Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha aperto alla revisione della disciplina della Participation Exemption introdotta dalla Legge di Bilancio 2026, annunciando ieri al Sole 24 Ore l’intenzione di tornare al regime previgente al 31 dicembre 2025. L’obiettivo è cancellare la doppia soglia (5% del capitale o 500mila euro di valore fiscale) che condizionava l’accesso alla tassazione agevolata all’1,2% sulle plusvalenze. La misura, da inserire nel Decreto fiscale atteso in Consiglio dei Ministri entro questa settimana, avrebbe effetto retroattivo dal 1° gennaio 2026.
Un cambio di rotta che arriva dopo tre mesi di applicazione travagliata. Leo ha infatti ammesso che in questo primo periodo “sono emerse criticità” e ha dichiarato, d’accordo con il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, di voler “semplificare al massimo la vita degli operatori e quindi non ingessare gli investimenti interni ed esteri”. Peraltro l’introduzione della norma aveva creato non pochi malcontenti tra gli addetti ai lavori che avevano segnalato le criticità ancora lo scorso autunno, quando il Governo vi stava lavorando (si vedano qui alcuni commenti pubblicati allora da BeBeez).
Cosa era cambiato con la Legge di Bilancio 2026
La Legge n. 199/2025 aveva modificato l’ambito oggettivo di applicazione dei regimi di favore, subordinandone l’accesso al possesso di una partecipazione con soglia minima di rilevanza economica: quota non inferiore al 5% del capitale della partecipata, oppure valore fiscale non inferiore a 500mila euro. Un doppio binario che, rispetto alla versione iniziale della manovra (che richiedeva addirittura il 10%), era già il risultato di un percorso parlamentare correttivo, ma che rimaneva comunque problematico per molte categorie di investitori.
Le soglie si applicavano in modo speculare sia alla dividend exemption sia alla PEX sulle plusvalenze: una vendita frazionata di un pacchetto azionario poteva comportare la perdita del regime PEX sulle tranche che portavano la partecipazione sotto i livelli richiesti.
“Quelle soglie rischiavano di rendere molto più complesso l’investimento paziente delle holding nelle pmi quotate spesso trascurate dai fondi UCITS e dagli ETF per ragioni di liquidità, nonostante fondamentali spesso solidi e In più si era generata un’incertezza concreta sulla possibilità di costruire strategie attraverso vendite progressive, che sono fisiologiche per chi investe sui listini”, ha spiegato a BeBeez Simone Strocchi, ceo di Electa Ventures, che nei mesi scorsi si è speso molto sul tema (si veda questo post Linkedin) e che insieme a BeBeez ha lanciato Private Minset – Il capitale costruttivo applicato alla Borsa una rubrica mensile per discutere se e come sia possibile applicare ai mercati quotati un vero private mindset orientato alla crescita industriale delle imprese (si veda altro articolo di BeBeez) la cui prima uscita è prevista domani 28 marzo su BeBeez Magazine.
L’impatto sui club deal: una questione di soglie individuali
Per il mondo del private equity e dei club deal, le implicazioni erano particolarmente rilevanti e il danno più acuto colpiva proprio gli investitori di dimensione medio-piccola, quelli che tipicamente aggregano capitali attraverso strutture di co-investimento proprio perché singolarmente non raggiungono certe soglie.
Le modifiche della legge di bilancio potevano avere un impatto significativo soprattutto su strutture di investimento congiunto come i club deal.
Le operazioni di club deal consentivano ai potenziali soci, che singolarmente non ne avrebbero la possibilità, di raggiungere congiuntamente la quota del 5% o il valore di 500mila euro previsto per l’esenzione. Ma questo creava un problema strutturale: la verifica del rispetto delle soglie avveniva a livello del singolo socio, non del veicolo comune. Chi stava “in soglia” grazie alla struttura collettiva poteva trovarsi esposto a piena tassazione su dividendi e plusvalenze.
L’effetto penalizzante era quindi asimmetrico: tanto più piccolo l’investitore, tanto più alta la probabilità di restare sotto soglia e subire una tassazione piena degli utili.
Il problema specifico delle pmi quotate e delle vendite progressive
Un ulteriore nodo riguardava le strategie operative sulle borse. Le nuove regole rischiavano, come accennato sopra, di avere impatti immediati sulla gestione ordinaria dei portafogli, specialmente per investitori istituzionali che operano con strategie di investimento value su società di piccole e medie dimensioni. La necessità di chiarire se la dismissione dovesse avvenire in un’unica soluzione o potesse essere frazionata influenzava in modo diretto le scelte operative e la pianificazione delle uscite dagli investimenti.
“Il rischio era già visibile”, avverte Strocchi: “Blocco delle decisioni di investimento, riduzione della liquidità e prosecuzione del trend di delisting di pmi eccellenti. Un processo che impoverisce il mercato e riduce le opportunità di crescita” e aggiunge: “Il Paese ha bisogno di capitali pazienti, capaci di accompagnare le imprese nel tempo. Questo vale per le pmi quotate, ma anche per i club deal e per tutte le forme di investimento orientate allo sviluppo. Senza un legame solido tra capitali italiani e imprese italiane non c’è crescita, non c’è sviluppo industriale, non c’è occupazione. E non c’è sovranità economica”.
Cosa succede ora
L’annuncio di Leo resta per il momento un’apertura politica, in attesa della conferma normativa nel Decreto fiscale. Se l’intervento sarà approvato, si tornerebbe alla PEX applicata alle partecipazioni iscritte nelle immobilizzazioni finanziarie per almeno 12 mesi, senza soglie dimensionali aggiuntive. L’effetto sarebbe retroattivo, cancellando tre mesi di incertezza che, pur non avendo ancora prodotto impatti fiscali diretti, avevano come detto già pesato sulle decisioni di investimento.











