutture organizzative, sistemi e processi progettati per un contesto multinazionale. La creazione di valore richiede tempo, disciplina e un forte investimento nella costruzione dell’organizzazione come entità indipendente.
In questo segmento, il modello del fondo chiuso tende fisiologicamente a privilegiare interventi rapidi di ristrutturazione e ottimizzazione finanziaria, con l’obiettivo di rendere l’asset “exit-ready” in tempi relativamente brevi. Non perché sia un approccio sbagliato, ma perché è coerente con i vincoli temporali e di rendimento del veicolo. Non a caso, molti fondi di private equity non operano sui carve-out proprio per la complessità e l’orizzonte di trasformazione richiesto; quando lo fanno, l’attenzione è spesso concentrata sulla normalizzazione accelerata della performance.
Il modello del perpetual compounder si inserisce in modo complementare in questo contesto. L’assenza di una pressione di uscita consente di affrontare il carve-out come un percorso di transizione industriale, non come un progetto di breve periodo. Le aziende acquisite non vengono smantellate né aggregate forzatamente, ma accompagnate verso una piena autonomia, preservando identità, competenze e capitale umano. L’obiettivo non è preparare l’azienda per il prossimo proprietario, ma costruirla come campione indipendente nel proprio segmento, reinvestendo nel tempo i flussi di cassa generati all’interno della holding senza estrazione di valore tramite vendite o dividendi.
Per la comunità degli advisor di corporate finance e m&a, questa differenza strutturale ha implicazioni rilevanti. Una holding a capitale permanente non entra ed esce dal mercato in funzione dei cicli di fundraising, ma rimane un acquirente costante e prevedibile nel tempo. Questo consente di costruire relazioni di lungo periodo, una pipeline continua e la possibilità di valutare opportunità industriali con un orizzonte temporale coerente con la complessità degli asset coinvolti.
In particolare, i perpetual compounders rispondono a un’esigenza comune sia degli imprenditori sia dei gruppi industriali: ottenere un prezzo equo per ciò che viene ceduto, ma soprattutto individuare una soluzione definitiva, credibile e responsabile, non un passaggio intermedio di proprietà. Che si tratti della vendita di un’azienda o della dismissione di un asset non più strategico, la domanda sottostante è sempre più spesso la stessa: chi sarà il proprietario di lungo periodo e quale progetto industriale verrà portato avanti.
In un contesto di corporate carve-out, il capitale permanente non sostituisce il private equity tradizionale, ma ne rappresenta un complemento naturale. Offre ai venditori, ceo, cfo, consigli di amministrazione e funzioni m&a di grandi gruppi, un’alternativa credibile quando l’obiettivo non è semplicemente monetizzare un asset, ma garantirgli una traiettoria industriale sostenibile nel tempo. In questo senso, la cessione non segna la fine di una storia aziendale, ma l’inizio di una nuova fase di sviluppo.
Tom Van der Haegen
Founder & ceo di Newport & Co spa Società Benefit
Le principali news del mese in tema di carve-out nel mondo
Le banche scaldano i motori per il carve-out del business delle acque minerali di Nestlé Ulteriore accelerata nella vendita della divisione acque minerali del colosso svizzero Nestlé, oggi Nestlè Waters, con le banche che, secondo quanto riferito da Bloomberg, stanno preparando un pacchetto di finanziamenti 2-3 miliardi di euro per supportare la potenziale operazione da parte di private equity. Il finanziamento equivarrebbe a circa 4-6 volte i 500 milioni di ebitda stimato per la divisione, valutata 5 miliardi. Il gruppo alimentare svizzero avrebbe indetto questo mese un primo round di offerte, con Rothschild come advisor (si veda articolo di BeBeez).
Volkswagen corteggiata dai fondi per la controllata Everllence SE. Deal da 5-6 mld euro
I grandi fondi internazionali stanno scaldando i motori per conquistare il dossier Everllence SE (ex MAN Energy Solutions), la divisione motori diesel pesanti di Volkswagen, che la casa automobilistica tedesca ha deciso di cedere per perseguire nella sua strategia di recupero di redditività. Lo scrive Bloomberg. I primi nomi che circolano tra i potenziali fondi interessati ci sono lo svedese EQT, che starebbe valutando un’offerta insieme al fondo sovrano di Singapore GIC, ma anche CVC Capital Partners, Advent International, Bain Capital, KPS Capital Partners e Clayton Dubilier & Rice. Anche la giapponese Mitsui & Co. potrebbe valutare l’operazione (si veda altro articolo di BeBeez).
Ad AE Industrial Partners il controllo della divisione space di L3Harris Technologies
L3Harris Technologies ha concordato di vendere il 60% della sua divisione di sistemi di propulsione e alimentazione spaziale ad AE Industrial Partners in una transazione da 845 milioni di dollari. L3Harris punta a ridurre l’esposizione alle attività spaziali e a concentrare le risorse sulla difesa, in un contesto di aumento della spesa militare da parte dei governi a causa delle tensioni geopolitiche (si veda qui il comunicato stampa)
Prodotti Bauman diventa Itasprings
Prodotti Baumann srl, la società di Brescia acquisita a fine novembre 2025 dall’italiana Newport&Co (si veda altro articolo di BeBeez), è stata ribattezzata Itasprings (si veda qui il post Linkedin). L’operazione segna l’inizio di una nuova identità per l’azienda, che si distacca definitivamente dal gruppo svizzero di provenienza per proporsi come realtà indipendente. La società, con 80 dipendenti, ha l’obiettivo per il 2026 di ricavi per 14 milioni di euro ed ebitda superiore a un milione. Il nuovo nome Itasprings con il claim “engineered performance in motion” combina l’italianità dell’azienda con la sua specializzazione nell’approccio ingegneristico e di eccellenza tecnica nel settore delle molle.

Stahl completa il carve-out della divisione prodotti chimici per la lavorazione della pelle
Stahl, leader mondiale nei rivestimenti speciali per materiali flessibili, completato con successo lo scorporo della sua attività di prodotti chimici per la lavorazione della pelle wet-end. A partire dal 1° gennaio 2026, la divisione dei prodotti chimici per la lavorazione della pelle wet-end opera come una società completamente indipendente battezzata Muno, sotto il controllo di Wendels, gruppo di investimento francese. L’intenzione di cedere l’attività era stata annunciata nel novembre 2024 (si veda qui il comunicato stampa)
Sullivan Street chiude il deal su Zenix Aerospace, la ex divisione aerostructure di Senior plc
Street Partners, operatore di buyout di mid-market con sede in Regno Unito, ha completato l’acquisizione del business Aerostructures di Senior plc , che ha ribattezzato Zenix Aerospace e si proporrà come un nuovo gruppo indipendente focalizzato esclusivamente su aerostrutture e motori aeronautici. L’operazione era stata originariamente annunciata a luglio 2025 e rappresenta la più grande operazione di Sullivan Street fino a oggi, con un EV complessivo di 200 milioni di sterline. Zenix Aerospace comprende sette azeinde: AMT, Damar, Jet Products e Ketema negli Stati Uniti; Weston nel Regno Unito, UPECA in Malesia e la filiale del gruppo in Thailandia (si veda qui il comunicato stampa).
Survey annuale di Aurelius, carve-out in crescita nel 2026
L’ottava edizione annuale della Carve-Out Survey di Aurelius prevede che i carve-out aziendali continueranno a crescere nel 2026, con quasi l’80% degli intervistati che prevede un aumento del numero delle aziende che a livello globale intendono disinvestire da attività non strategiche, in linea con il sondaggio del 2025. Il ritorno all’attenzione sulle attività strategiche è il fattore trainante principale dei piani di disinvestimento aziendali per il 2026, citato dal 73% degli intervistati (dal 70% dello scorso anno). Al contrario, la riduzione dell’indebitamento è scesa drasticamente in fondo all’agenda: solo il 5% cita la riduzione del debito quest’anno, contro il 9% dell’anno scorso e il 52% di due anni fa (si veda qui il comunicato stampa).
KKR, ecco perché il numero dei carve-out sta crescendo nel mondo
Stiamo assistendo a un’impennata dei carve-out aziendali, poiché le multinazionali cercano di ridurre la loro esposizione a settori ciclici o a basso rendimento per potersi invece concentrare su opportunità più sostenibili e con margini più elevati. Lo si legge nell’outlook 2026 di KKR. Che ricorda per esempio che In Europai dati più recenti di Pitchbook suggeriscono che i carve-out si avvicineranno ai 60 miliardi di euro nel 2025, una parte sostanziale del valore totale delle operazioni di private equity. I carve-out possono contribuire a semplificare la complessità e fornire una governance più chiara, incentivi più mirati e una separazione operativa che può favorire l’aumento dei margini e la stabilità del flusso di cassa (si veda qui il report di KKR)















