Nei due anni successivi all’ingresso di un investitore di private equity nel capitale, le aziende italiane target hanno registrato in media un incremento del fatturato del 25% (contro il +9,2% delle imprese non partecipate), una crescita dell’occupazione del 17,6% (verso +1,3%) e un’espansione dell’attivo dell’81,9% (verso +13,8%), come evidente risultato di una intensa campagna di investimenti, spesso finanziata anche a debito. E infatti, contestualmente anche l’indebitamento finanziario netto è aumentato del 63%, restando però a livelli comunque molto sani, portando infatti il rapporto PFN/ebitda a una media di 2,4 volte dalle 1,4 volte precedenti l’investimento, quindi al di sotto della soglia (3 volte) oltre la quale si pongono problemi di sostenibilità. Emerge da una ricerca condotta in maniera congiunta per il periodo 2001-2021 dall’Area Studi Mediobanca, dalla LIUC Business School, attraverso il PEM- Private Equity Monitor, e dall’Ufficio Studi e Ricerche di AIFI con l’obiettivo di analizzare l’impatto degli operatori di Private Equity (PE) sulle società italiane Mid Cap oggetto di investimento (si vedano qui il comunicato stampa e qui l’intera ricerca).
La ricerca è stata presentata ieri pomeriggio durante l’evento Private Equity e Mid Cap: vent’anni di storia, che si è tenuto nella sede di Mediobanca ed è stato moderato da Stefania Peveraro, direttore di BeBeez. L’apertura dei lavori è stata affidata ad Angelo Viganò, Head of Mediobanca Private Banking, mentre la chiusura a Lorenzo Astolfi, Executive Vice-Chairman Corporate & Investment Banking e Head of Mid Corporate & Sponsor Solutions Mediobanca.
A commentare i risultati dello studio in tavola rotonda sono intervenuti poi Giovanni Campus, presidente MSA Mizar; Enrico Giacomelli, co-founder di Namirial; Jean-Pierre Di Benedetto, managing partner di Argos Wityu e Lorenzo Stanca, managing partner Mindful Capital Partners.
“L’analisi mostra il ruolo fondamentale del private equity nella crescita dell’economia reale a supporto della competitività. Il mondo imprenditoriale ha compreso l’importanza di avere un fondo al proprio fianco nei momenti di cambio di passo e lo vediamo dal numero delle operazioni che sono cresciute costantemente in questi ultimi vent’anni”, ha commentato Anna Gervasoni, Rettore di Università LIUC e direttore generale AIFI, introducendo la ricerca.
E i risultati della ricerca sono ancora più potenti, ha spiegato Oriana Romeo, senior analyst di Mediobanca, autrice della ricerca insieme agli uffici studi di PEM e AIFI, se si considera che le società target già partivano da dati di partenza molto buoni, cioé elevata marginalità, ridotto indebitamento ed elevata propensione all’export. E questo perché i private equity e gli investitori finanziari operano uno scrupoloso screening delle imprese investibili, privilegiando quelle con profili economico patrimoniali d’eccellenza, secondo una logica di cherry picking e che quindi Infatti, nell’anno precedente l’ingresso dell’investitore, le imprese target hanno conseguito un ebitda margin medio del 12,7%, ampiamente superiore all’8,5% delle imprese che non hanno visto l’anno successivo l’ingresso di un investitore. Non solo: sempre un anno prima dell’ingresso, le imprese target riportano un rapporto PFN/ebitda mediamente inferiore a 1,5 volte, anche in questo caso configurando un quadro molto più favorevole rispetto al rapporto pari a 3 volte caratteristico del campione di controllo. Ultimo, ma non meno importante: le imprese target ante ingresso hanno una spiccata propensione all’export che si traduce in rapporto tra esportazioni e fatturato totale pari al 48,5%, con evidente scarto positivo nei confronti del 43% proprio del campione di controllo.
Per condurre l’indagine sono state individuate le società mid cap presenti nel database Mediobanca che hanno ricevuto investimenti da operatori di private equity e per stimare l’impatto del private equity sulle performance aziendali è stato inoltre costruito un campione di società comparabili che non hanno ricevuto investimenti da parte di private equity. Sono state infine analizzate solo le società per le quali erano disponibili dati contabili completi a partire dall’anno precedente l’investimento fino ai due anni successivi. Alla fine il campione di imprese target analizzate ha incluso 319 aziende oggetto di investimento tra il 2001 e il 2021, contro un campione di controllo di 659 aziende.
L’82,1% delle operazioni ha visto l’intervento di fondi chiusi di private equity mentre nel 9,4% dei casi si è trattato di una holding di investimento. La parte restante ha coinvolto operatori di diversa natura, tra i quali club deal e family office. Quanto alla tipologia di operazione, neI 62% dei casi si è trattato di buy-out (acquisizioni di maggioranza, con uso della leva finanziaria), nel 31% di interventi di expansion (apporto di capitale proprio per la crescita di imprese già avviate), mentre la restante casistica è divisa tra il 4% dei replacement (sostituzione di azionisti di minoranza) e il 3% dei turnaround (risanamento di imprese in difficoltà). Con riferimento invece alla causale dell’investimento (origination), nell’89% delle occorrenze si è osservato l’ingresso diretto nel capitale di imprese private per lo più familiari, nel 7% si è perfezionata la cessione di rami d’azienda, mentre si è fermata al 4% la rilevanza dei secondary buy out. Degna di nota l’incidenza del 12% dei casi in cui si è dato corso a operazioni di add-on nelle quali l’impresa già partecipata da un investitore finanziario si è resa protagonista di una o più acquisizioni.
Nel ventennio osservato è costantemente cresciuto il numero di investimenti: si è passati da una media di 6 operazioni all’anno nel quinquennio 2001-2005, a 11 operazioni nel periodo 2006-2015, per arrivare a 19 nel 2016-2018 e finire con 41 operazioni nel triennio 2019-2021. La conseguenza è che nell’ultimo quinquennio è avvenuto il 51% delle operazioni di tutto il ventennio. Ma sono stati il Covid e le successive turbolenze legate all’inflazione e al contesto geopolitico ad avere ulteriormente accelerato l’urgenza di crescita e managerializzazione delle medie imprese italiane. Non a caso, l’ultimo anno osservato, il 2021, ha segnato il massimo storico dell’intero ventennio con un picco 51 operazioni, ovvero il +42% sia sul 2020 che sul 2019 e il +143% sul 2018.
Un trend che peraltro sta continuando. Secondo l’ultimo report AIFI-PwC, nel primo semestre 2025 l’attività di investimento dei fondi di private equity e venture capital in Italia è cresciuta del 17% a 5,2 miliardi di euro (si veda altro articolo di BeBeez), dopo un 2024 in cui era già stato registrato un boom di investimenti, che avevano raggiunto i 14,9 miliardi (+83% dagli 8,16 miliardi del 2023) (si veda altro articolo di BeBeez). Il 2023 era stato invece un annus horribilis per il mercato, con l’ammontare investito dagli operatori che era crollato del 66% (si veda altro articolo di BeBeez) dopo un 2022 da record, quando gli investimenti in private equity, venture capital e infrastrutture avevano raggiunto i 23,6 miliardi di euro, in aumento del 61% dal precedente record di 14,7 miliardi investiti nel 2021 (si veda altro articolo di BeBeez).
A spingere le statistiche del valore degli investimenti c’è in particolare la crescente operatività di investitori finanziari stranieri: se nel 2018 le operazioni concluse da soggetti esteri hanno rappresentato circa un quarto del totale, nel triennio 2019-2021 tale incidenza è pressoché raddoppiata al 46%.
Gli investimenti esteri hanno coinvolto imprese di maggiori dimensioni: 66 milioni di euro di fatturato medio verso i 48 milioni dei target degli operatori nazionali. Il 43% degli investimenti ha avuto ad oggetto imprese con un fatturato medio inferiore a 30 milioni di euro; un ulteriore 33% ha riguardato imprese tra i 31 e i 60 milioni. Solo il 10% delle operazioni ha riguardato aziende con più di 100 milioni di euro di fatturato. Le imprese target del Nord Italia, con 57,4 milioni di euro di fatturato medio, superano quelle del Centro con 39,6 milioni e del Sud e isole con 40,9 milioni. A livello settoriale, le imprese del comparto alimentare sono le più grandi (69 milioni di euro il fatturato medio), quelle del settore pharma e biopharma le più piccole (39,2 milioni). La dimensione delle imprese target varia anche con la natura dell’investitore. I fondi di private equity hanno privilegiato target con giro d’affari medio di 55 milioni, più limitata la taglia d’interesse di club deal e family office, tra i 30 e i 40 milioni di fatturato, mentre l’intervento dei fondi sovrani si orienta verso aziende con vendite superiori ai 100 milioni di euro.
La concentrazione regionale delle imprese target appare infine evidente. Il 60% delle operazioni si è localizzato nelle tre regioni italiane a maggiore vocazione manifatturiera: Lombardia, dove ha sede il 29% delle imprese investite, Emilia-Romagna (16%) e Veneto (15%). Seguono il Piemonte, con il 12% delle operazioni e la Toscana (9%). A livello settoriale, il 45% delle aziende target opera nella produzione di beni industriali (B2B), il 55% in quella di beni di consumo (B2C).















