Questo lunedì mattina i lettori di BeBeez aprono i giornali in un mondo diverso da quello di venerdì. Nel giro di 48 ore si sono consumati due eventi apparentemente lontanissimi tra loro, uno nei server di Washington e l’altro nei cieli del Golfo, che in realtà raccontano la stessa storia. E quella storia riguarda direttamente chiunque gestisca o investa capitali, pubblici o privati, ovunque nel mondo. Proviamo a leggerli insieme.
Atto primo: la notte in cui l’AI è diventata uno strumento di potere politico
Venerdì 27 febbraio, il Pentagono ha siglato un accordo con OpenAI per l’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni militari (si veda qui il comunicato stampa). Poche ore prima, la stessa amministrazione aveva inserito Anthropic, il principale concorrente di OpenAI, e l’azienda che più di ogni altra ha costruito la propria identità sulla sicurezza dei sistemi AI, in una blacklist che le impedisce di lavorare con il governo federale americano. Peraltro il paradosso è che poche ore dopo il bando ufficiale di Anthropic, estromessa dall’amministrazione Trump perché accusata di rappresentare un rischio per la sicurezza, il Pentagono ha impiegato proprio il modello di AI Claude di Anthropic durante le operazioni militari in Iran. Secondo quanto riferito sabato 28 febbraio dal Wall Street Journal, l’AI di Anthropic è stata utilizzata in Medio Oriente per analisi di intelligence, processi di selezione degli obiettivi e simulazioni tattiche. E questo perché Claude era l’unico modello AI completamente approvato per i sistemi classificati dell’esercito americano, e rimuoverlo non poteva avvenire dalla sera alla mattina.
La parte più inquietante della vicenda non è però la blacklist in sé. È la giustificazione, o meglio la sua assenza. Sam Altman, ceo di OpenAI, ha dichiarato ai suoi dipendenti che le condizioni ottenute da OpenAI sono identiche a quelle che Anthropic aveva richiesto e che le erano state rifiutate: niente sorveglianza di massa sui cittadini americani, niente armi autonome senza supervisione umana (si veda qui la nota di Anthropic). Stesso contenuto, esito opposto.
La differenza non sta nelle clausole contrattuali. Sta nelle persone. Dario Amodei, ceo di Anthropic, è percepito dall’amministrazione Trump come un avversario culturale. Trump lo ha definito pubblicamente un “leftwing nut job”. Altman, al contrario, era in prima fila all’inaugurazione presidenziale, aveva già firmato a inizio 2025 il progetto Stargate (si veda altro articolo di BeBeez), aveva coltivato la relazione. Il mercato della tecnologia critica per la difesa americana non si è assegnato sulla base del merito tecnico o delle garanzie di sicurezza. Si è assegnato sulla base della lealtà personale al presidente.
Per il private capital, questa vicenda ha implicazioni concrete che vanno ben oltre la geopolitica dell’AI. Segna un momento in cui la regolamentazione del settore tecnologico (valutazioni, accesso ai mercati, possibilità di crescita) smette di seguire regole prevedibili e diventa funzione di variabili politiche opache. Chi investe in AI company europee o italiane, o chi valuta esposizioni al settore tech americano, deve iniziare a incorporare un rischio che non ha ancora un nome nei modelli di rischio tradizionali: il rischio di arbitrio politico.
Se lo ricorderanno bene gli investitori di Anthropic, che solo un paio di settimane fa ha annunciato la chiusura del suo round di finanziamento di Serie G, con una raccolta di 30 miliardi di dollari, guidato dal fondo sovrano di Singapore GIC e da Coatue Management, che ha portato la valutazione post-money della società a 380 miliardi di dollari (si veda altro articolo di BeBeez), dopo le molteplici iniezioni di capitali da parte dei più grandi fondi di venture capital e private equity internazionali e di alcuni grandi gruppi tech, a partire da Amazon, Alphabet (controllante di Google), Microsoft e NVIDIA.
Ma la lezione vale anche per gli investitori di OpenAI. Che questa volta si trovano a beneficiare della situazione, ma non certo perché l’avevano previsto. Starà quindi tirando un sospiro di sollievo per esempio Il gigante Usa dei chip per AI NVIDIA, quotato al Nasdaq, che, sebbene come detto sia tra gli investitori di Anthropic, proprio nei giorni scorsi ha investito altri 30 miliardi di dollari in OpenAI, partecipando all’ultimo round da 110 miliardi, raccolto sulla base di una valutazione pre-money di 730 miliardi di dollari (si veda qui il comunicato stampa). NVIDIA nel settembre 2025 aveva annunciato anche che investirà progressivamente sino a 100 miliardi di dollari nel capitale di OpenAI, per finanziare lo sviluppo di almeno 10 gigawatt di data center in grado di supportare l’addestramento della prossima generazione di modelli AI con l’implementazione dei nuovi sistemi NVIDIA. Al nuovo round da 110 miliardi hanno partecipato anche Amazon (con 50 miliardi), a sua volta come detto anche investitore di Anthropic, e SoftBank (30 miliardi). La precedente operazione di raccolta sul mercato primario risale invece all’aprile 2025, quando OpenAI aveva raccolto 40 miliardi di dollari arrivando a una valutazione di 300 miliardi (si veda altro articolo di BeBeez), valutazione che poi è arrivata addirittura a 500 miliardi in occasione di una successiva operazione sul mercato secondario nell’agosto 2025 (si veda qui CNBC).
Atto secondo: il Golfo in fiamme e lo Stretto di Hormuz
Sabato 28 febbraio, mentre i mercati europei erano chiusi, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi militari su larga scala contro l’Iran. Il presidente Donald Trump ha annunciato l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, definendola per il popolo iraniano “la più grande opportunità per riprendere il controllo del paese”. L’Iran ha poi confermato la morte de proprio leader (si veda qui la CNN).
La risposta iraniana è arrivata nel giro di ore. L’Iran ha colpito basi militari americane in Qatar, Kuwait, Bahrain e negli Emirati Arabi Uniti. A Dubai, missili e droni hanno colpito la zona di Palm Jumeirah e un drone ha incendiato una parte esterna dell’iconico hotel Burj Al Arab. Ad Abu Dhabi, un missile intercettato ha causato la prima vittima civile. Il Bahrain ha confermato l’attacco alla sede della 5° Flotta USA a Manama.
Lo Stretto di Hormuz è stato temporaneamente chiuso al traffico marittimo commerciale. Ed è soprattutto questo è il dato che ogni operatore di private capital deve fissare bene in mente. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui passa circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Ogni giorno che rimane chiuso o insicuro è un giorno in cui i prezzi dell’energia salgono, le catene di fornitura globali si inceppano, e l’inflazione, che sembrava sotto controllo, torna a bussare alla porta.
Migliaia di voli sono stati cancellati o deviati. Emirates, Etihad, Qatar Airways, Lufthansa, Air France, British Airways, KLM hanno sospeso le operazioni verso i principali hub del Golfo. Dubai,che non è solo una città ma un nodo finanziario e logistico globale, un hub per il capitale del Golfo che negli ultimi anni ha investito massicciamente in Europa e in Italia, è stato colpito da un drone così come l’aeroporto di Abu Dhabi. Lo spazio aereo sull’intera regione è chiuso e non si sa sino a quando.
Cosa significa per il private capital italiano: tre nodi
Non è compito di un editoriale fare previsioni sui mercati nelle prossime 48 ore. I mercati aprono oggì con un livello di incertezza che nessun modello riesce a prezzare in modo affidabile. Ma ci sono tre questioni strutturali che il private capital italiano deve iniziare ad affrontare.
Il costo dell’energia e i LBO italiani. L’Italia dipende dall’import energetico in misura superiore alla media europea. Un’escalation prolungata nel Golfo, con lo Stretto di Hormuz anche solo parzialmente compromesso, si traduce in costi energetici più alti per le imprese manifatturiere italiane, la gran parte delle quali è già sotto pressione sui margini. Per i fondi di buyout con portafogli concentrati nell’industria tradizionale, questo è un rischio diretto alla capacità di crescita dell’ebitda, in un momento in cui sappiamo che proprio una crescita dell’ebitda del 12%, un tasso molto elevato per la media delle pmi italiane, è diventata la nuova soglia minima per rendimenti accettabili (si vedano qui l’editoriale di BeBeez Magazine n. 39 del 28 febbraio e altro articolo di BeBeez).
I capitali del Golfo in Italia. Negli ultimi tre anni i fondi sovrani di Abu Dhabi, Qatar e Arabia Saudita sono diventati attori sempre più presenti nel mercato italiano del private capital, sia come investitori in grandi fondi italiani sia come co-investitori diretti in operazioni di investimento. Sono gli stessi paesi che hanno chiuso temporaneamente il loro spazio aereo e che si trovano ora in una posizione di straordinaria fragilità geopolitica.Non è ragionevole attendersi che i team di investimento dei fondi del Golfo opereranno normalmente nelle prossime settimane. Alcune pipeline di deal potrebbero rallentare o congelarsi.
Il rischio di scenario “a V” che non arriva. Da mesi il consenso nel private equity europeo era che il 2026 sarebbe stato l’anno della ripresa: tassi di interesse in discesa, exit in accelerazione, fundraising in miglioramento. Questo scenario non è scomparso, ma si è appena complicato in modo significativo. Un conflitto prolungato in Medio Oriente, con impatto sull’energia, sull’inflazione, sui tassi e sulla propensione al rischio degli investitori istituzionali, rimette in discussione la tempistica e l’ampiezza di quella ripresa.
Il filo che unisce le due storie
OpenAI e Anthropic da un lato e l’Iran dall’altro sembrano due storie separate. Ma non lo sono. Raccontano entrambe la stessa verità: stiamo vivendo un momento in cui le regole che governavano l’ordine globale, commerciale, tecnologico, militare, finanziario, vengono riscritte con una velocità e una imprevedibilità che i modelli di rischio tradizionali non riescono a catturare.
Un’amministrazione americana che premia o punisce le aziende in base alla lealtà personale al presidente. Un conflitto militare che esplode mentre erano in corso negoziati diplomatici. Uno Stretto chiuso il sabato mattina.
Per chi gestisce capitale privato in Italia, la risposta non può essere il panico, né può essere il “wait and see”. Deve essere una revisione seria di quanto i propri portafogli siano esposti a un mondo che non ha più la forma che aveva due anni fa. E’ decisamente la fine di un’epoca in cui si poteva fare capital allocation dando per scontata la stabilità del contesto. Quel contesto non è più scontato.
BeBeez segue in tempo reale gli sviluppi del conflitto e le loro implicazioni per il mercato italiano del private capital.















