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Autore: Konstantinos Kavafis (traduzione, introduzione e note di Andrea Di Gregorio)
Casa editrice: Garzanti-i grandi libri
Anno di pubblicazione: 2017
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In una piazza come quella italiana sulla quale escono 80 titoli al giorno, mentre i lettori diminuiscono con altrettanta rapidità, c’è un’evidente sproporzione tra domanda e offerta. In tale contesto ci si chiede quale sia il ruolo del traduttore dei grandi classici. Mentre infatti c’è una corsa a tradurre rapidamente i libri di successo che spesso con altrettanta tempestività passano nel dimenticatoio, c’è una rinascita silenziosa dei classici.
Rappresentata da una nicchia di lettori, forse sempre meno giovani, tolto il periodo della scuola e di quella formazione obbligata, si avverte nel tempo il bisogno di rileggere i classici in edizioni contemporanee.
E' questo un segmento interessante, forse non sempre particolarmente redditizio per il traduttore, che riesce però a rivitalizzare un "prodotto" per un lettore che nella foggia e nel linguaggio necessita di uno stile a lui più vicino.
In tal senso non c’è da meravigliarsi se l’Ulisse di James Joyce sia già stato tradotto innumerevoli volte e l’Italia vanta forse il maggior numero di versioni.
Proprio con un intento non di snaturare ma di rendere più quotidiana la poesia di Konstantinos Kavafis nasce la traduzione dal greco di Andrea Di Gregorio, che conferma non l’idea che il traduttore sia un traduttore del testo ma un ponte tra lingue e mondi e un interprete a tutto tondo.
Per chi conosce quello che è considerato uno dei poeti greci più amati del Novecento e tuttora letti, nella traduzione e nella spiegazione di questa nuova versione troverà un’autenticità non mitizzata.
Per Andrea Di Gregorio Kavafis è un poeta della grecità insolito, non legato agli stilemi tipici con i quali i suoi poeti vengono identificati, il mare (protagonista di una sola composizione), il sole e la classicità, presente in alcune liriche che rileggono il mito in una chiave contemporanea, esistenziale o psicologica che sia.
Il poeta è infatti nato in esilio da una grecità decadente, cresciuto nel cuore dell’Europa, come l’argentino Borges e il portoghese Pessõa, diventando pertanto un poeta di periferia e di periferie umane. Tanto più che la Grecia di Kavafis è quella ellenistica che forma la koinè dialektos e non quella di Pericle o di Fidia, è una Grecia decadente, meticcia e non cristallizzata nei paradigmi.
Anche la sua lingua che pure è nobile, come sottolinea Di Gregorio, una lingua colta, è spesso quasi prosa (eppure Kavafis conosce e utilizza sapientemente la metrica), semplice, non semplicistica ma spiazzante.
Inoltre se Kavafis è il poeta dell’amore vano, per certi aspetti indecente, che sfida le convenzioni borghesi, anche se nell’intento del poeta non c’è la provocazione, per quanto ci sia la nostalgia della giovinezza, della bellezza, dell’incanto che ammalia i corpi e l’anima, il risultato non è lirico ma drammatico. Questo sì in senso autenticamente greco perché il dramma è l’azione e in effetti in ogni poesia, tendenzialmente breve, c’è una storia, uno svolgimento di vicende. La tragicità di Kavafis che nell’introduzione è ben sottolineata è nella precarietà della vita alla quale nel quotidiano il poeta si conforma e che non è mai raccontata nel suo momento culminante, il climax, ma sempre un attimo prima, l’attesa, il timore; o subito dopo, a partire dalle macerie lasciate.
La poesia di Kavafis è pertanto così classica, universale nel senso più nobile come cinematografica. La scansione moderna, la capacità di piegare il mito, la riflessione filosofica, gli amori consumati nelle taverne e l’immediatezza con la quale riesce a raccontare le vicende lo rendono un poeta contemporaneo. Grazie a questa traduzione ci viene restituito il poeta nella sua interezza. Ad esempio, la traduzione di Di Gregorio coglie una strana pacatezza irrisolta, una vena ironica che altre traduzioni lasciavano da parte a vantaggio del tormento.
La raccolta, articolata in capitoli tematici come Muri, La forza è cedere al piacere, restituisce una sorta di viaggio esistenziale che si avvicina a un romanzo in versi fino a Il senso della vita, l’ultimo capitolo composto di appena tre componimenti. L’ultima lirica, Itaca, che si rifà naturalmente ai miti omerici, è la conclusione di una nuova odissea. Di struggente bellezza diventa un testamento esistenziale in cui ci si augura che il viaggio sia lungo e che non bisogna temere nessun mostro ma gettare il cuore oltre l’ostacolo e vivere ogni attimo pienamente. Il vero scopo del viaggio è viaggiare, aprendosi a incontri di luoghi e persone e alla fine, ormai auspicabilmente vecchio, arrivando a Itaca si potrà capire che il vero dono è stato un bel viaggio e che a questo punto l’isola non ha più nulla da dare; ma ci avrà svelato cosa vuol dire un’itaca. Di una modernità incredibile.
a cura di Ilaria Guidantoni















