
di Fabio L. Sattin,
presidente esecutivo e azionista di controllo di Private Equity Partners
Anche per gli investimenti alternativi, incluso il private equity, l’onda tecnologica è arrivata. La spinta proviene da piattaforme sempre più potenti, spesso basate su blockchain e integrate con sistemi di intelligenza artificiale, capaci di consentire elaborazioni in tempo reale, valutazioni più accurate e interazioni più rapide tra investitori e imprese.
La vera questione, ormai, non è più se anticipare il cambiamento, bensì come governarlo, evitando di esserne travolti e relegati a un ruolo passivo, dipendente da piattaforme tecnologiche estere destinate a concentrare anche i dati relativi a una delle principali risorse del nostro sistema economico: il risparmio. Un bacino globale superiore ai 50 trilioni di dollari, di cui appena il 6% oggi allocato agli investimenti alternativi, contro il 27% degli investitori istituzionali (Fonte: McKinsey Global Private Markets Report 2024). E l’Italia, sotto il profilo del risparmio, rappresenta uno dei mercati più rilevanti e attrattivi al mondo.
La penetrazione delle piattaforme digitali è ormai capillare, sia dal lato degli investitori sia da quello delle società private: dal supporto agli operatori in logica B2B, a soluzioni più evolute, fino a modelli diretti B2C.
In questo contesto, il ruolo delle infrastrutture di mercato diventa centrale.
Non è un caso che operatori come Nasdaq e London Stock Exchange abbiano sviluppato piattaforme dedicate ai mercati privati, rispettivamente Nasdaq Private Market e il Private Securities Market (PSM), lanciato dal London Stock Exchange quale concreta applicazione del quadro regolamentare PISCES (Private Intermittent Securities and Capital Exchange System), promosso dal Governo britannico.
Il caso di Nasdaq Private Market è emblematico: nato dall’acquisizione di SecondMarket nel 2015, ha intermediato oltre 50 miliardi di dollari, coinvolgendo circa 190.000 investitori, senza necessità di intermediari tradizionali. Analogamente, Forge Global, EquityZen, Delio e Cadre sono stati progressivamente assorbiti o affiancati da grandi player come Charles Schwab, Morgan Stanley, iAltA Holdings e Willow Wealth. Più di recente, anche gruppi come Intercontinental Exchange e BlackRock stanno rafforzando la propria presenza in questo ambito. E altri si stanno muovendo con grande rapidità.
Il dato che emerge è inequivocabile: il baricentro dell’innovazione è oggi extraeuropeo e certamente non italiano. Dei circa 50 operatori censiti da un’interessante ricerca curata da Leonardo Fior nel libro Enhancing Access to Alternative Investments, pubblicato da Guerini Next, di cui si allega una mappatura aggiornata ad aprile 2026, la grande maggioranza ha sede negli Stati Uniti, con alcune presenze nel Regno Unito. L’Italia compare solo marginalmente, con alcune iniziative prevalentemente riconducibili al segmento del crowdfunding.
La domanda, quindi, è inevitabile: come evitare che anche uno dei principali asset strategici del Paese , il risparmio, venga progressivamente intermediato da piattaforme estere, con tutto ciò che questo comporta in termini di dati, relazioni e capacità di indirizzo?
Il primo, fondamentale passo è una presa di coscienza piena e diffusa. Borse, intermediari, gestori, consulenti, investitori e regolatori devono comprendere la portata sistemica del cambiamento. Ancora oggi, soprattutto ai livelli decisionali più elevati, questa trasformazione è spesso sottovalutata. E, soprattutto, viene letta con una chiave interpretativa errata: non è una questione di ritorni attesi nel breve periodo. Non è una logica del tipo “lo faccio se conviene”. La posta in gioco è strutturale. Non agire rappresenta oggi la scelta più rischiosa. Può significare uscire dal mercato, sostituiti da operatori che hanno deciso di muoversi per tempo e non è affatto scontato che gli attuali leader mantengano le proprie posizioni.
Il quadro competitivo è destinato a ridefinirsi profondamente, a vantaggio dei soggetti più avanzati sul piano tecnologico, capaci di integrare analytics evoluti, profilazione sofisticata e tecnologie come blockchain e intelligenza artificiale. La prima abilita la tokenizzazione degli asset e quindi frazionabilità, trasferibilità e trasparenza; la seconda rivoluziona i processi di selezione, analisi e due diligence. Il rischio di disintermediazione è concreto e la scala della sfida è senza precedenti.
Compresa la natura dirompente del fenomeno, il passo successivo è uno solo: agire velocemente. Servono progetti concreti, capaci di attrarre e trattenere giovani talenti, valorizzandone le competenze. È lì che nasce l’innovazione. E serve adottare una logica di investimento di medio-lungo periodo, accettando che i ritorni non saranno immediati: in molti casi, si tratta di investimenti necessari non tanto per crescere, quanto per preservare la propria sopravvivenza competitiva.
Sul piano normativo, regole saranno certamente necessarie ma non potranno, da sole, arginare il deflusso di risparmio e informazioni verso operatori globali. Prima ancora di regolamentare, è indispensabile comprendere a fondo l’oggetto della regolazione: le tecnologie sottostanti, per loro natura dinamiche, e il contesto globale nel quale operano.
Il rischio di un eccesso regolatorio o di interventi non adeguatamente calibrati è quello di produrre l’effetto opposto: rallentare lo sviluppo degli operatori europei, compromettendone la competitività rispetto a contesti più agili. È quindi positivo che l’Unione Europea si stia muovendo, anche attraverso ampie consultazioni, ma è fondamentale che lo faccia con piena consapevolezza di questo equilibrio. Lo stesso vale, a maggior ragione, per i regolatori nazionali.
In un contesto così complesso e in rapidissima evoluzione, un intervento pubblico mirato, possibilmente coordinato a livello europeo e in una logica di partnership pubblico-privato, e assolutamente necessario ed urgente.
Ma servono una strategia chiara, delle forti competenze specifiche e soprattutto una visione prospettica e non difensiva. Le rendite di posizione non saranno preservate: saranno ridefinite. E premieranno chi si muoverà per primo, con maggiore competenza e capacità di esecuzione. E’ una partita che l’Europa (e l’Italia) non possono permettersi di perdere.















