
Il gruppo TIM esce definitivamente dal capitale di INWIT-Infrastrutture Wireless Italiane, società proprietaria delle torri di telefonia mobile di TIM e Vodafone in Italia, quotata su Euronext Milan e partecipata al 29,9% da Daphne 3 spa, a sua volta controllata al 90% da Impulse I sarl, un consorzio guidato da Ardian Infrastructure, insieme al coinvestitore Crédit Agricole Assurance, e per il 10% appunto da TIM. Un altro 33,2% di INWIT è poi in capo a Central Tower Holding Company BV, veicolo co-controllato indirettamente da Vodafone GmbH e OAK Consortium GmbH.
Poco prima di Ferragosto, infatti, TIM ha annunciato la firma di un accordo con Impulse I e con la stessa Daphne 3 per la vendita del suo 10% di Daphne 3 sulla base di una valutazione delle azioni INWIT pari a 10,43 euro ciascuna che corrispondono quindi per TIM a un incasso, aggiuntivo rispetto alla guidance 2024, di circa 250 milioni di euro, tenendo conto dell’indebitamento netto esistente a livello di Daphne 3. La chiusura dell’operazione è soggetta a determinate condizioni e si prevede che avvenga nel quarto trimestre del 2024 (si veda qui il comunicato stampa). Il titolo il 13 agosto, giorno dell’annuncio, ha chiuso a 10,36 euro, mentre venerdì 23 agosto ha chiuso a 10,77 euro, pari a una capitalizzazione di 10,34 miliardi di euro.
Nell’operazione Ardian è stata assistita sul piano legale da Chiomenti, mentre TIM è stata affiancata, oltre che dal team interno, anche dallo studio Gatti Pavesi Bianchi Ludovici.
Ricordiamo che INWIT era originariamente proprietaria solo delle torri di telefonia mobile di TIM. A fine marzo 2020 si è poi fusa con Vodafone Towers srl, la società proprietaria delle torri di telefonia mobile di Vodafone, dando vita alla seconda più grande towerco quotata in Europa, con un portafoglio di oltre 22 mila torri.
Nell’ottobre 2020 TIM aveva poi ceduto per 1,35 miliardi di euro il 14,8% di INWIT al consorzio di investitori guidato dal fondo Ardian Infrastructure V e Canson Capital Partners (si veda altro articolo di BeBeez), che aveva spuntato l’esclusiva per l’operazione nel maggio 2020 (si veda altro articolo di BeBeez). Nel dettaglio, l’investimento del consorzio era stato condotto appunto con la nuova holding Daphne 3, dove TIM aveva fatto confluire una quota del 30,2% del capitale di INWIT con il consorzio che, attraverso Impulse I, aveva acquisito il 49% di Daphne 3 (e quindi il 14,8% del capitale di INWIT) e TIM che possedeva il 51%, mantenendo quindi il controllo congiunto su INWIT insieme a Vodafone Europe BV a cui fa tuttora capo come detto il 33,2% attraverso Central Tower Holding Company, mentre il 36,6% è flottante.
Ricordiamo anche che della rimanente partecipazione diretta di TIM in Inwit, corrispondente al 3% del suo capitale, era stato ceduto per 109 milioni di euro l’1,2% a Lighthouse Co-investment sarl, veicolo societario costituito da Canson Capital Partners (Guernsey) Limited, in qualità di gestore di portafoglio del fondo di investimento Canson Capital Partners Co-Investiment, riservandosi inoltre un’opzione per l’acquisto del residuo 1,8%, per un corrispettivo di 161 milioni di euro. Opzione quest’ultima che è stata poi esercitata nel dicembre 2020. All’operazione con Canson hanno partecipato anche il veicolo di diritto lussemburghese Azimut Private Equity I SCSp, e Marco Patuano, oggi ceo di Cellnex, ex amministratore delegato di Edizione Holding e prima di TIM e allora senior advisor di Nomura, l’investment bank che aveva affiancato Ardian e i suoi coinvestitori nell’operazione Inwit.
Nell’agosto 2022 era poi passato a Impulse I un ulteriore 41% del capitale sociale di Daphne 3, con il consorzio che era quindi salito al 90% e con TIM che era appunto rimasta con il 10% (si veda altro articolo di BeBeez). Quell’ultima operazione si era basata allora su una valutazione delle azioni INWIT pari a 10,75 euro ciascuna (cum dividendo 2021, diventati 10,4275 euro ex dividendo, pagato a maggio 2022), che corrispondeva a un incasso per TIM di circa 1,3 miliardi di euro, oltre al rimborso del prestito per circa 200 milioni di euro, concesso da TIM a INWIT al momento dell’iniziale acquisizione del 2020 con la costituzione di Daphne3.
INWIT ha chiuso il primo semestre 2024 con ricavi consolidati per 511,7 milioni di euro (+8,6% dal primo semestre 2023), un ebitda di 468,6 milioni (+8.9%) e un debito finanziario netto di 4,7 miliardi (da 4,2 miliardi a fine 2023) (si vedano qui il comunicato stampa e qui la presentazione agli analisti). Il 2023 si era invece chiuso con ricavi consolidati per 960,3 milioni di euro (da 853 milioni nel 2022), un ebitda di 879,2 milioni (da 779,2 milioni) e un debito finanziario netto di 4,2 miliardi (da 4,1 miliardi) (si vedano qui il comunicato stampa e qui la presentazione agli analisti).
Ricordiamo che a fine luglio INWIT ha esercitato l’opzione per l’acquisto del 51% del capitale di Boldyn Networks Smart City Roma, società che si è aggiudicata l’anno scorso la gara per la concessione del progetto Roma 5G (si veda qui il comunicato stampa). Poche settimane prima era stato firmato un accordo vincolante tra le due parti grazie al quale INWIT si era riservato di esercitare il diritto di opzione (si veda altro articolo di BeBeez). Il progetto Roma 5G, definito lo scorso mese di novembre (si veda qui il comunicato stampa di allora), consiste in un partenariato pubblico-privato, con una concessione della durata di venticinque anni per la realizzazione, gestione, conduzione e manutenzione di un’infrastruttura che doti le metropolitane e i principali luoghi pubblici di Roma Capitale di una rete 5G, Wi-Fi e Internet of Things, con l’obiettivo di offrire la migliore connettività e sicurezza a circa tre milioni di residenti e oltre quindici milioni di turisti, destinati a crescere considerevolmente in occasione del Giubileo 2025. Complessivamente, il progetto prevede investimenti in infrastrutture per oltre 90 milioni di euro nei prossimi 5 anni, una parte dei quali di provenienza pubblica.














