Dopo un primo semestre ancora molto attivo, il mercato italiano del private equity e venture capital si prepara a rallentare nella seconda parte dell’anno e soprattutto a spostarsi verso operazioni di dimensioni più contenute. Per il secondo semestre 2026 gli operatori prevedono infatti 251 deal, il 28% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre quasi nove investitori su dieci dichiarano ormai di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale nella selezione delle società target.
È quanto emerge dalla quarantottesima edizione della Italy Private Equity Confidence Survey, l’indagine semestrale condotta da Deloitte Private in collaborazione con AIFI e con l’Osservatorio PEM-Private Equity Monitor della LIUC Business School (si veda qui il comunicato stampa).
La frenata attesa arriva dopo un primo semestre 2026 chiuso con 299 operazioni, in crescita del 20% rispetto ai primi sei mesi del 2025. Più nel dettaglio, sono stati finalizzati 276 investimenti e 23 disinvestimenti, tra i volumi semestrali più elevati registrati dalla survey, ma per un controvalore complessivo di appena 1,6 miliardi di euro. Il dato conferma quindi una dinamica già evidente nel 2025: cresce o resta elevato il numero delle operazioni, mentre si riduce il peso dei grandi deal.
Secondo Deloitte, nel prossimo semestre le transazioni uguali o superiori a 31 milioni di euro dovrebbero infatti scendere al 35,4% del totale, con una contrazione di 16,9 punti percentuali e con con le operazioni nella fascia 31-50 milioni che registrano il calo più marcato. Parallelamente, le operazioni sino a 30 milioni dovrebbero salire al 64,6%, trainate soprattutto dalla fascia tra 16 e 30 milioni, attesa al 37,5% del totale, e da quella tra 5 e 15 milioni, prevista al 18,8%.
Il quadro è coerente con quanto già emerso dai dati AIFI-PwC sull’intero 2025. Lo scorso anno gli investimenti complessivi in private equity e venture capital erano scesi del 22% a 11,61 miliardi di euro, sebbene al netto delle infrastrutture il mercato avesse sostanzialmente tenuto, con 8,57 miliardi investiti, appena il 2% in meno rispetto al 2024. Soprattutto, gli small e medium deal sotto i 150 milioni avevano attratto 6,456 miliardi, il valore più alto di sempre e il 6% in più rispetto all’anno precedente (si veda altro articolo di BeBeez).
La stessa tendenza era stata rilevata dal Report Private Equity 2025 di BeBeez (disponibile agli abbonati a BeBeez News Premium e BeBeez Private Data), che aveva mappato 738 operazioni annunciate o concluse in Italia nel 2025, il 25,5% in più rispetto alle 588 del 2024. Gli investimenti in aziende sane erano saliti a 638 dai 515 dell’anno precedente. Detto questo, la maggior parte delle operazioni era stata di piccole dimensioni e infatti a trainare l’attività erano stati ancora una volta gli add-on, arrivati a quota 391, oltre il 61% degli investimenti complessivi rilevati da BeBeez, contro il 56,2% del 2024. Gli investimenti diretti dei fondi si erano invece fermati a 212, pari a poco più di un terzo del totale. Quanto al valore delle operazioni, soltanto per 99 deal annunciati o conclusi in Italia era stato comunicato o era stato possibile ricavare l’enterprise value della società target, pari al 13,3% del totale del numero degli investimenti e dei disinvestimenti: considerando le quote passate di mano si arriva a una cifra di oltre 37 miliardi di euro di deal, di cui 23 deal con un EV pro-quota da almeno 400 milioni di euro e 9 da un miliardo o più (scarica qui la tabella completa dei più grandi deal di PE del 2025).
Il mercato, insomma, continua a fare molti deal, ma sempre più spesso attraverso acquisizioni di piccole e medie dimensioni condotte dalle portfolio company per costruire piattaforme settoriali, piuttosto che tramite nuovi buyout di grande taglio.
La survey Deloitte segnala inoltre un approccio più prudente degli operatori. Il 73% degli intervistati prevede per i prossimi mesi uno scenario macroeconomico stabile o in peggioramento, a causa delle tensioni geopolitiche e commerciali.
“Oggi i fondi si muovono in uno scenario complesso che richiede lucidità: le tensioni e l’incertezza sui mercati internazionali restano un fattore con cui fare i conti ogni giorno. L’elemento di svolta rimane però il ritorno a condizioni di finanziamento più accessibili, che sta ridando fiducia agli operatori e rimettendo in moto le operazioni”, ha commentato Elio Milantoni, senior partner M&A di Deloitte, che ha aggiunto: “Il mercato italiano conferma la propria vitalità, pur in un contesto caratterizzato da prudenza, con gli operatori che mantengono un approccio selettivo e privilegiano operazioni mirate e di dimensioni contenute”.
Un elemento positivo è rappresentato dal ritorno di condizioni di finanziamento più accessibili. Le banche commerciali restano infatti la principale fonte di debito per le acquisizioni, indicate dal 64,6% degli operatori, pur in lieve calo rispetto alla precedente rilevazione. Il private credit sale invece al 14,6%, mentre le banche di investimento raggiungono il 12,5%.
Si riduce anche l’interesse per le tradizionali operazioni di maggioranza, pur ancora nettamente prevalenti all’81,3% delle preferenze. Crescono invece le minoranze, salite al 14,6%, e i co-investimenti di minoranza con altri fondi, al 4,2%.
Sul fronte delle exit il quadro resta cauto. La ricerca di nuove opportunità di investimento continua a essere l’attività prioritaria dei fondi, mentre si riduce l’attenzione dedicata ai disinvestimenti. Anche le previsioni sul valore delle partecipate diventano più conservative: gli operatori che si attendono un aumento del valore del portafoglio scendono al 58,3%, mentre quelli che prevedono stabilità salgono al 41,7%.
Il manifatturiero si conferma il settore più interessante per il private equity italiano, indicato dal 28,7% degli operatori. Seguono food & beverage, al 13,9%, e beni di consumo, al 12%. Cresce in particolare il farmaceutico, che sale al 9,3%, mentre l’ICT scende all’8,3%. Aumenta anche l’interesse per terziario e cleantech, rispettivamente al 6,5% e al 3,7%.
Il dato sull’ICT non significa però che la tecnologia stia perdendo centralità. Al contrario, secondo Deloitte la componente tecnologica è ormai diventata trasversale alla valutazione di qualunque impresa, indipendentemente dal settore di appartenenza.
L’informazione forse più significativa della survey riguarda proprio l’intelligenza artificiale. L’87,5% degli operatori dichiara infatti di integrarla nel processo di selezione dei target, con una crescita di 12,5 punti percentuali rispetto al semestre precedente. Per il 37,5% l’AI è già un vero driver decisionale, mentre il 50% la considera uno strumento utile, anche se ancora subordinato ai tradizionali parametri finanziari, industriali e strategici.
“Osserviamo un cambiamento profondo nelle priorità dei fondi. La tecnologia, e in particolare la capacità di integrare l’intelligenza artificiale, è diventata un criterio chiave nella valutazione delle società target. Allo stesso tempo, la sostenibilità è ormai un elemento strutturale che guida le decisioni lungo tutto il ciclo di investimento. Sul fronte geografico, restano centrali le aree più solide del tessuto industriale italiano, ma cresce l’attenzione anche verso il Centro e il Sud del Paese”, ha commentato Claudio Scardovi, Deloitte private equity leader.
Il passaggio è rilevante perché indica che l’AI non viene utilizzata soltanto per automatizzare analisi e screening, ma sta diventando anche una caratteristica valutata direttamente nelle aziende oggetto di investimento: qualità dei dati, automazione dei processi, scalabilità della tecnologia e capacità di integrare strumenti di AI possono incidere sempre di più sulla selezione del target e sul successivo piano di creazione di valore.
Dal punto di vista geografico il Nord rimane dominante, con il 72,9% delle operazioni, ma perde 16 punti percentuali rispetto al semestre precedente. Il Nord Est pesa per il 47,9% e il Nord Ovest per il 25%. A guadagnare terreno sono soprattutto il Centro Italia, salito al 16,7%, con un incremento di oltre 12 punti, e il Sud, arrivato al 6,3%. Le operazioni oltreconfine scendono invece al 4,2%.
Anche questo dato segna una discontinuità rispetto alla fotografia del 2025, quando la Lombardia aveva concentrato da sola il 47% degli investimenti rilevati da AIFI, seguita da Lazio e Piemonte. La nuova survey suggerisce quindi un progressivo ampliamento della geografia del private equity, anche se resta da verificare se il riequilibrio territoriale sarà confermato dai dati effettivi di fine anno.
Nel complesso, oltre due terzi degli operatori prevedono per il secondo semestre un numero di investimenti sostanzialmente stabile, mentre il 20,8% si attende una crescita e soltanto il 12,5% una riduzione. Più che un vero arresto del mercato, quindi, la survey sembra descrivere una nuova normalità: molte operazioni, meno megadeal, maggiore selettività e un peso crescente di add-on, minoranze e tecnologia nei piani di investimento.
A brevissimo il Report di BeBeez sul primo semestre 2026
con tutte le tabelle dei deal
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